10 Giugno 2026
Misteri vintage

Albert de Rochas, l’uomo che spedì Miretta su Marte

di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Ai tempi della guerra franco-prussiana del 1870-71, Albert de Rochas d’Aiglun era un giovane ufficiale del genio dell’esercito francese, amministratore della prestigiosissima École Polytechnique di Parigi. Ma nel corso della vita quell’uomo fu anche molto altro, ed è per gli ulteriori suoi interessi che è passato alla storia. Cartografo, divulgatore scientifico su riviste come La Nature, traduttore, studioso di linguistica, storico militare… 

De Rochas nel 1877. Biblioteca Nazionale di Francia, immagine di pubblico dominio.

Nella seconda parte della vita, soprattutto a partire dai primi Anni 90 (era nato nel 1837, e morirà nel 1914), Albert de Rochas si dedicò all’occultismo e allo spiritismo, sviluppando idee del tutto peculiari su presunti fenomeni come la telepatia, la reincarnazione, i “viaggi in astrale”, la psicometria, l’ipnosi – e l’elenco potrebbe continuare. Scrisse di levitazione, reincarnazione, fotografia spiritica. Fu in rapporto con i massimi esponenti europei dell’occultismo (per l’Italia menzioniamo soltanto il professor Marco Tullio Falcomer, di cui ci eravamo occupati qui), e le sue idee colpirono filosofi di prima grandezza come Henri Bergson. Nel 1895 fece esperimenti persino con la superstar della medianità Eusapia Palladino, ancora nella fase ascendente della sua carriera.

Ma a noi interessano più quelli che nel 1894 coinvolsero un’altra donna, “Mireille”, e che la portarono, addirittura, alle soglie del pianeta Marte.

Lo strano universo di de Rochas

De Rochas aveva creato un sistema di idee occultistiche che, pur basato su ciò che circolava in ambito spiritico e teosofico, aveva parti originali: non soltanto aveva capito come funzionavano in senso generale i fenomeni dello spiritismo, ma anche i loro meccanismi più fini. Cerchiamo di riassumerli, prima di passare alla nostra storia, perché sullo sfondo c’è questo mondo intricato.

Nel marzo del 1892, de Rochas è raggiante, anche se ostenta una certa prudenza nei confronti delle sue stesse idee – decisamente complicate. L’uomo, dichiara, è formato da corpo e spirito, che è all’origine di volontà e pensiero, ma i due sono connessi da quello che chiama “fluido nervoso”. Sostiene però anche di aver scoperto quasi per caso, mentre somministrava l’ipnosi ad alcuni soggetti (de Rochas è un seguace delle sperimentazioni fisiologiche del neurologo Jean-Michel Charcot) un ulteriore, nuovo stato mentale che definisce esteriorizzazione della sensibilità

Per giungere alla pretesa scoperta, de Rochas parte da un presupposto grande come un palazzo: intorno alle persone esiste, dice, una zona di fluido sensibile nervoso, quello che, come anticipato, collega corpo e spirito. Il “fluido sensibile” è in grado di attraversare stanze, pareti, liquidi… 

Ma questo non basta. Certi soggetti, quelli predisposti ai fenomeni medianici, quando li si magnetizza –  ossia li si sottopone a procedure di stimolazioni come quelle inventate a fine Settecento da Franz Mesmer e dai suoi seguaci – fanno una specie di salto di qualità. In costoro si manifesta ciò che de Rochas chiama esteriorizzazione del fluido, quella, appunto, in cui la propria “sensibilità” è proiettata fuori dal corpo. In questa condizione, i soggetti potrebbero percepire tocchi o stimoli applicati a oggetti impregnati del loro “fluido”. L’ipotesi di de Rochas è che la sua “scoperta” possa spiegare i fenomeni dello spiritismo e del paranormale, come la telepatia e la visione a distanza – cioè la telemetria – della cui esistenza è, naturalmente, più che certo. 

In più il fluido nervoso potrebbe staccarsi dal corpo, assumerne le forme, costituirne un “doppio” semimateriale, e così via.

Certo, nello spiritismo “scientifico” del tempo l’idea dei fluidi come ipotesi alternativa all’azione degli spiriti dei defunti era di moda; nel 1894, per esempio, lo psicologo polacco Julian Ochorowicz era convinto che fossero i fluidi a provocare i fenomeni che Eusapia Palladino aveva mostrato a lui e ad altri, a Varsavia. Altra cosa, però, era usarli per fare quello che ci interessa di più. Grazie all’esteriorizzazione della sensibilità, si poteva andare sugli altri pianeti e capire chi ci abitava, come de Rochas fece fare a una donna, quasi in contemporanea alle sperimentazioni del polacco. 

Su questa idea della esteriorizzazione della sensibilità si innesta però l’altra grande convinzione di de Rochas, quella relativa alla reincarnazione, e anche quella è necessaria per capire come mai de Rochas mandò un po’ di gente a vedere gli altri mondi. Delle sue idee sulla reincarnazione farà un’esposizione completa in un’opera più tarda, Les vies successives, un librone del 1911 in cui la dinamica si fa ancora più vertiginosa: con le tecniche adatte e l’esteriorizzazione, infatti, si può sapere non soltanto delle vite precedenti, ma anche delle incarnazioni… che aspettano quel soggetto, in quello che per de Rochas si trasformava in un vero e proprio palcoscenico teatrale, in cui le personalità passate e future dialogavano, si riconoscevano, si confrontavano.

Nel corso delle sedute in cui de Rochas pensava di sperimentare la verità di tutte queste strutture bislacche, poteva però succedere di trovarsi a constatare altre realtà – l’aspetto degli altri pianeti e dei loro abitanti.

Sedute “marziane”

Le lotus bleu è una rivista importantissima per la storia dell’occultismo francese: le sue vicende, iniziate nel 1889, sono il riflesso di una serie interminabile di litigi e di divisioni all’interno del movimento teosofico francese. Quello che qui ci interessa dire è che a un certo punto Le lotus bleu assunse un interesse crescente per lo spiritismo e per gli altri fenomeni misteriosi, ed è soprattutto per questo che sulle sue pagine trovò spazio la vicenda che stiamo per raccontare. 

De Rochas se ne occupò in una serie di articoli pubblicati nel volume 6 dell’anno 1895, firmandosi con lo pseudonimo di “Lecomte” – non nuovo, per lui. La storia trovò subito riscontro negli ambienti occultistici. I testi di de Rochas furono tradotti in inglese su The Theosophist, la rivista ufficiale della Società Teosofica, che li pubblicò nel corso del 1896. Poi, sia pure con un po’ di ritardo, arrivarono anche in Italia. A iniziare dal gennaio 1897 furono tradotti in sei parti da Giuseppe Palazzi sulla rivista Annali dello spiritismo in Italia, la principale voce dello spiritismo nel nostro paese sino dalla metà degli Anni 60 del Diciannovesimo secolo. Il resoconto si poneva nell’alveo della versione neo-religiosa dello spiritismo, inaugurata a fine Anni 50 di quel secolo dal francese “Allan Kardec”. Questo, come vedremo, è utile per inquadrare la storia di de Rochas e quella di Vincenzo Maria Orsini, che vi abbiamo presentato nella puntata precedente di Misteri Vintage

Nel 1894, dunque, de Rochas decise di “magnetizzare” su sua richiesta una donna che conosceva sin dall’infanzia – Mireille, quarantacinque anni (nella traduzione italiana diventava “Miretta”). Soffriva di una non meglio precisata “malattia interna” e sperava di guarirla da questa affezione. Nel frattempo, però, de Rochas ne approfittò per mandarla in giro a “esplorare”, e per cercare conferme alle sue teorie sul “doppio”.

I primi segni del fatto che Mireille sarebbe andata a vedere (anche) gli altri mondi si ebbero già nelle prime sedute, nel luglio del 1894. Mireille si sentì elevarsi nello spazio fino ad arrivare a una regione superiore, in cui si bagnò di una luce intensa. Lì vide per la prima volta esseri che la circondavano, e che somigliavano a comete con grosse teste, di colore verde; entità analoghe, intanto, solcavano lo spazio a grandissima velocità. In tutto ciò, ad un certo punto, fra gli spiriti Mireille riconobbe un amico defunto, Vincent (“Vincenzo”, nella versione italiana), che, per qualche tempo, sarà una guida fondamentale per le sue esplorazioni. 

Nel gennaio del 1895, ecco la svolta che ci interessa: de Rochas prova a mandare Mireille su Marte. Ci riesce, ma fino a un certo punto, perché quel pianeta, come anche la Terra, ha intorno uno “strato elettrico” che limita nei suoi viaggi anche chi è in grado di usare il corpo astrale.

Dall’alto, però, vede nubi, mari, ghiaccio ai poli, canali scavati dai Marziani – che, sappiatelo, sono esseri anfibi: sono fisicamente fortissimi, ma, tutto sommato, di intelligenza un pochino inferiore alla nostra.

Tuttavia, come si fa a viaggiare in modo relativamente sicuro verso gli altri mondi? Lo spiega Vincent, che, peraltro, era già sostanzialmente “rinato” su un altro pianeta, più distante. Lì vivono degli esseri “nebulosi” privi di gambe, ma con lunghe ali fatte “per abbracciare”, che comunicano soltanto “con l’intelligenza”. E su quel pianeta Vincent ha appreso con chiarezza – si fa per dire – come funzionano i viaggi del corpo astrale fra i pianeti, e ora, bontà sua, lo fa sapere anche a de Rochas. In queste spiegazioni sta, secondo noi in maniera sorprendente, la peculiarità che potremmo chiamare proto-ufologica dei mondi descritti da de Rochas nel 1895. Per fare questi viaggi, Vincent si serve di un “veicolo”, che poi fa usare anche a Mireille per i suoi voli. Gli strani abitanti di quel mondo, spiega,

Hanno al loro ordini degli esseri inferiori somiglianti a campane diafane nel cui interno essi entrano quando vogliono lasciare il loro astro per andare in altri; queste campane animate obbediscono ad essi, li trasportano e godono della proprietà di isolarli negli strati elettrici che devono traversare. L’orlo inferiore della campana è più luminoso del restante, ed è quest’orlo che Miretta vedeva nelle sedute precedenti. È l’orlo di quei coni che i visionarii vedono brillare sopra il capo dei santi nelle apparizioni e che si ha la consuetudine di rappresentare con un cerchio di fuoco. Sono ancora esseri di questo genere, ma con forme diverse, che sono stati detti carri o nubi di fuoco quando, nelle assunzioni, si sono veduti elevare i corpi dei beati. 

De Rochas non è uomo privo di intuito, ed è coltissimo. Ascoltando questo tipo di messaggi, si accorge della consonanza che sembrano avere con le esperienze di contatto con gli altri mondi descritte a metà Settecento dal “papà” della vasta corrente di pensiero ufologica, lo svedese Emmanuel Swedenborg e i suoi “abitacoli” per viaggiare fra i pianeti (potete leggerne qualcosa in uno dei paragrafi di questo articolo), e si ripromette di confrontarne i contenuti con quanto racconta Mireille.

Ma non è tutto, nella faccenda dei “veicoli” di de Rochas. Sugli altri mondi, così spiega Vincent, le forze naturali sono “evolute” rispetto a quelle analoghe sulla Terra. Per esempio, i fulmini globulari, che sulla Terra si muovono a casaccio, sugli altri pianeti sono corpi dotati di intelligenza rudimentale, e sono soggetti alle influenze delle intelligenze superiori! I “coni” che servono da “veicolo” per andare sugli altri mondi non sono altro che fulmini globulari “evoluti”, guidati dall’intelligenza che ne prende il comando… E Vincent avverte Mireille di non uscire mai dal “cono”, perché quel “veicolo” funziona anche da riparo.

La storia del “veicolo” incuriosì parecchio diversi teosofi, ma ad altri – per esempio a Vincenzo Scarpa, che dirigeva gli Annali dello spiritismo – piacque molto meno. Pubblicò tutto, ma appariva perplesso.

Comunque sia, siamo di fronte a una commistione curiosissima fra teosofia, spiritismo e passione per le macchine volanti che a fine Ottocento si delineavano con maggior chiarezza. Queste stranissime idee sulle “campane animate” troveranno interpretazioni più adatte ai tempi soltanto a partire dal 1945-46, con la nascita in America delle prime idee sui visitatori spaziali in visita alla Terra. Ma, a quel punto, l’era ufologica in senso stretto era ormai alle porte.

I (finti?) dubbi di de Rochas

In diversi punti dei suoi scritti, de Rochas sembra prendere le distanze dalle stesse “rivelazioni” che trascrive. Insinua l’idea che le descrizioni di Mireille siano il frutto di ricordi di sue letture; vuole suscitare la “diffidenza” del lettore. Per nostra fortuna, Vincent lo rassicura:

Un’altra volta manifestai a Vincenzo i miei dubbi sulla realtà della sua esistenza al di fuori dell’immaginazione di Miretta, basandomi su questo, che cioè le rivelazioni degli estatici differiscono spesso le une dalle altre sul medesimo soggetto. “Fortunatamente (mi rispose lui) i vostri dubbi non mi impediscono punto di esistere. 

Per avere un’ulteriore conferma delle rivelazioni di Mireille, de Rochas usa altri due soggetti, che pone sotto ipnosi profonda (uno usando il sistema tradizionale dei “passi magnetici”, l’altro con un mezzo tecnologico, una macchina di Wimshurst, cioè un generatore elettrostatico di alte tensioni) e che, grazie alla loro sensibilità particolare, confermano di “vedere” il corpo astrale intorno a Mireille muoversi e agire mentre fa le sue “rivelazioni”. Nonostante ciò, de Rochas esita ancora: su Vincent, e sul fatto che abbia condotto Mireille a vedere Marte dall’altro, dopo diciotto mesi di sedute, conclude che “se non sono del tutto sicuro che egli esista, non sono neppure sicuro che egli non esista”.

Finito il “viaggio”, quando Mireille si risveglia, de Rochas ne “migliora” i ricordi manipolando, sulla fronte, il “punto corrispondente alla memoria ipnotica”; al contrario di quanto avviene per Orsini, pur convintissimo della sincerità soggettiva di Vincent e Mireille, conserva dubbi sulla causa dei fenomeni. Dunque, per lui è possibile che la descrizione dei marziani corrisponda a realtà, ma non dà la cosa per certa.

Un Ottocento “ufologico”: dal gabinetto spiritico, verso il cielo

Le rivelazioni di Mireille ci sono sembrate piuttosto curiose, ma la donna non era certo l’unica a viaggiare su altri pianeti, tra i cultori dello spiritismo e del magnetismo. Il 21 maggio del 1919, nella sua pagina di cronaca milanese, il Corriere della sera si occupò di un fatto analogo. Due coniugi, Aristemo Lodi e Carlotta Bedoni, originari di Parma, erano stati arrestati dalla Polizia della città lombarda; i due sostenevano di aver trovato un sistema per comunicare con gli altri pianeti: una miscela a base di mercurio, le cui “vibrazioni” venivano raccolte nel momento in cui si stabiliva il collegamento con gli astri. Questo permetteva ad alcuni terrestri privilegiati di comunicare con i trapassati. 

Non è chiaro quale tipo di apparato usassero, ma, di norma, durante la notte conducevano le loro vittime, di solito donne, in un prato nella zona di Greco (all’epoca comune autonomo a nord-est di Milano), e in quel luogo le facevano parlare con i loro cari. Il guaio è che i due chiedevano soldi per un ingrediente speciale  (pelle di leone triturata), necessario per far funzionare l’aggeggio, e in questo modo avevano convinto diverse persone a sborsare cifre ingenti. Per i due inventori, i cari estinti erano diventati abitanti di altri pianeti – per esempio, di Venere e Mercurio. Insomma, erano degli extraterrestri e, al contempo, degli… ex-terrestri, visto che, morendo, avevano lasciato la Terra. Come e perché erano finiti lassù? E, soprattutto, come fare, per parlargli? Loro due avevano la soluzione.

Questa storia, come quella di Mireille-de Rochas e quella di Vincenzo Giordano Orsini, ha alla base una convinzione molto diffusa tra gli occultisti dell’Ottocento: l’idea che su altri pianeti vivano spiriti reincarnati – anche i nostri, una volta che saremo morti. È anche attraverso questa strada finora un po’ trascurata dagli storici delle idee, ma importante, che, nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, l’idea che gli altri pianeti del sistema solare fossero abitati divenne moneta corrente. 

Per stabilire un contatto con i defunti e sapere come funzionano le cose lassù, il modo c’era, ed era quello di rivolgersi ai metodi e alle figure della nuova religione a quel tempo in piena crescita, e cioè, allo spiritismo e ai suoi medium. E i medium, per andare sugli altri pianeti, a volte usavano sistemi molto molto particolari, anche quelli interessantissimi. 

Due esempi celebri: Hélène Smith e la signora Smead

Nel folto gruppo di episodi di questo genere, che probabilmente furono assai più numerosi di quello che sappiamo e che andrebbero scovati dagli storici, c’è un esempio ben noto anche al di là della cerchia di chi si occupa di movimenti occultistici – e di certo, assai di più delle vicende italiane e francesi che vi abbiamo presentato. Si tratta della vicenda della medium francese nota a suo tempo come Hélène Smith (in realtà, Catherine-Elise Müller, 1861-1929), studiata a fine Ottocento dallo psicologo Théodore Flournoy. Fu lui a rendersi conto che la turbinante attività di scrittura automatica e artistica della donna, lingua marziana compresa – famose le sue rappresentazioni pittoriche di quei posti – era dovuta a cause psicogene. La vicenda divenne celebre attraverso il libro di Flournoy Dalle Indie al pianeta Marte, uscito nel 1900. Un libro importante, anche perché si colloca al crocevia fra passioni per lo spiritismo e prime teorie freudiane sulla psiche

Ma questa è soltanto la punta di un iceberg le cui dimensioni siamo tuttora appena in grado di valutare. Siamo sicuri che su entrambi i lati dell’Atlantico il movimento spiritista fu spesso segnato dall’idea di entrare in contatto con chi viveva sugli altri pianeti, secondo quadri concettuali differenti e, inutile dirlo, in contraddizione l’uno con l’altro.

Il caso della “signora Smead”, un’americana sposata con un predicatore protestante, Willis M. Cleveland, è anch’esso particolarmente interessante. Lei e il marito usavano per le loro sedute la ben nota tavola ouija. Colpiti dal fatto che da poco l’astronomo Percival Lowell, il massimo, illustre sostenitore della teoria secondo cui Marte era abitato, aveva pubblicato un articolo al riguardo sul mensile Atlantic Monthly, a partire dall’agosto del 1895 provarono anche loro a darsi da fare. Il risultato fu che, in trance, la signora Smead disegnò mappe di Giove e di Marte e ricevette le prime notizie sui relativi abitanti. Ma era solo l’inizio, perché nel settembre di sei anni dopo gli scambi si fecero più sistematici e diretti: la Smead aveva visto morire tre figlioletti e il cognato, e il suo sollievo fu senza pari, quando apprese da loro stessi che ormai vivevano su quei pianeti (dei quali disegnò ogni particolare, comprese le scritture geroglifiche). Nel 1902 fu lo spiritista James H. Hyslop a dare la prima pubblicità alla vicenda della signora Smead. 

Questa vicenda si inserisce benissimo nella linea ideale che si è vista in dettaglio, soprattutto nel caso di Orsini. Perché i pianeti sono così pieni di esseri simili a noi? Perché è lì che gli spiriti dei terrestri morti vanno a risiedere, in nuovi corpi e in nuove vite. Sugli altri mondi ci si reincarna e si sta lì per seguire una linea evolutiva ascendente, verso Dio. Quello è lo scopo fondamentale, e in questo quadro scienza e tecnica hanno funzioni limitate, ambigue. In particolare, non c’è ancora particolare interesse per la descrizione di mezzi aerei avanzati che possano permettere a loro di venire da noi. Quello è il pensiero di fondo che si svilupperà più tardi, nel Ventesimo secolo, e che culminerà nella nascita del mito dei dischi volanti, superastronavi degli extraterrestri.

Non solo extraterrestri reincarnati

Ma la reincarnazione non è l’unico mezzo attraverso cui, nell’Ottocento, si va sugli altri pianeti. Esiste infatti una linea diversa, sganciata da idee come quella di Orsini e del suo collega francese. È il caso del geologo dilettante americano William Denton (1823-1883) e del suo circolo medianico familiare, (sul quale c’è un lavoro completissimo, opera dello storico delle idee Richard Fallon). 

Denton e i suoi dicevano di essere in grado di esplorare il passato di oggetti ed esseri animati – anche di altri mondi – tenendo in mano oggetti, oppure osservando schizzi e immagini fotografiche: è quella che da metà Ottocento si era preso a chiamare “psicometria”. È così che Denton e i suoi avevano disegnato un’intera fauna preistorica non soltanto del nostro, ma anche di altri mondi. In questo modo, alla fine degli Anni 60 dell’Ottocento, grazie alla “vista” di suo figlio Sherman, William poteva scrivere persino di Marte e dei suoi abitanti e  – al contrario dei “reincarnazionisti” – soffermarsi più ampiamente sulle tecniche in uso lassù. Quella dei marziani, per i Denton, è una scienza basata sull’alluminio, allora grande novità della metallurgia, ma dai processi di produzione ancora troppo dispendiosi per essere considerati banali. Anche le navi aeree dei marziani dei Denton sono fatte di alluminio, anche se nemmeno quelle servono per volare fra pianeta e pianeta. Per la circolazione in forze di questo tipo di idee bisognerà attendere il Ventesimo secolo inoltrato. Dei Denton racconteremo prossimamente.

Ancora negli Anni 20 del Novecento, ciò che prevaleva era il contatto a distanza, com’era per l’artista americano Grant Wallace (1868-1954), che dai suoi rapporti con gli altri pianeti, grazie alla “radio psichica”, traeva quadri e disegni coloratissimi, oltre che gli alfabeti in uso su quei mondi. 

Quando nel 1895 Albert de Rochas magnetizza Mireille, il processo è più arzigogolato rispetto a quello di Orsini, che, come abbiamo visto nella scorsa puntata, promuoveva un’idea di reincarnazione planetaria come vera e propria “scuola” per l’essere umano. Nel caso di de Rochas, mentre il “doppio” di Mireille viene inviato in giro per il mondo, lei incontra il suo vecchio amico defunto, Vincent, ed è lui a spiegarle come si sta sul suo mondo, disegnando un universo che ben si accorda con le idee della Teosofia – che ai tempi di Orsini non c’era ancora. Insomma: la reincarnazione c’entra, ma funziona in modo diverso rispetto a quella di Orsini.

In realtà, per rintracciare le cause del successo dell’idea dei pianeti popolati da ex-terrestri, reincarnati o redivivi che vivono lassù, come è nelle due storie che abbiamo presentato, occorre risalire più indietro, quasi alle origini della storia dello spiritismo

Nel 1862, a Parigi fu pubblicata in tre tomi una strana, oscura opera libraria. 

Era firmata da “J. Roze” (una donna, stando a chi, poi, ebbe modo di commentarne gli scritti). Si intitolava Révelations du monde des esprits, dissertations spirites obtenues par J. Roze, médium (edizioni Ledoyen et Dentu, Parigi). Farraginosa, oggi davvero faticosa da leggere, descriveva le esperienze di questa medium, che, alla fine degli Anni 50 dell’Ottocento, ben prima dei personaggi di cui ci eravamo occupati, era entrata in contatto con gli abitanti di altri mondi. Ne parlava a lungo nel primo tomo e – ecco il punto – scriveva che su quei mondi c’è così tanta vita perché è lì che andiamo a reincarnarci. 

Gi storici dell’occultismo ritengono che fu questa donna, intorno al 1855, a esercitare un’influenza importante sulla figura decisiva per tutti i ragionamenti che vi abbiamo presentato: il francese Allan Kardec, pseudonimo di Hippolyte Rivail (1804-1869), fondatore dello spiritismo inteso come nuova religione con il suo Livre des esprits, che è interamente reincarnazionista. Alcuni ritengono addirittura che sia stata la Roze a suggerire a Rivail il nome d’arte di “Allan Kardec”, quello con il quale assunse fama mondiale.

In ultima analisi, è da quell’ambito che sorsero le idee che, fra le mille cose, produssero medium e occultisti come i due di cui ci siamo occupati in questo articolo e in quello precedente. Senza lo spiritismo kardecchiano non li avremmo avuti. Fu questa corrente a dare una spinta decisiva, già dagli Anni 60 dell’Ottocento, in Italia e altrove, all’idea del contatto con gli abitanti degli altri mondi. Altre correnti, altre pulsioni e altre fantasie, alle fine, si fonderanno per dar vita, dopo la Seconda Guerra Mondiale, al mito moderno degli Ufo. Ma quella che vi abbiamo indicato fu davvero importante. Abbiamo pochi dubbi: nelle pagine delle pubblicazioni occultistiche, teosofiche, spiritiche, massoniche, di magia, astrologia e simili, uscite nella seconda metà del Diciannovesimo secolo e sino ai primi decenni del Ventesimo, devono esserci molti racconti dello stesso tenore. Agli appassionati e agli studiosi, il compito di disseppellirli.

Immagine di apertura: Il protagonista di “Gli esploratori dell’infinito” sorvola Marte e i suoi canali, illustrazione di Yambo (1874-1943), da Wikimedia Commons, pubblico dominio