Turpinite, la misteriosa arma segreta del 1914
di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Una delle nostre aree d’interesse – chi ci segue lo sa – è rappresentata dalle voci, leggende e storie a sfondo fantastico relative alla Prima Guerra Mondiale. Il primo colossale conflitto globale dell’era moderna, ancora più dei precedenti, generò ogni genere di storia, molte delle quali esplorate almeno in parte, altre poco note o sepolte negli archivi e nelle raccolte dei periodici. Tra queste, un posto speciale è occupato dalla Turpinite: una misteriosa polvere in grado, si diceva, di bloccare all’istante mezzi e soldati nella posizione in cui si trovavano.
La Prima Guerra Mondiale, un laboratorio del leggendario
La Prima Guerra Mondiale significa prima di tutto l’irruzione tremenda della modernità e, con essa, anche della comunicazione moderna, usata in ogni modo e molte volte trattenuta a stento dalla censura, istituita in modo più o meno stringente in tutti i paesi toccati dagli eventi del 1914-18.
Assuefatti alla capacità dei social di rendere virali storie di ogni genere in una manciata di ore, si potrebbe pensare che nella Prima Guerra Mondiale le voci e le dicerie ci mettessero parecchio a diffondersi e a diventare prevalenti. Invece non è così: certo, non esisteva capacità istantanea di ritrasmissione, ma questo non toglie che tutto potesse avvenire in tempi brevi.
Fra le tante leggende della Grande Guerra, molte sorsero entro poco tempo dall’inizio dello scontro. Qualche esempio? In Inghilterra, a partire dall’ultima settimana di agosto, corse prima di bocca in bocca, poi sui giornali locali e infine su quelli nazionali, la voce sull’arrivo nei porti inglesi di un milione di cosacchi russi, inviati via nave in fretta e in furia per un intervento massiccio sul fronte occidentale, dove – si diceva – avrebbero rapidamente travolto i tedeschi. C’erano persino testimonianze che parlavano di avvistamenti di lunghi convogli ferroviari carichi di soldati zaristi in viaggio verso la Manica, da dove i russi si sarebbero imbarcati per la Francia.
Alla fine di settembre, sull’Evening News di Londra, lo scrittore Arthur Machen pubblicò invece il racconto The Bowmen, “Gli arcieri”, che diede il via al mito secondo il quale angeli in varia guisa avevano fatto la loro apparizione salvifica sulle trincee, a difesa dei soldati britannici (ma ci sono versioni anche sul versante tedesco, nella Grande Guerra).
Ci sono anche vicende più bizzarre, come quella della grande società alimentare svizzera Maggi, sospettata da anni di essere controllata dai tedeschi, i cui cartelli pubblicitari metallici posti lungo le strade e nei paesini francesi furono smontati appena iniziate le ostilità, nel timore che sul retro agenti nemici avessero nascosto indicazioni utili ai reparti tedeschi che avanzavano.
Ma l’elenco delle dicerie è lungo e articolato: si va da bambini, bigliettaie del tram e santi in incognito che profetizzvano l’imminente fine della guerra, a misteriosi dirigibili a guardia delle città, a caramelle avvelenate gettate dagli aerei per colpire i civili, a vaccini mortali usati dagli stati per diminuire i sussidi di guerra, alle spie travestite da capi scout o da sacerdoti, ai militari riconoscenti che avvisavano le infermiere di non prendere la metropolitana, alle storie di atrocità come quelle sui mitraglieri austriaci incatenati ai pezzi di artiglieria o sui teschi caduti in battaglia usati per produrre candele e glicerina.
E poi, ultima non ultima, c’è l’arma fantastica per eccellenza, il “raggio della morte”, di cui in vari modi si favoleggia sin dagli Anni 70 dell’Ottocento – figlio dell’elettricità, dell’invenzione della radio e della letteratura d’anticipazione, esploso in mezzo mondo alla vigilia della guerra, nel 1913, proprio per le vicende di un italiano, Giulio Ulivi. La vicenda che raccontiamo in questo articolo è quella di un’arma segreta che si può considerare un “quasi” raggio della morte. È quella che fu intestata suo malgrado a un ingegnere francese, François Eugène Turpin. Vediamo chi era, che cosa si raccontava di lui, e perché l’arma segreta che gli fu attribuita aveva caratteristiche particolarmente curiose.
La lunga vita di Eugène Turpin, mago dei botti
Come mai questo parigino, vissuto a cavallo fra Otto e Novecento e oggi meno che mai noto agli italiani diventò oggetto di una storia così dirompente? A conoscerne un po’ meglio la biografia si capisce come tutto ciò fu possibile. A suo tempo, infatti, Turpin fu un personaggio di rilievo.
Nato nel 1848, François Eugène Turpin è stato un chimico dalle idee innovative di successo, in primo luogo nella chimica industriale. Ideò coloranti moderni, facili da usare e duttili. Per esempio, se a un certo punto in Europa si cominciarono a produrre in massa giocattoli di caucciù dai colori vivaci e attraenti, lo si deve in parte a lui, grazie alle miscele di ossido di zinco e di eosina da lui preparate.
Ma fu soprattutto in ambito militare che Turpin diede il via agli sviluppi più importanti. Lavorando sui fenoli, in particolare sull’acido picrico, ne studiò le capacità esplosive, e dal 1885 lo promosse sotto il nome di melinite. In pochissimo tempo la melinite sostituì la tradizionale polvere nera come esplosivo per i proiettili d’artiglieria, aprendo la strada ai tipi di cannoni che faranno tremende stragi nella Prima guerra mondiale.
Ma Turpin diventò celebre tra i francesi e tra gli europei in generale anche per un altro motivo. Tre anni prima che esplodesse il clamoroso caso Dreyfus, la vicenda dell’ufficiale accusato di spionaggio a favore della Germania per pregiudizio antiebraico, Turpin fu incolpato per i suoi rapporti industriali con aziende tedesche e, nel 1891, condannato al carcere militare senza prove serie a supporto. Una campagna di stampa volta a mostrare come fosse in perfetta buona fede e non avesse ceduto nessun segreto a Berlino fece sì che il presidente della repubblica, Sadi Carnot (solo omonimo di suo zio, il fisico scopritore delle leggi della termodinamica) lo graziasse dopo meno di due anni.
Turpin intraprese anche lunghe cause giudiziarie contro lo stato, contro le imprese concorrenti, accusate di averlo raggirato sfuttando la sua melinite, e anche contro Jules Verne, reo di essersi ispirato a lui in maniera infamante nel romanzo del 1896 Face au drapeau, in cui è rappresentato come inventore di un nuovo super-esplosivo.
Quando saltò fuori la nostra vicenda la sua stella era ormai al tramonto, ma tutto quanto aveva fatto e gli era capitato lo rendeva un soggetto ideale per il sorgere di leggende e dicerie, nel quadro della conflagrazione appena iniziata. Ci volle poco, perché la cosa si trasformasse in realtà.
La Francia è salva?
Fine agosto 1914. La Prima Guerra Mondiale è iniziata da poco più di tre settimane, ma le conseguenze sul fronte occidentale sono già tremende. Il Belgio regge a malapena la spinta tedesca, che ha raggiunto Bruxelles il giorno 19. Si combatte la cosiddetta Battaglia delle frontiere. Gli anglo-francesi cercano di contenere l’avanzata tedesca, ma subiscono perdite talmente pesanti da dover retrocedere di parecchi chilometri. Le perdite fra i civili sono altissime: in Belgio, i tedeschi si abbandonano ad eccessi di ogni genere. È in questo quadro di tensioni altissime che fa la sua comparsa la voce della “polvere Turpin”.
Siamo certi che anche questa storia, come quelle che abbiamo ricordato, comparve molto presto. Un resoconto particolarmente interessante ci arriva da un linguista francese di grande levatura, Albert Dauzat (1877-1955), che era stato richiamato in servizio militare al momento dell’inizio delle ostilità e aveva iniziato a prendere nota in tempo reale di quanto stava accadendo. Raccolse anni dopo i suoi appunti su quei giorni, dapprima in un volume del 1916 (Impressions et Choses vues – juillet-décembre 1914, Attingeres Frères, Neuchâtel, Svizzera) e poi sul numero del 16 luglio 1918 di uno dei più importanti periodici letterari francesi, Il Mercure de France. Quelle riflessioni, infine, diventarono parte di un volume centrato proprio sulle mille storie che erano circolate durante la guerra, Légendes, prophéties et superstitions de la guerre (La Renaissance du livre, Parigi, 1919).
Il 29 agosto 1914 Dauzat era impiegato presso un ospedale militare dell’ovest della Francia. Quella mattina il direttore del nosocomio, un maggiore parigino, colto, scettico, dalla mentalità scientifica, era entrato tutto soddisfatto nel suo ufficio, annunciando che nelle foreste della Lorena, dopo aver finalmente ottenuto il consenso per il suo utilizzo da parte degli alleati, tremila soldati tedeschi erano stati uccisi in modo istantanteo dalla polvere Turpin. Un altro maggiore medico raccontava felice che la nuova arma era stata sperimentata su mille ovini: dopo un attimo, ne rimanevano vivi tre.
Una settimana dopo, recatosi a Parigi, Dauzat constatava che la voce era diffusissima anche fra gli strati popolari, che chiamavano l’arma “polvere per le cimici” (dove, evidentemente, per “cimici” s’intendevano i tedeschi). Alcuni soldati raccontavano di quarantamila nemici uccisi in quel modo poco tempo prima nella foresta di Compiègne. Un vicino di tram di Dauzat gli spiegava che la polvere Turpin aveva un duplice effetto: endocardite fulminante e asfissia, visto che bruciava l’ossigeno per quasi un chilometro intorno a ogni punto in cui esplodeva.
L’evoluzione di una voce
Luigi Barzini sr., forse il più noto giornalista italiano dell’epoca, a fine agosto 1914 era a Parigi. Anche lui raccoglieva le voci in circolazione, e ne scriveva sul Corriere della Sera. I dettagli che riporta nell’edizione dell’8 settembre sono fantasmagorici. I tedeschi colpiti dall’esplosivo, che Barzini colloca nella categoria dei gas, s’immobilizzano all’istante, diventando “come delle statue di cera”. D’altro canto, il mezzo è talmente micidiale che, dopo dieci colpi, “un cannone che spedisca al nemico l’affare Turpin” diventa inutilizzabile. Ecco perché si lasciano avanzare e affluire al fronte i tedeschi, dice la voce raccolta nei bar della capitale: è per colpirli meglio, in massa.
Nell’ultima decade di settembre, per lo più attraverso i giornali di Londra, le voci raggiunsero il resto del mondo, in particolare gli Stati Uniti, ancora neutrali (lo sarebbero rimasti sino all’aprile 1917). Il 26 settembre, un dispaccio d’agenzia dalla capitale inglese spiegava che la la turpinite – il termine è d’uso comune dapprima nella stampa anglofona, non in quella francese o italiana, dove compare in ottobre – è stato usato nella battaglia della Marna, visto che i tedeschi continuavano ad avanzare, sebbene fosse stata pensata per difendere Parigi, nel caso fosse stata minacciata in modo diretto. Intere trincee, invase dai “fumi” della turpinite diventano la tomba istantanea dei soldati tedeschi, irrigiditi con le armi in mano a causa di una paralisi istantanea.
Lo stesso 26 settembre, la Associated Press scrive da San Francisco che una donna di quella città ha ricevuto una lettera dal cugino, che combatte insieme ai francesi, in cui racconta che 1600 tedeschi sono stati trovati morti, simili a statue, nell’atto di prendere la mira con le loro armi: il nuovo esplosivo li ha paralizzati in un attimo.
A inizio ottobre 1914, anche il Times avvalorava la realtà della turpinite: non siamo riusciti a individuarla, ma, a quanto pare, quello che era uno dei più autorevoli quotidiani del mondo pubblicò persino una foto di soldati tedeschi uccisi in Belgio la cui morte attribuiva alla nuova, micidiale arma.
Le fonti anglo-americane di quel periodo, a partire dal 6 ottobre 1914, sono innumerevoli.
La leggenda irrisa
Non è chiaro quanto tempo ci volle perché la storia della polvere Turpin passasse di moda, diventando oggetto di prese in giro sui periodici. È plausibile che, come alcune fonti indicano, sia circolata per qualche settimana, prima che se ne avesse traccia sulla carta stampata. Può darsi che in una certa misura, data la sua natura implausibile, da parte della stampa francese abbia agito un’autocensura, almeno per un po’ – se non ci furono addirittura disposizioni al riguardo da parte delle autorità, perché non si battesse la grancassa su voci incontrollate. Ma la barriera, ammesso che ci sia mai stata, resse poco anche in Francia.
Di certo, in Italia la vicenda fu ben presto considerata un esempio di speranze mal riposte, specie dopo che anche il nostro paese entrò nel conflitto. Il 1° ottobre del 1915, su La Stampa Domenico Russo scriveva da Parigi:
Ricordate quante speranze nei cuori, per le invenzioni attribuite, nel primo mese della guerra, a Turpin? Senza che nessun giornale si fosse arrischiato a narrarlo, il pubblico francese seppe un bel giorno, che il padre della melinite aveva inventato un composto nuovo, un esplosivo infernale, capace, di asfissiare, di ammazzare in un attimo due, tre, quattromila avversari. L’esperienza fatta in un paese del mezzogiorno, sopra torme di animali – giuravano – ne aveva mostrato gli effetti, terribili e sicuri… Il ministrò della guerra aveva allora chiamato Turpin, e se l’era associato… I rivenditori ambulanti del Boulevard vendettero in quei giorni centinaia di migliaia di cartoline illustrate, ove l’inventore taumaturgico era nella sua effigie, glorificato… Pur troppo, ma che giova insistere? Era un’illusione. La quale, però non nocque, anzi giovò a mantenere saldi molti spiriti, nelle ore più fosche. Turpin svanì nell’oblio; nessun altro, nella immaginazione popolare parigina, doveva raccoglierne l’eredità.
Speranza delusa, quella nella turpinite, ma che almeno aveva tenuto saldi gli spiriti.
La turpinite in una fonte italiana
Nel 1933, nel suo Postille in margine alla Grande Guerra (Cabianca editore, Verona, pp. 89-91), Bartolomeo Vassalini, benestante veronese che scrisse soprattutto di cose venete, nel raccontare la Prima Guerra Mondiale, come molti altri dedicava pagine sparse a voci, invenzioni, leggende, false notizie circolate durante il conflitto. C’era spazio anche per la polvere Turpin, una storia per lui nata dal fatto che, a inizio guerra, il vecchio inventore intendeva rimettersi in gioco, e per questo, dopo gli alti e bassi di cui abbiamo detto, aveva di nuovo offerto pubblicamente la sua collaborazione alle autorità francesi.
In effetti, il parigino Le Journal il 1° agosto 1914, due giorni prima della dichiarazione di guerra alla Germania già parlava di “armi buone e formidabili”; il 17 agosto giornali svizzeri come La Sentinelle preparavano il campo alla leggenda vera e propria: sembrava che Turpin avesse inventato un esplosivo così potente da costringere subito i contendenti a far cessare la guerra.
Quanto a Vassalini, fra le cose da lui riportate con particolare attenzione c’era quanto pubblicato dai quotidiani inglesi Pall Mall Gazette e Daily Express (non citava la data esatta di pubblicazione dei relativi articoli, ma oggi sappiamo che si trattava del 17 settembre 1914): per il primo, l’uso dell’arma segreta contro i tedeschi avrebbe presto assunto proporzioni più vaste rispetto ai primi test. Ma era l’Express a riferire particolari più eccitanti: il corrispondente del quotidiano raccontava di aver visto in prima persona gli effetti di un test, fatto su animali rinchiusi in un recinto, vicino alla costa. Da due chilometri di distanza, un singolo soldato, sparando con un fucile caricato con la polvere Turpin aveva colpito il recinto, mentre l’arma emetteva un tonfo sordo, seguito da un sibilo e da uno stridore, come quello della seta strappata. Gli animali erano morti all’istante, parecchi immobilizzati in posa grottesca, mentre nell’aria permaneva un odore di mentolo. Per Vassalini, anche il quotidiano romano La Tribuna aveva ripreso la storia del recinto della morte.
Non era tutto. Purtroppo senza citarne la fonte, ma irridendole, Vassalini riferiva altre dicerie. Un brigadiere di artiglieria aveva raccontato che il suo capitano aveva visto l’officina, sui Pirenei, dove veniva prodotta la polvere Turpin: il processo era lento, perché gli operai non potevano sostare negli stabilimenti per più di due ore a causa delle esalazioni pericolose. Gli veniva fatto ingerire molto latte e altri liquidi, diceva questa versione della leggenda.
Anche uno Stato Maggiore tedesco sarebbe rimasto ucciso, mentre desinava nella sala d’un castello: tutti i convitati tenevano ancora sospesi in aria, chi il bicchiere, chi il coltello, chi altro oggetto. Un obice Turpin era scoppiato nella corte del castello a una quindicina di metri.
L’origine di una voce
La storia della turpinite è decisamente peculiare. Sulla base delle fonti che abbiamo potuto consultare, possiamo ipotizzare che le cose siano andate così: negli Anni 80 dell’Ottocento Eugène Turpin, inventore di successo, benemerito del progresso militare francese, cade in disgrazia. Esce malconcio dalle sue vicende, ma non si rassegna del tutto a esser messo da parte.
Quando nell’estate del 1914 la catastrofe della guerra si avvicina all’Europa, offre di nuovo i suoi servigi alla Francia. Ha ideato esplosivi ancora migliori di quelli di un tempo, da impiegare nell’ormai certo conflitto. Anzi, ne ha uno talmente potente, dice a guerra già iniziata, che da solo, se disponibile ai contendenti, renderebbe ogni futura conflagrazione impossibile.
Quando la guerra arriva davvero, l’opinione pubblica raccoglie e rielabora quelle uscite di Turpin, e immagina che un nuovissimo prodotto, la “polvere Turpin” sia già impiegato contro i tedeschi, con effetti incredibili: uccide all’istante migliaia di nemici, trasformandoli in statue fisse nella morte, nella posizione in cui si trovano. Quell’arma fantastica darà ben presto la vittoria alla Francia, e la guerra, si pensa, si chiuderà entro breve tempo.
Naturalmente, niente del genere accadrà, e la voce diventerà con relativa rapidità, e comunque a guerra ancora in corso, esempio frequente di falsa voce, di dicerie irresponsabili e, in modo implicito, constatazione che l’arma finale per la vittoria non esiste.
Ma per la sua struttura la leggenda della polvere Turpin, come dicevamo, è anche decisamente curiosa.
Un po’ gas, un po’ raggio della morte
L’arma immaginata è qualcosa che somiglia chiaramente a ciò che si teme di più, in quel momento (i gas venefici), ma, allo stesso tempo, presenta caratteri fantastici (portata del raggio d’azione, trasformazione in statue, effetti sugli apparati che devono sparare i proiettili e loro caratteristiche insolite).
In questo senso, la polvere Turpin è un ibrido. Non è un gas, e non è un raggio della morte, ma qualcosa che mescola le due categorie. Del resto, nella lunga storia del mito del “raggio”, ci sono state mille varianti. Di solito, si pensa a una leggenda che ha al centro l’idea di raggi elettromagnetici in grado di distruggere tutto. Ma sotto il nome di “raggio della morte” sono state accomunate mille altre storie e varianti: armi che uccidono attraverso il suono, luci potentissime, e molto altro. Ci sono però anche, come nel caso della polvere Turpin, numerosi racconti su strani super-esplosivi, le cui capacità e qualità possono sfociare nella fantascienza – pensiamo di nuovo ai tedeschi trasformati in statue.
Infine, una considerazione triste. La polvere Turpin somigliava a un gas: il modello di fondo del suo mito è proprio quello. Quando la storia si diffuse, i gas nella guerra europea appena iniziata non erano stati ancora usati. La Convenzione dell’Aja del 1899 li vietava, ma questo non impedì ai tedeschi, a cominciare dai primi mesi del 1915, di utilizzarli, seguiti ben presto dai loro nemici (un uso sporadico di irritanti, peraltro, era già stato fatto dai francesi). Quando, a Ypres, il 22 aprile 1915 le truppe furono colpite in massa per la prima volta da lanci di cloro, le opinioni pubbliche dei paesi dell’Intesa reagirono indignate. Eppure, la nostra diceria indicava altro, l’anno prima: l’idea dell’impiego contro i tedeschi di qualcosa di simile a un gas, ma ancora più tremenda, galvanizzava civili e militari. Le sole reazioni di cui disponiamo parlano di speranza, di ottimismo e di entusiasmo, nel sentire quelle storie.
Per quanto spaventosa l’idea dei gas potesse suonare, se impiegati contro i nemici – dipinti come mostruosi e barbari, come quelli dell’Impero tedesco e austro-ungarico – appariva non soltanto qualcosa di giustificato, ma addirittura desiderabile.
Foto di Harry Fabel da Pixabay
