3 Giugno 2026
Approfondimenti

Francisco Madero, il presidente spiritista

di Paolo Cortesi

«Tra le mie numerose e varie impressioni di quel periodo, l’evento che ha avuto il maggiore impatto sulla mia vita fu quando, nel 1891, mi capitarono per caso tra le mani alcuni numeri de “La Revue Spirite”, a cui era abbonato mio padre. La rivista è pubblicata a Parigi fin dalla sua fondazione dall’immortale Allan Kardec. […] Con grande interesse lessi tutti i numeri che riuscii a trovare della “Revue Spirite”, e poi mi recai nella sede della stessa rivista, dove si trova la grande libreria spiritista. Il mio obiettivo era acquistare le opere di Allan Kardec, che avevo visto raccomandate. Non mi limitai a leggere quei libri; li divorai, poiché le loro dottrine, così razionali, così belle, così nuove, mi sedussero, e da allora mi considero uno Spiritista».

Quando Francisco Madero scriveva queste righe della sua autobiografia, aveva 36 anni. Sarebbe diventato presidente del Messico due anni più tardi, nel 1911. E sarebbe stato ucciso nel 1913.

Francisco Ignacio Madero nacque nel 1873 da una ricchissima famiglia messicana. Potè permettersi di studiare all’estero, e fu proprio a Parigi che il diciottenne Francisco scoprì per caso, come abbiamo visto, la dottrina di Kardec, il legislatore dello spiritismo.

Per Madero fu un incontro decisivo, che determinò letteralmente tutta la sua vita. A Parigi, egli frequentò gruppi spiritisti, ma non si trattò di una curiosità o di uno studio confinato nei suoi momenti liberi. Sì, forse all’inizio fu la stranezza del fenomeno a colpirlo, ma presto Madero avrebbe maturato una lettura tutta morale delle pretese attività dei sedicenti spiriti. Non gli interessava l’aspetto fisico dello spiritismo e non dava grande importanza alle apparenti materializzazioni di mani, fiori, anelli, o ai colpi che si udivano, o ai lampi di luce che guizzavano nel buio delle sedute medianiche.

Per Madero, lo spiritismo era il più alto insegnamento etico e il fatto che per lui venisse dalla dimensione trascendente ne faceva la più preziosa conquista umana. Lo scrisse lui stesso, nelle sue Memorias, composte fra il 1908 e il 1909: lo spiritismo non era la speculazione naturalistica su un fenomeno misterioso, ma il messaggio rivelatore    dell’autentico scopo della vita umana, ovvero l’evoluzione morale che, vita dopo vita, reincarnazione dopo reincarnazione, dissolveva la pesante cappa materiale che spegneva l’animo umano, liberandolo alla sua piena condizione di puro spirito.

«Tuttavia, sebbene la mia ragione avesse ammesso questa dottrina e l’avesse apertamente accettata, essa non influenzò certamente il mio carattere o le mie abitudini. Il seme fu piantato nel solco e, sebbene germogliasse fin dall’inizio perché era caduto su un terreno fertile, non diede immediatamente frutto. Infatti, benché avessi afferrato la portata filosofica della dottrina spiritica, non ne compresi immediatamente le implicazioni morali e pratiche (cioè politiche, N.d.R.). Il tempo, le vicissitudini e le conseguenze delle mie azioni, guidate dai principi della mia nuova conoscenza, mi avrebbero portato a riflettere profondamente e a comprendere chiaramente gli insegnamenti morali della dottrina spiritica.

Queste comunicazioni mi hanno fatto capire a fondo la filosofia spiritualista e, soprattutto, la sua parte morale e come, nella parte più intima, esseri invisibili che comunicavano con me mi parlavano con grande chiarezza, sono riusciti a trasformarmi e, da giovane libertino inutile alla società, mi hanno reso un uomo di famiglia, onesto, che ha a cuore il bene della Patria e che tende a servirla nella misura delle sue forze».

In Parigi, durante una seduta, a Madero fu assicurato dagli spiriti che egli possedeva belle doti paranormali di medium scrivente.

«Naturalmente, volevo convincermene e ho iniziato a sperimentare secondo le istruzioni fornite da Kardec nel “Libro dei Medium”. I miei tentativi mi hanno portato solo a tracciare una piccola linea con molte curve, che ho attribuito all’affaticamento della mia mano dovuto al fatto di rimanere nella stessa posizione per molto tempo».

Deluso da questi fallimenti, Francisco smise di tentare e solo per caso riprese gli esperimenti, e questa volta fu un successo pieno che gli cambiò la vita. Era accaduto che uno dei suoi quindici fratelli, Manuel, si ammalò di febbre gastrica e Francisco lo accolse in casa sua per accudirlo (era un fervente sostenitore dell’omeopatia).

Francisco pensò di occupare le lunghe ore di ozio e di silenzio riprendendo gli esperimenti con la scrittura diretta che aveva quasi dimenticato:

«Dopo pochissimi tentativi iniziai a sentire che una forza al di là del mio controllo stava muovendo la mia mano a grande velocità. Poiché sapevo di cosa si trattava, non solo non mi allarmai, ma mi sentii profondamente soddisfatto e molto incoraggiato a continuare i miei esperimenti. Pochi giorni dopo scrissi con una calligrafia grande e tremante: “Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso”. Questa frase mi fece una profonda impressione e, contrariamente a quanto mi aspettavo, mi fece capire che le comunicazioni dall’oltretomba venivano a parlarci di questioni trascendentali.

Il giorno dopo scrissi di nuovo la stessa cosa, come avevo fatto il terzo giorno, ma questa volta scrissi un po’ di più, con l’essere invisibile che mi raccomandava di pregare. Questo mi colpì maggiormente, perché, se devo confessare la verità, molto raramente cercavo di elevare il mio spirito attraverso la preghiera.

In seguito, continuai a sviluppare le mie capacità, al punto da scrivere con grande facilità. Le comunicazioni che ricevevo riguardavano questioni filosofiche e morali, venivano sempre trattate con grande competenza e la bellezza dello stile sorprese me e tutti coloro che conoscevano le mie limitate capacità letterarie».

Molto probabilmente, Madero dialogava col proprio inconscio, ma gli effetti di questo strano fenomeno furono – in tutti i sensi – eccezionali.

Dopo otto mesi di studio trascorsi in California, nel 1893 Francisco Madero tornò in Messico; ma l’uomo che si stabilì a San Pedro de las Colonias, nello stato di Coahuila a gestire l’immenso patrimonio terriero, era molto diverso dal giovanotto che ne era partito sette anni prima.

In Madero, la fede nella morale rivelata dagli spiriti non era una semplice avventura intellettuale, o una vaga aspirazione ai grandi ideali. I messaggi che credeva gli fossero inviati dagli spiriti tendevano a una formazione assoluta della persona, perché fondata sui postulati dell’etica ultraterrena:

«La cosa principale che dovete fare è forgiare il vostro carattere, cioè educarvi, perché il carattere è l’individuo, la personalità; e la base principale del carattere, ciò che gli conferisce il suo vero valore, è la volontà, forza suprema dell’anima, forza spirituale per eccellenza, una forza così potente che a volte la ferma volontà di un uomo ha salvato nazioni e persino l’umanità». (Messaggio ricevuto il 10 ottobre 1903).

Egli mise in pratica gli insegnamenti che era convinto provenissero dal mondo perfetto degli spiriti, e realizzò riforme in aiuto dei contadini che sono, ancora oggi, esempi di una avanzatissima politica sociale.

I latifondisti trattavano i loro peones come schiavi o animali, pagandoli appena per farli sopravvivere, costringendoli a comprare negli spacci di proprietà dei latifondisti stessi (tiendas de raya) merce scadente a prezzi tanto alti che i lavoratori erano in perenne debito verso il proprietario, e per questo restavano legati alla terra come veri servi della gleba.

Madero, nei suoi possedimenti, abolì le tiendas de raya, aumentò il salario, fornì a proprie spese scuole gratuite e servizi medici omeopatici ai suoi contadini, che visitava lui stesso e ai quali regalava i medicamenti che acquistava per loro.

Gli altri latifondisti e alcuni parenti, soprattutto il nonno Evaristo, consideravano Francisco un esaltato, o nella migliore delle ipotesi un ingenuo.

A Madero gli spiriti avevano rivelato che la vita terrena è l’occasione fattuale per l’evoluzione morale di ciascuno, e il perfezionamento delle anime è in dimensione sociale: restare indifferente al dolore altrui è regredire nella ascesi spirituale. Lo spirito del fratellino Raul, morto a quattro anni nel 1887 in un incendio, gli aveva dettato molto chiaramente la legge morale:

«L’unico modo per essere felici e per elevare il proprio spirito è quello di fare il bene ai propri simili, sacrificando i propri interessi egoistici sull’altare del bene comune».

Un altro spirito che Madero fu certo gli dettasse messaggi disse di chiamarsi José. Mentre le comunicazioni di un terzo spirito erano siglate B.J., e Madero pensava a Benito Juarez (1806-1872), presidente liberale e democratico.

Lo spiritismo kardecista fra Otto e Novecento aveva una marcata valenza sociale, che in Madero divenne l’elemento centrale della sua filosofia, ma anche del suo progetto politico. Nel 1900, Francisco aveva fondato il Circulo de Estudios Psicologicos de San Pedro a Coahuila, per il quale era il medium scrivente. Partecipò ai primi due congressi nazionali messicani di spiritismo, nel 1906 e nel 1908. Dal 1904 aveva iniziato a collaborare alla rivista spiritistica La Cruz Astral.

Gli spiriti comunicarono a Madero che non era sufficiente la filantropia che egli esercitava verso i suoi operai. Era necessario un impegno più vasto, che riguardasse tutta la popolazione messicana, per essere un modello ed un esempio per tutta l’umanità.

Nel suo Manual espírita (Manuale spiritico) scritto fra il 1909 ed il 1910 e pubblicato sotto lo pseudonimo Bhima a Mexico City nel 191, quando Madero era già stato eletto presidente, si leggevano messaggi ultraterreni come questo:

«Se, quindi, desideriamo che l’umanità adori Dio e agisca in armonia con la Sua legge, dobbiamo insegnare all’umanità tale legge. Dobbiamo operare con tutti i mezzi a nostra disposizione affinché questa legge possa essere conosciuta da tutti.

Dobbiamo operare allo stesso modo per realizzare il progresso dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo è necessario grande altruismo, distacco da tutte le meschinità di questo mondo, mantenendo lo sguardo fisso su ideali così elevati e dedicandoci risolutamente a lavorare per il loro trionfo. I mezzi per raggiungere questo obiettivo in pratica sono: impegnarsi a diffondere l’istruzione pubblica, accelerare lo sviluppo morale degli individui combattendo i loro vizi e incoraggiando lo sviluppo delle loro virtù.

Ciò si ottiene lavorando diligentemente per promuovere ogni tipo di idea progressista e benevola, partecipando a società e gruppi dedicati a fini altruistici di qualsiasi natura. Tuttavia, gli sforzi in questo ambito sono spesso insufficienti e diventa necessario agire su un terreno più insidioso, combattendo contro governanti corrotti che ostacolano ogni azione altruistica, che opprimono il popolo e negano loro ogni libertà, persino la libertà di impegnarsi per il proprio miglioramento».

Francisco Madero si dedicò alla lotta politica per realizzare questo programma di emancipazione, per lui prima spirituale che materiale. Nell’attività di Madero, il miglioramento delle condizioni di vita del popolo non era il fine, ma il mezzo per realizzare l’autentica evoluzione e la più radicale liberazione.

«La prima libertà da conquistare è la libertà di pensiero, seguita da tutte le altre, poiché l’umanità è un essere libero con diritti concessi dal Creatore alla nascita, diritti che devono essere custoditi come l’eredità più preziosa, in quanto indispensabili per l’evoluzione e il progresso.

Un popolo che non gode di libertà è governato dalla violenza e dal capriccio. Chi governa in questo modo lo fa per soddisfare le proprie passioni e non si preoccupa in alcun modo del progresso e del benessere di coloro che governa. Per queste ragioni, l’uomo deve sforzarsi di garantire che le persone tra cui vive godano di completa libertà, e poiché questa libertà deve sempre basarsi sul rispetto della Legge, egli deve lottare senza esitazione contro i suoi violatori, contro i cattivi governanti che usurpano i diritti del popolo, senza lasciarsi scoraggiare dal pericolo di perdere la vita, perché dobbiamo essere sempre disposti a sacrificarci per amore della libertà, per il bene comune, imitando in questo l’esempio di Gesù e di tanti martiri ed eroi che hanno versato il loro sangue per l’umanità».

E forse Madero già pensava a se stesso come uno di questi martiri.

Nel 1909, Madero diede alle stampe il libro La sucesiòn presidencial en 1910 (La successione presidenziale nel 1910) e fu questo il suo primo atto politico pubblico.

In quel tempo, governava il Messico da trent’anni il generale Porfirio Diaz (1830-1915), tipico dittatore latinoamericano: corrotto, arrogante, repressivo, classista. E gran mangiatore, amante della cucina francese. Nel suo Messico, i ricchi – a partire da lui – vivevano benissimo a spese della popolazione.

Diaz era, teoricamente, presidente eletto di una repubblica; di fatto era il sovrano a vita di una oligarchia. E quando, nel 1910, era attesa la solita elezione truccata che lo avrebbe confermato ancora una volta alla presidenza, Madero propose, con spiritistico candore, al vecchio generale di accettare il vero libero verdetto popolare; ovviamente Diaz non ci pensò neppure a farsi da parte e Madero iniziò la sua campagna col motto Sufragio efectivo, no reelecciòn: votazione autentica, no rielezione automatica.

Nel 1910, Madero iniziò la lotta armata contro il regime del dittatore, e questa decisione sorprende in un uomo che aveva sempre parlato di fratellanza universale e amore come autentico progresso spirituale.

Francisco Madero firmava i suoi articoli sulla Cruz Astral e su Helios con gli pseudonimi Arjuna e Bhima, due personaggi della Bhagavad Gita, il celebre poema religioso-filosofico, parte del più ampio Mahabaratha. In particolare, il poema narra, in un contesto di battaglia, il dialogo fra il dio Krishna e il principe guerriero Arjuna, che è incerto se attaccare o no i parenti usurpatori del suo trono. Krishna lo convince che il dovere di ristabilire l’ordine etico violato legittima anzi impone la guerra. E la grandezza della lotta non è nella certezza della vittoria, ma nella piena adesione al sacro compito del guerriero, che ha il dovere morale di agire per la Giustizia.

È evidente che Madero si sentiva l’Arjuna del suo paese. Glielo assicuravano gli spiriti: 

«Il tuo trionfo sarà luminoso e avrà incalcolabili conseguenze per il nostro caro Messico» (messaggio ricevuto il 5 dicembre 1908).

Madero conosceva benissimo la Bhagavad Gita, di cui pubblicò il commento a puntate sulla rivista Helios, e che restò incompiuto per l’assassinio del suo autore. Nel suo zaino, durante la breve intensa campagna militare contro l’esercito di Diaz, non mancava mai una copia del poema tradotto in spagnolo.

Quando Francisco Madero fu eletto presidente, la rivista Helios scrisse tra l’altro:

«Nel suo spirito, c’erano senza dubbio sentimenti contrastanti che spingevano sia all’inerzia che all’azione, il che per lui forse esemplificava quella scena spaventosa del libro sacro dell’Oriente in cui Arjuna, nel mezzo di una battaglia depone le armi, dopodiché il dio lo rimprovera e, con un linguaggio superbo, lo costringe a combattere… Così, l’apostolo divenne un guerriero».

La Bhagavad Gita fu per Madero la bussola etica della sua azione, lo specchio dove proiettare la sua esperienza personale che gli rimandava la direttiva per la sua pratica politica.

Nei combattimenti, Madero si dimostrava molto coraggioso, sebbene fosse un omino alto poco più di un metro e mezzo e non avesse alcuna conoscenza tattica. Madero era certo che la morte del corpo non avrebbe intaccato il suo spirito immortale; era pronto a seguire la Bhagavad Gita fino all’ultimo sacrificio, che lo avrebbe collocato in un piano spirituale più elevato, pronto per la successiva reincarnazione.

Madero non amava affatto la guerra, ma a suo avviso una giustizia superiore la giustificava: una convinzione pericolosissima, che non risulta devastante solo in anime pure, mistiche come quella di Madero.

E che egli fosse sincero e onesto lo prova tutto il suo breve periodo quale presidente del Messico. Salito alla carica il 6 novembre 1911, non imitò in nulla chi lo aveva preceduto: vietò che fossero giustiziati i suoi nemici catturati, lasciò la più ampia libertà di stampa (anche quando lo attaccava furiosamente), autorizzò e protesse l’attività sindacale e il diritto di sciopero, aumentò i fondi per l’istruzione pubblica, continuò a finanziare personalmente iniziative di beneficenza per il popolo.

Madero fallì la più attesa e importante delle riforme, quella agraria. Egli pensò di agire legalmente per distribuire ai contadini le vastissime terre possedute dai latifondisti: lo stato avrebbe acquistato le terre e le avrebbe assegnate ai contadini. Ma la magistratura a cui affidò questo compito era l’espressione della classe sociale conservatrice, spesso legata direttamente ai grandi proprietari terrieri. Così, la restituzione della terra a chi la lavorava e non possedeva nulla avveniva lentamente e con enormi difficoltà. Pancho Villa criticò per questo Madero, a cui pure restò sempre fedele, mentre Emiliano Zapata se ne allontanò e lo accusò di avere tradito la rivoluzione.

Il povero, puro, integro Francisco Madero si trovò isolato da destra e da sinistra: i latifondisti lo odiavano perché aveva abbattuto il regime di Diaz e aveva riconosciuto diritti ai lavoratori; i proletari lo disprezzavano perché non realizzava interamente ciò per cui avevano lottato. In tutta la rivoluzione messicana, forse Madero era il solo che credeva bastasse conoscere il bene per seguirlo. Egli venne catturato in una congiura di ministri e generali, con la decisiva collaborazione degli Stati Uniti, che volevano abolire la nuova politica sociale la quale minacciava di ridurre i loro enormi profitti in Messico. 

Esecutore materiale dell’omicidio fu Francisco Cardenas Sucilla, il quale fingendo che Madero stesse fuggendo dalla prigione in cui era richiuso, lo uccise a colpi di pistola. Ne fu premiato con 18.000 pesos e il grado di tenente colonnello. Quando, nel 1920, sette anni dopo, Cardenas Sucilla fu arrestato dal nuovo governo messicano che lo voleva giudicare per l’assassinio del presidente, si suicidò.

Per chi vuole credere nel mito consolatorio del Karma, c’è qualcosa da raccontare.

Immagine: Francisco Madero in un murale di Diego Rivera, da Wikimedia Commons, foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0