Ufo invisibili su Torino
Immagine in evidenza: Torino, monumento a Carlo Alberto. Autore: Gianni Careddu, da Wikimedia Commons, rilasciata in licenza CC BY-SA 4.0.
Giandujotto scettico n° 208 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Ugo Liprandi, fotogiornalista torinese, è figlio d’arte. Suo padre, Manfredo (1913-1991), oltre che ottimo pioniere della fotografia per quotidiani e periodici in ambito sociale e di cronaca nera, lavorò a lungo a La Stampa. Ugo ne seguì le orme e diede anche lui un vasto, prezioso contributo di immagini al quotidiano torinese e alla sua edizione pomeridiana, Stampa Sera (si veda qui e qui).
Campione del bianco e nero quando questa forma espressiva era al culmine, sui quotidiani, uomo di grandi competenze professionali, chissà se Ugo Liprandi si aspettava di ritrovarsi con l’eco di un mistero fotografico da lui stesso immortalato, senza volerlo, in pieno giorno nel cuore di Torino…
Neri dischi invisibili
Nel pomeriggio del 30 marzo 1977, Stampa Sera aprì una pagina di cronaca cittadina con un grande titolo e tre immagini: Piazza Carlo Alberto: le foto degli “UFO”. Potete vederle direttamente negli archivi storici del quotidiano, qui.
La prima foto, a sinistra, mostrava la grande piazza con al centro la statua equestre di re Carlo Alberto, alcuni degli edifici storici che la contornano, una porzione di cielo, e nient’altro. Nella seconda, invece, sopra i tetti, ecco due dischetti neri, perfettamente tondi. Niente scie, o segni che potessero indicare che i due presunti corpi fossero in movimento: due sferette sulla pellicola, e nient’altro. La terza foto ne mostrava un ingrandimento.
L’articolo spiegava che erano state scattate il giorno prima, martedì 29 marzo, alle 16. Per quanto ne sappiamo, nessun altro riferì mai di aver visto qualcosa d’insolito, anche se le due “stranezze” si sarebbero presentate a metà pomeriggio di un giorno feriale nel cuore di una grande città, sotto il soffitto nuvoloso.
Come erano andate le cose? Nel breve testo che accompagnava l’immagine, l’anonimo cronista raccontava che le foto erano state scattate con due Nikon caricate con pellicole diverse: una classica Ilford HP4, e una recentissima HP5. Risultato: le “cose”, cioè i due cerchi neri che il fotografo non aveva visto a occhio nudo, erano state immortalate da entrambe le macchine. Non poteva essere dunque un difetto della pellicola.
Nient’altro: la redazione aveva fatto una telefonata all’aeroporto di Torino-Caselle, che aveva escluso la presenza di palloni sonda, e aveva confermato che, come da impressione di chiunque veda quelle immagini, la copertura nuvolosa era bassa: sui 150-200 metri. Nessun altro aveva visto gli “Ufo”, se non la macchina fotografica – chissà poi perché. Quali capacità di impressionare l’invisibile dovrebbe aver avuto, la gelatina con cristalli di sali d’argento, cioè l’emulsione fotosensibile delle foto analogiche?
Poi, per quanto ne sappiamo, di questa storia modesta non si parlò mai più.
Il mistero degli “Ufo neri” e la sua scomparsa
In realtà questo tipo di “Ufo neri” sferici, in apparenza immobili, è stata una presenza frequente della storia disastrata dell’evidenza videofotografica dei presunti fenomeni misteriosi. Nelle foto analogiche in bianco e nero e, dunque, sui positivi cartacei dei corrispettivi negativi, se ne incontra un discreto numero.
Ne potrete ammirare diversi esempi, se avrete la pazienza di scorrere il Fotocat, il grande lavoro di raccolta e analisi delle fotografie analogiche costantemente aggiornato dall’ufologo scettico spagnolo Vicente-Juan Ballester Olmos (più di tredicimila immagini esaminate – e, nella sua valutazione, evidenza per fenomeni sconosciuti prossima a zero).
Ma se ne trovano anche altrove. Molti anni fa, uno di noi due aveva esaminato per la rivista del CISU, il Centro Italiano Studi Ufologici (UFO, n. 20, luglio-dicembre 1997, pp. 7-14), le immagini fotografiche che, nel corso del tempo, ufologi “credenti” negli alieni avevano diffuso sulle loro fanzine, e che avrebbero dovuto mostrare un aspetto peculiare del complicatissimo pantheon Ufo: i cosiddetti Foo Fighters, ossia i fenomeni luminosi che i piloti alleati segnalarono in massa, nella seconda parte della Seconda Guerra Mondiale, soprattutto nei cieli europei (e italiani). 
Parecchie di quelle foto in circolazione, in realtà, non mostravano aerei americani o britannici, ma velivoli giapponesi. Ciò dipendeva dal fatto che Yusuke Matsumura, un “contattista” giapponese – uno che diceva di essere in rapporto diretto con gli alieni, e molto altro – ne aveva pubblicate un bel po’ agli inizi degli Anni 60 sul bollettino del suo gruppo, la Cosmic Brotherhood Association. Una parte di queste immagini mostrava con sufficiente chiarezza la natura dei corpi volanti in apparenza ripresi accanto ad aerei nipponici in volo o al suolo, e, per questo, ebbero poca circolazione nel mondo: difetti di sviluppo, problemi di vario genere in camera oscura, guai con le emulsioni, graffi sulle pellicole. Quelle un minimo più intriganti, invece, ebbero maggior successo.
Come potete vedere qui sotto, spesso gli “oggetti misteriosi” delle foto di Matsumura erano del tutto simili a quelli di cui abbiamo discusso in apertura. In un’occasione, addirittura, le “sfere nere” mostravano un effetto di trascinamento, plausibilmente dovuto a un qualche accidente verificatosi nella camera oscura.

Matsumura non era solo. Nei primi Anni 70, la redazione ufologica del Giornale dei Misteri, un mensile fiorentino che allora era il leader della stampa occultistica, parapsicologica e ufologica, intessé una fitta corrispondenza con una donna veneta, che descriveva la sue tante esperienze di contatto con gli extraterrestri, che spesso riproduceva in complessi e bei disegni. Aveva avuto anche esperienze spiacevoli, come quelle con individui del tipo che nella mitologia Ufo sono passati alla storia come Men in Black, Uomini in nero. Ma, fra le altre cose, la presenza costante degli Ufo nella sua vita era testimoniata dalle foto in bianco e nero che scattava e che, in certe occasioni, allo sviluppo presentavano “Ufo neri”, uguali a quelli di Torino o delle foto dei Foo Fighters, e a tante altre di quei decenni.
Ufo invisibili, addio?
Noi non possiamo dire con certezza che cosa fossero, quei cerchi nel cielo torinese. C’è però una cosa che ci pare particolarmente interessante, in queste vicende di Ufo tondi e neri scoperti più volte a posteriori, cioè, senza che nessuno, sul momento, li scorgesse “dal vivo”. Scomparse le foto su pellicola, quel tipo di Ufo invisibile che per decenni si era visto apparire nelle foto di città, campagne, superfici marine, sullo sfondo di ignari gitanti, vacanzieri o gruppi di passanti – o aerei giapponesi, oppure “contattiste” – uscì di scena. Anche nel caso di Torino, la cosa più ragionevole è che quelle due macchie tonde avessero a che fare con questioni relative a quel tipo di fotografia, ai suoi processi di produzione o allo sviluppo dei negativi nella camera oscura, piuttosto che con oggetti volanti davvero presenti nel cielo. E che nessuno, comunque, sembrava aver visto.
Non fu l’unico tipo di Ufo a scomparire, al variare delle tecnologie. Negli anni, svanirono anche quelli dalle forme imprecise, con i bordi a strati di colori differenti l’uno dall’altro, ma, di solito, viranti intorno alle sfumature del rosso, dell’arancione e del giallo, quando le macchine per foto istantanee di quegli anni, prodotte in primo luogo dalla Polaroid e dalla Kodak, passarono di moda.
Come per molte altre categorie di immagini “misteriose” – si pensi alle doppie esposizioni delle lastre, ai tempi d’oro della fotografia spiritica, a cavallo fra Ottocento e Novecento – alcuni tipi di fenomenologie sono legati (e causati) dalle tecnologie in uso in uno specifico periodo, e in determinati contesti sociali. Compaiono e scompaiono con essi, dopo aver suscitato meraviglia, controversie, sequele di casi analoghi – in quest’ultimo modo, dando l’impressione che sia davvero in corso un’epidemia di apparizioni di fantasmi piazzati magari dietro un gruppo di persone in posa dal fotografo, oppure di “Ufo neri”, perfettamente circolari o quasi, nei cieli di metropoli, paesi, spiagge, panorami montani ripresi da ignari turisti.
A fare il resto, naturalmente, ci pensava l’attenzione di coloro che si trovavano davanti quelle immagini, dopo lo sviluppo. Alcune, le più suggestive, finivano per essere classificate come “Ufo” su libri, giornali e riviste specializzate, oppure fantasmi sfocati su una lastra fotografica – dunque non necessariamente “velivoli alieni” o simili. Innumerevoli altre presunte “stranezze” più chiaramente riconducibili a problemi vari delle tecnologie dell’immagine in uso al tempo, invece, furono accolte con un’alzata di spalle, e considerate errori o difetti: non ebbero l’onore delle cronache e, semplicemente, finirono dimenticate.
