4 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Un ritratto dell’anima? Le fotografie galtoniane al museo Lombroso di Torino

Giandujotto scettico n°185 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

A vederla, potrebbe sembrare solo una fotografia sfocata: un uomo dai contorni indistinti che guarda verso di noi. Eppure, il nome con cui è stata etichettata dai conservatori del Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso ci racconta una storia più complessa: si tratta di un ritratto composito galtoniano, realizzato a Torino nel 1888 dal fotografo Giuseppe Vanetti su commissione di Cesare Lombroso.

Fotografia galtoniana, dal sito del Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso. Si ringrazia il museo per il permesso di ripubblicazione

Dietro questi particolarissimi manufatti fotografici, ottenuti con una tecnica ideata dallo scienziato britannico Francis Galton, c’è un interessante spaccato della storia della scienza e della criminologia del Diciannovesimo secolo che vale la pena conoscere un po’ meglio.

Francis Galton, chi era costui?

Anche se oggi il suo nome è pressoché sconosciuto al pubblico italiano, sir Francis Galton (1822-1911) ha lasciato un segno in discipline come la statistica, la psicologia e la meteorologia. Proveniva da una famiglia illustre: era nipote del filosofo Erasmus Darwin, e cugino di Charles Darwin (sua madre era la sorellastra del padre di Charles). 

Galton studiò medicina alla London Medical School e matematica a Cambridge, ma a causa di un esaurimento nervoso fu costretto ad interrompere gli studi. In seguito intraprese numerosi viaggi in Africa, che lo portarono a realizzare importanti mappature del continente, e fu insignito della medaglia d’oro della Royal Geographical Society per i suoi studi geografici. Si occupò di statistica, studiando il concetto di correlazione e regressione alla media, promosse l’uso di test e di  questionari per rendere la psicologia una scienza quantitativa, ideò un sistema di classificazione delle impronte digitali e diede un importante contributo alla meteorologia teorizzando l’esistenza degli anticicloni, termine coniato da lui stesso. Ma questa non è l’unica parola che ha consegnato alla scienza: un’altra, ben più controversa, è eugenetica, che definì nel suo Inquiries into Human Faculty and Its Development (“Indagini sulla facoltà umana e il suo sviluppo”, 1883) come “lo studio di tutti gli agenti sotto il controllo umano che possono migliorare o compromettere la qualità razziale delle generazioni future”.

Influenzato dalle teorie evoluzionistiche del cugino, Galton dedicò infatti buona parte della sua esistenza allo studio delle variazioni nelle popolazioni umane e alle loro caratteristiche ereditarie. Come molti altri scienziati dell’epoca, era convinto che le razze umane fossero facilmente distinguibili e che avessero caratteristiche somatiche ben definite. Oggi sappiamo che non è così. Fu comunque in quest’ambito che Galton ebbe un’idea: usare la nuova tecnica della fotografia per arrivare a definire un ideal type, un tipo ideale di una popolazione.

La fotografia galtoniana, ovvero, l’uomo medio

La tecnica dei ritratti compositi fu sviluppata da Galton dopo la metà del secolo e presentata su Nature nel maggio 1878: lo scopo era catturare l’essenza di un gruppo di persone attraverso la sovrapposizione di più ritratti fotografici. Si poteva generare così un’immagine “media” che rappresentasse un tipo ideale, un prototipo della categoria di persone rappresentata. Non era un’idea completamente nuova: già il filosofo britannico Herbert Spencer aveva suggerito qualcosa del genere, ma con l’utilizzo di carta velina e disegni a matita. Galton, invece, si era rivolto alla fotografia e alla possibilità di effettuare esposizioni multiple sulla stessa. 

Il procedimento, piuttosto macchinoso, prevedeva una lunga serie di passaggi. I soggetti venivano fotografati in diversi momenti, ma sempre nella stessa posa, grazie anche ad accorgimenti tecnici applicati direttamente sulla macchina fotografica: per far sì che le foto fossero scattate in condizioni simili, sulla lente erano presenti tre linee, una verticale che doveva passare per il naso e il centro del volto, e due orizzontali che venivano allineate con le pupille e con la bocca. In seguito, i negativi delle diverse fotografie erano sovrapposti su una lastra fotografica, in successione e per lo stesso lasso di tempo. Per ottenere un risultato pulito era fondamentale che i negativi fossero posizionati rapidamente e sempre nello stesso punto: per questo, Galton si serviva di un’apposita intelaiatura da lui stesso progettata. Il risultato finale era l’immagine composita, una sorta di ritratto del gruppo, in cui le caratteristiche comuni risultavano enfatizzate mentre quelle individuali si attenuavano.

Per Galton, questa tecnica era un’estensione delle tecniche statistiche di media e correlazione. In qualche modo, la fotografia galtoniana è stata vista da alcuni come un’antenata degli algoritmi generativi di immagini tramite l’intelligenza artificiale (nel senso che anche questi sfruttano un addestramento basato su migliaia di fotografie che, se riguardano uno stesso soggetto, possono arrivare a costruirsene un ideal type). La fotografia galtoniana, però, si basava su una manciata di fotografie-base. Inoltre, come anche per i moderni algoritmi, il risultato finale dipendeva fortemente dal set di partenza: in altre parole, cambiando i soggetti dei ritratti iniziali, il risultato poteva variare tantissimo. Un problema non da poco, per una tecnica che si pretendeva scientifica.. 

Fotografie galtoniane e tipi criminali

Galton cercò di applicare la sua tecnica a campi diversi. Notò che i suoi ritratti compositi apparivano spesso più attraenti di quelli degli individui singoli: un’osservazione che lo portò ad indagare sul concetto di bellezza e di “medietà” nel volto umano. Credeva pure che i ritratti compositi potessero fornire una rappresentazione concreta del tipo medio del criminale. 

Fu quest’idea ad attrarre Lombroso, figura di spicco della criminologia positivista che in quel periodo stava tentando anche lui di arrivare a definire un “tipo criminale” attraverso la correlazione tra caratteristiche fisiche e predisposizione al crimine. Nel 1887 entrò in contatto con le idee di Galton, probabilmente attraverso il testo di un suo seguace, il fotografo francese Arthur Batut: La photographie appliquée à la production du type d’une famille, d’une tribu ou d’une race (“La fotografia applicata alla produzione di una famiglia, di una tribù o di una razza”, 1887, digitalizzato su Gallica). L’opera, che Lombroso segnalò anche sulll’Archivio di psichiatria, da lui diretto, presentava le indicazioni tecniche per la realizzazione dei ritratti galtoniani.

Lombroso però non si limitò alla teoria: commissionò alcune fotografie galtoniane al fotografo Giuseppe Vanetti, che a Torino aveva un famoso studio fotografico all’angolo tra piazza Vittorio Emanuele e via Barolo. L’esemplare conservato al Museo di Antropologia Criminale risale probabilmente a questi primi esperimenti: è infatti una “media” di soli due uomini, forse di due criminali, forse ritoccato a pennello. Ben più semplice, per Lombroso, effettuare la stessa operazione sui crani dei malviventi che studiava: nel 1888 il criminologo ne fece trarre alcuni ritratti compositi, che pubblicò sulla sua rivista (potete vederne qui un paio).

L’illusione della scientificità

I ritratti compositi galtoniani ebbero un certo successo fra gli scienziati di fine Ottocento, ma ben presto furono abbandonati: nonostante le aspettative iniziali, le ricerche di Galton non condussero alla scoperta di tipi ideali. Galton sperava che la sua tecnica potesse aiutare nella diagnosi medica, identificando ad esempio un “tipo malato” di tubercolotico prima ancora che la malattia si sviluppasse. Questi tentativi, ora lo sappiamo, poggiavano su basi molto traballanti: la tubercolosi, che oggi sappiamo essere dovuta a un ceppo batterico, per Galton era invece una malattia ereditaria derivante dalla predisposizione costituzionale. 

Nemmeno il campo della criminologia riservò soddisfazioni allo studioso: anche in questo caso, le fotografie composite finivano per assomigliare a persone “normali” e non condussero a nessuna scoperta, anche se inizialmente furono utilizzati da Lombroso e da altri studiosi come supporto alle loro teorie. 

Il ritratto composito conservato al Museo Lombroso è la testimonianza di un’epoca in cui la ricerca scientifica era animata da grandi speranze, ma anche improntata a convinzioni fortissime sull’esistenza delle razze o di correlazioni tra l’aspetto fisico di una persona e le sue inclinazioni morali. Ci ricordano che la scienza non è un filo diretto dall’ignoranza alla conoscenza, ma che spesso fa giri tortuosi, imboccando vicoli ciechi e prendendo solenni cantonate a opera dei suoi stessi addetti. E che, al contrario di quanto alcuni pensano, non è neutra: la sua storia dipende dai valori, dalle ideologie e dal contesto sociale in cui uomini e donne lavorano e la producono.

Foto di apertura di Th G da Pixabay