4 Giugno 2026
Approfondimenti

Le trasfusioni di plasma per invecchiare in salute: mito o realtà?

di Calogero Caruso, Professore Emerito dell’Università di Palermo

Sappiamo tutti che, almeno nel mondo occidentale, l’aspettativa di vita è aumentata considerevolmente nel corso del XX secolo ma, sebbene molte persone oggi vivano più a lungo, non sempre questo significa che vivano in buona salute. E indipendentemente dalle condizioni fisiche la maggior parte degli individui vorrebbe poter prolungare la propria vita il più possibile. Da sempre l’Uomo è alla ricerca del segreto dell’immortalità. Alcune persone oggi sperano di rallentare l’invecchiamento attraverso le trasfusioni di plasma (la parte liquida del sangue) da donatori giovani. Negli Stati Uniti diverse strutture offrono questo tipo di trattamento con la promessa di ringiovanire il paziente anziano e di trattare le malattie legate all’età. Ma da dove nasce questa idea?

Secondo un resoconto storico di dubbia attendibilità, che via via viene riproposto, al moribondo Papa Innocenzo VIII (1432-1492) sarebbe stata praticata una trasfusione usando il sangue prelevato da tre ragazzini di dieci anni, che poi sarebbero morti la sera stessa per colpa della flebotomia. Ma, a parte una nota dello storico Stefano Infessura (1435 circa – 1500 circa) che accusava di tale nefandezza l’archiatra pontificio, Giacomo di San Genesio, probabilmente con finalità antisemite, non se ne trova traccia in alcun’altra fonte coeva e quindi è da respingere come storicamente infondata.

Le basi di questi trattamenti derivano invece da studi sulla parabiosi, una tecnica sperimentale in cui due organismi animali sono uniti chirurgicamente per condividere il sistema circolatorio. Il termine parabiosi deriva dal greco para (“accanto”) e bios (“vita”). Il fisiologo francese Paul Bert (1833-1886) è considerato uno dei pionieri nello studio della parabiosi. Bert inizialmente sviluppò questa tecnica per migliorare la comprensione dei trapianti d’organo e delle interazioni tra sistemi circolatori diversi. I suoi studi posero le basi per ricerche successive che si sarebbero poi concentrate sull’invecchiamento, sulla rigenerazione tessutale e sull’influenza dei fattori circolanti nei processi fisiologici. 

Il tipo di parabiosi necessario per gli studi sull’invecchiamento prende il nome di parabiosi eterocronica, perché vengono collegati un animale giovane e uno anziano. Negli esperimenti, i topi anziani sembrano beneficiare del contatto con il sangue giovane, migliorando la loro salute e aumentando la lunghezza della loro vita. Al contrario, i topi giovani esposti al sangue di animali anziani mostrano effetti negativi, suggerendo che alcuni fattori circolanti legati all’età possono accelerare il processo di invecchiamento. Si osservano quindi due fenomeni distinti: il ringiovanimento indotto e l’accelerazione dell’invecchiamento. Il primo si verifica quando un topo anziano è esposto al sangue di un animale giovane, beneficiando del suo ambiente sistemico. Il secondo avviene quando un animale giovane viene esposto al sangue di un topo anziano, subendo un invecchiamento accelerato.

Gli studi hanno dimostrato che quasi tutti i tipi di cellule possono subire cambiamenti in risposta alle modifiche della composizione del sangue, comprese quelle non direttamente esposte alla circolazione del sangue. In particolare nei topi il sangue “giovane” ha mostrato effetti benefici sorprendenti, migliorando la memoria, la forza muscolare, la funzione del cuore, del fegato e del pancreas e la riparazione ossea. L’esposizione al sangue “giovane” sembra persino invertire alcuni segni dell’invecchiamento a livello molecolare, influenzando i marcatori epigenetici, i profili proteici e metabolici. Il sangue di un animale anziano invece tende a generare effetti opposti nei topi giovani, accelerando il loro declino fisiologico.

La connessione tra i due organismi nella parabiosi eterocronica permette lo scambio di componenti contenuti nel sangue, come ormoni, enzimi, cellule del sangue, RNA non codificanti, vescicole extracellulari e persino mitocondri che possono influenzare il funzionamento delle cellule e dei tessuti. Come accennato precedentemente, una delle scoperte più interessanti è che alcuni aspetti del declino legato all’età potrebbero essere contrastati o addirittura invertiti. Alcune proteine circolanti sembrano avere un ruolo chiave in questo processo, ma i meccanismi esatti alla base di questi cambiamenti sono ancora poco compresi. Decifrare questi processi è essenziale per sviluppare strategie efficaci per rallentare l’invecchiamento e migliorare la qualità della vita. Grazie a questi studi le proteine, o altre molecole, individuate come importanti nel processo di invecchiamento potrebbero diventare bersagli fondamentali per la ricerca. In un primo momento potrebbero aiutare a comprendere meglio i meccanismi che regolano l’invecchiamento; in seguito, potrebbero essere utilizzate per sviluppare strategie capaci di rallentare gli effetti negativi dell’età, come le malattie legate all’invecchiamento, contribuendo così a migliorare la qualità della vita. I ricercatori di tutto il mondo stanno esplorando la possibilità di farmaci che inibiscano le vie che accelerano l’invecchiamento e che stimolino quelle che invece lo rallentano, aprendo la strada a nuove terapie per contrastare il declino legato all’età.

Un aspetto interessante di questi studi è che hanno portato la comunità scientifica a riflettere su un fenomeno naturale simile alla parabiosi eterocronica: la gravidanza. Durante la gestazione, madre e bambino condividono fattori circolanti nel sangue e questo solleva una domanda affascinante: il feto potrebbe subire effetti negativi da alcuni elementi presenti nel sangue materno? Un recente studio ha scoperto che la gravidanza accelera l’invecchiamento biologico della madre. Tuttavia il parto sembra avere un effetto compensatorio, rallentando questo processo. Anche se questi effetti non fossero confermati in tutti i casi, approfondire la loro regolazione potrebbe offrire nuove prospettive sulla biologia dell’invecchiamento e sulla salute materna. 

Ritornando alla parabiosi sperimentale, servono studi approfonditi per isolare i principi attivi, verificarne la sicurezza e adattarli alla complessità della biologia umana. Esistono ancora molte sfide e opportunità da esplorare con la parabiosi eterocronica. Tra queste la standardizzazione dei protocolli per ottenere il massimo delle informazioni e garantire la riproducibilità, l’identificazione di fattori più specifici con possibile potenziale farmacologico. Sarebbe poi necessario condurre esperimenti simili su altri modelli animali. 

Per quanto riguarda la trasferibilità dei risultati agli esseri umani bisogna tenere presente che i topi da laboratorio sono modelli semplificati in quanto gli animali sono inbred (geneticamente identici e con un elevato grado di omozigosi perché ottenuti medianti incroci ripetuti per molte generazioni tra fratello e sorella) e trascorrono tutta la vita in gabbie in condizioni controllate. L’invecchiamento umano e le malattie età correlate sono processi multifattoriali, influenzati da fattori ambientali non controllati, da vari stili di vita, da eventi casuali: come ci insegna la medicina evoluzionistica non esiste un unico modello di invecchiamento, ognuno invecchia e si ammala in modo unico perché unico è il suo genotipo e unico è l’esposoma (l’esposoma può essere definito come la misura di tutte le esposizioni non genetiche che possono influenzare la salute umana, quali ad esempio l’ambiente fisico, la dieta, lo stile di vita, le sostanze chimiche, le infezioni, lo stato socio-economico).

Non dimentichiamo poi che, nello studio più importante per i risultati positivi ottenuti, la parabiosi è durata 3 mesi. Ovviamente non è proponibile la connessione tra i sistemi vascolari di un soggetto anziano con un soggetto giovane, non solo per motivi facilmente intuibili, ma anche per motivi biologici: si dovrebbero utilizzare farmaci immunosoppressori per sopprimere l’incompatibilità immunologica tra i due soggetti, vanificando gli eventuali effetti positivi. I tentativi in atto condotti negli Stati Uniti sono quelli di utilizzare cicli di trasfusioni di plasma giovane a soggetti anziani, senza che sia mai stato effettuato un trial clinico che standardizzi le procedure (quante trasfusioni di plasma equivalgono a una singola giornata di parabiosi?), ne dimostri l’efficacia e soprattutto ne dimostri l’innocuità.

La FDA (Food and Drug Administration) agenzia governativa degli Stati Uniti responsabile della regolamentazione di alimenti, farmaci, dispositivi medici, vaccini, prodotti biologici, cosmetici e altri beni che possono influire sulla salute pubblica, ha preso atto che ci sono delle strutture che praticano trasfusioni di plasma da donatori giovani in anziani con la presunta finalità di trattare gli effetti di una serie di condizioni che vanno dall’invecchiamento normale e dalla perdita di memoria a malattie gravi come la demenza, il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, il morbo di Alzheimer e le malattie cardiache. L’agenzia ha espresso serie preoccupazioni per la salute pubblica riguardo alla promozione e all’uso del plasma per questi scopi, non esistendo alcun beneficio clinico dimostrato scientificamente nelle trasfusioni di plasma da donatori giovani per curare, mitigare, trattare o prevenire queste condizioni; l’uso inoltre di qualsiasi prodotto plasmatico comporta possibili rischi come le allergie o le infezioni. L’agenzia ha infatti sottolineato che le trasfusioni di grandi volumi di plasma possono avere effetti avversi significativi.

Comunque in Italia non corriamo questi pericoli perché l’uso degli emocomponenti è strettamente regolato e riservato ai Centri Trasfusionali e nessuna altra entità pubblica o privata è autorizzata a raccogliere e infondere emocomponenti. In ogni caso il plasma raccolto è appena sufficiente per le trasfusioni di plasma per motivi clinici e per la produzione di emocomponenti. Tra l’altro, a differenza degli Stati Uniti, nessun donatore può vendere il suo sangue.

Un approccio differente è quello della plasmaferesi, che consiste nel prelievo di sangue da un soggetto, con immediata separazione della componente liquida da quella corpuscolata grazie all’ausilio di un separatore meccanico automatizzato, che suddivide le due componenti tramite centrifugazione. Durante la plasmaferesi, quindi, al soggetto viene sottratto il plasma, mentre la componente cellulare gli viene restituita tramite lo stesso ago di prelievo. Si utilizza per la donazione di plasma (plasmaferesi produttiva) o per motivi terapeutici. La procedura di plasmaferesi terapeutica prende il nome di plasma exchange o therapeutic plasma exchange e consiste nella rimozione del plasma della persona affetta da una malattia sistemica con disfunzione d’organo (quale a es. autoimmune, metabolica) e la sostituzione dello stesso con plasma di donatore o albumina. 

Nella letteratura medica esistono uno studio clinico pilota e una rassegna che suggeriscono come l’utilizzo della plasmaferesi terapeutica, rimuovendo il plasma contenente fattori sistemici legati all’età potenzialmente dannosi, possa rappresentare una terapia di ringiovanimento efficace e rapida. Questa tecnica potrebbe contribuire a ripristinare lo stato “giovanile” di diverse vie di segnalazione cruciali. Tuttavia, è preoccupante notare che il sito web di uno degli autori di questi studi accetta già prenotazioni per il trattamento, non solo dell’invecchiamento, ma anche per l’Alzheimer e il Long Covid-19, nonostante le evidenze scientifiche siano molto limitate. 

Fortunatamente, come già accennato precedentemente, in Italia tali pratiche sono strettamente regolamentate e riservate ai Centri Trasfusionali. Purtroppo, negli Stati Uniti, accanto alle Scuole di medicina di prestigiose università, esistono anche realtà che promuovono trattamenti non ancora validati scientificamente, esponendo i pazienti a potenziali rischi.

In verità noi non abbiamo bisogno di “pillole magiche” per invecchiare in buona salute perché sino agli 80/90 anni lo stile di vita è più importante della genetica, che svolge invece un ruolo chiave per raggiungere e superare i 100 anni. Uno studio pubblicato l’anno scorso, che ha analizzato gli stili di vita di oltre 276.000 veterani statunitensi, ha rilevato che adottare otto comportamenti sani può aggiungere fino a 24 anni alla vita. Questi includono seguire una dieta sana, svolgere regolare attività fisica, dormire bene, gestire lo stress, avere relazioni solide e non fumare, non abusare di oppioidi (grave problema in America) o alcol.

I ricercatori hanno calcolato che, aderendo a tutti e otto i comportamenti, i veterani avrebbero potuto aspettarsi di vivere fino a circa 87 anni. Per la maggior parte degli americani ciò probabilmente sembra un buon risultato; dopotutto è quasi 10 anni in più rispetto alla media dell’aspettativa di vita negli Stati Uniti. Secondo alcuni commentatori però, i risultati dimostrano che, “anche facendo tutto nel modo giusto”, non ci si può comunque aspettare di raggiungere i 100 anni. Per diventare centenari serve un piccolo aiuto dai propri antenati: più una persona invecchia, più i geni diventano importanti.

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