15 Giugno 2026
Alieni ma non troppo

Disclosure Day: Spielberg, regista Ufo-complottista?

di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Attenzione: l’articolo contiene spoiler per chi non ha ancora visto il film

Il 12 giugno scorso è avvenuto un piccolo grande fatto – segno dei tempi. L’account X della Casa Bianca ha annunciato in un suo post, il rilascio della terza tranche dei documenti sugli Ufo/Uap che, da marzo, e alla rinfusa, il Dipartimento della Guerra sta rendendo pubblici direttamente in rete, su ordine di Trump. Ci vorrà un pezzo per uno studio serio di quella massa indistinta di materiali confusi e rilasciati senza alcun ordine o logica, e non è questo che ci riguarda per ora. Quel che conta è che, oggi, ad annunciare che diciamo tutto sugli Ufo, non sono più degli addetti stampa, oppure degli ufficiali delle forze armate Usa, o persino qualche alto funzionario politico delle amministrazioni centrali, ma la stessa presidenza degli Stati Uniti. Ora, il rilievo politico del mito Ufo è diventato palese. 

Il fatto è che questo annuncio ha coinciso – letteralmente – con l’uscita nelle sale cinematografiche di Disclosure Day, “Il giorno della Rivelazione”, l’ennesimo (l’ultimo?) film ufologico di Steven Spielberg. Mentre il film era nel primo weekend di programmazione mondiale, dalla tarda serata di domenica 14 giugno dagli Usa hanno cominciato a filtrare notizie sempre più clamorose.

L’astrofisico pro-Ufo Avi Loeb, docente all’Università di Harvard, è stato incaricato dalla Casa Bianca e dai vertici di altre amministrazioni militari, oltre che dall’FBI e dalla comunità dei servizi di intelligence, di dirigere un folto gruppo di scienziati che si occuperanno di Uap con ampia disponibilità di fondi e di risorse. Fra questi, l’ex-ammiraglio della US Navy e super-pro-Ufo-alieni Tim Gallaudet (sostiene che gli alieni avrebbero basi nel fondo degli oceani), il biologo molecolare e ufologo “duro e puro” Garry Nolan e lo scettico Michael Shermer, che ha orientamenti politici di tipo conservatore. 

Quanto al film uscito in coincidenza con queste incredibili novità, di là dal merito estetico e tecnico del nuovo prodotto del regista di Incontri ravvicinati del terzo tipo, di ET, e al netto di altri sviluppi più strettamente ufologici senza precedenti, pensiamo che Disclosure Day avrà, e che stia già avendo, un impatto non trascurabile sugli ufologi e su quella parte di opinione pubblica mondiale che aderisce al mito degli Ufo alieni, e soprattutto alle sue versioni complottistiche (che poi  è ormai la maggioranza degli ufologi e del segmento di pubblico interessato a queste vicende).

Spielberg e gli Ufo: una lunga storia d’amore

Per capire cosa c’è in gioco con Disclosure Day, facciamo un passo indietro e riassumiamo il rapporto di Spielberg con gli Ufo e gli alieni, antico quanto la sua carriera e forse anche un po’ di più. Nel 1964, quando Steven ha diciassette anni, gira Firelight, un cortometraggio amatoriale bruttarello, con tanto di alieni invasori. Il film viene proiettato in un cinema di Phoenix e incassa abbastanza da coprire il costo della produzione. Tredici anni dopo, Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) trasforma quella fascinazione in capolavoro. Gli alieni di Spielberg non sono invasori: sono una rivelazione. Il film è figlio del suo tempo l’America post-Watergate, post-Vietnam, diffidente delle istituzioni ma ancora capace di speranza e sceglie il contatto come atto mistico, non come catastrofe. Ma è anche un film che riflette lo stato dell’ufologia del tempo. Alcuni dei personaggi più rilevanti si ispirano a figure reali: il francese Claude Lacombe rimanda esplicitamente all’ufologo e poi ricchissimo venture capitalist Jacques Vallee, mentre David Laughlin è modellato su Allen Hynek, l’astronomo che aveva lavorato per l’Air Force nel Progetto Blue Book e che poi era diventato il più rispettato degli ufologi “seri”. 

E.T. – L’extra-terrestre (1982) porta il tema in una delle dimensioni più tipiche del cinema spielberghiano, quella domestica e sentimentale: l’alieno come metafora dell’altro, del bambino diverso, dell’amicizia che supera ogni confine. Poi vengono A.I. (2001), con gli alieni che entrano in contatto con la mente del protagonista, e Taken (2002), la serie televisiva che esplora il lato più cupo della mitologia ufologica: le abduction, il trauma, i rapporti tra le famiglie di rapiti e i loro rapitori… La guerra dei mondi (2005) torna all’alieno-minaccia in piena stagione post-11 settembre: questa volta il dialogo non è possibile. E poi, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008), che è meglio trattare con la rapidità che merita: tre film di avventura impeccabili, e poi un profluvio di cristalli alieni, dimensioni parallele, Cate Blanchett che fa l’accento russo non meglio di Fantozzi con l’accento svedese e Harrison Ford che sopravvive a un’esplosione nucleare dentro a un frigorifero. Passiamo oltre.

Oggi è il turno di Disclosure Day – una specie di chiusura del cerchio, o di riapertura, dipende dai punti di vista.

La trama segue Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto di cybersicurezza alle dipendenze della Wardex, oscura agenzia governativa il cui compito è proteggere dati che non devono essere resi pubblici, cioè, le prove della presenza aliena sulla Terra e della loro potenza schiacciante. Deciso a divulgare quelle informazioni (il mondo deve sapere!) incontrerà Margaret (Emily Blunt), meteorologa televisiva del Kansas che ha improvvisamente sviluppato enormi capacità psichiche e che potrebbe essere il grimaldello perché il piano di Rivelazione della Verità riesca. Obiettivo ultimo: salvare un mondo in crisi e sull’orlo della Terza guerra mondiale a causa del crollo del regime comunista nordcoreano.

Il confronto con Incontri ravvicinati del terzo tipo è inevitabile. Nel film del ’77, gli alieni erano la conclusione: il contatto avveniva nel finale, come ricompensa per chi aveva creduto e cercato. In Disclosure Day gli alieni sono la premessa: esistono dall’inizio, la loro presenza è documentata, il problema non è scoprirli e “provarli” ma scegliere se il mondo abbia diritto di sapere come stanno le cose.

Dunque, cosa è cambiato in questi quasi cinquant’anni? È cambiato il panorama Ufo. Ed è cambiato anche il punto di vista di Spielberg. 

Spielberg scivola verso il complottismo?

Esiste una domanda che molti appassionati di ufologia avrebbero voluto rivolgere a Steven Spielberg: ma lei ci crede davvero, agli Ufo? Per decenni la risposta era stata relativamente evasiva. Certo, credeva nella vita extraterrestre in senso lato: l’universo è grande, sarebbe strano il contrario. Avvengono fatti misteriosi e interessanti, nei cieli, e sarebbe davvero bello capirne di più. Ma se qualche disco volante fosse senz’altro già arrivato sulla Terra? No, questo no; non senza averlo visto con i propri occhi.

Poi è arrivato il 2017, l’anno della nascita dell’era Ufo contemporanea, quello in cui cominciano le apparizioni dei primi video di presunti Ufo ripresi dalla Marina militare Usa, e poi, con il 2023, le audizioni davanti alla Commissione per la sicurezza nazionale della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. Nelle interviste pre-film, Spielberg lo ha dichiarato esplicitamente:

Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) era un’opera di fantasia, Disclosure Day è realistico. Rispecchia molto di più il mondo di oggi, come si sta evolvendo e le scoperte che vengono fatte mentre ne stiamo parlando. […] Ho sempre seguito con attenzione le notizie relative a presunti incontri con gli alieni. In particolare mi sono ispirato al dibattito all’interno della sottocommissione per la sicurezza nazionale della Camera dei Rappresentanti sugli UAP (fenomeni anomali non identificati). Era il 2023, e tra i testimoni c’era l’informatore ed ex ufficiale dell’intelligence dell’Aeronautica Militare David Grusch. Dichiarò che il governo nasconde un programma dedicato alle indagini sugli UAP. Il Pentagono ha smentito, ma recentemente il presidente Donald Trump ha affermato che il Pentagono si sta preparando a rendere pubblici alcuni dossier sugli UFO “molto interessanti”. 

E ancora:

Ci penso da quando ho girato Incontri ravvicinati del terzo tipo. Prima però dicevo che per crederci al 100% avrei dovuto vedere coi miei occhi un UAP o un UFO. Dopo tutta la ricerca che ho fatto in questi anni per questo film, adesso ci credo anche senza aver visto. Le prove circostanziali, tutto quello che le persone mi hanno raccontato, i documentari che ho visto e le testimonianze al Congresso che ho sentito non ho più dubbi. Sono assolutamente convinto che siano stati qui e che siano qui. Chissà, forse da sempre… 

Queste convinzioni si riflettono in modo determinante sul film stesso, che è in tutto e per tutto parte del discorso ufologico-complottista dei nostri giorni.

Un film che adotta il linguaggio dell’ufologia più estrema

Disclosure Day non si limita a evocare vagamente il mondo degli Ufo. Lo cita con precisione da maniaco dell’ufologia, lasciandoci intuire che Spielberg (oppure il suo sceneggiatore David Koepp, che aveva già firmato Jurassic Park e tanti altri lavori per il regista) ha studiato il “canone” del mito Ufo contemporaneo con serietà ancora maggiore del 1977.

Tra i filmati dell’archivio rubato in Disclosure Day, uno dei primi ad essere rivelato richiama esplicitamente alcuni dei video Uap del Pentagono: stessa estetica, stessi oggetti che compiono manovre impossibili, stesse inquadrature. Il film non finge di raccontare una storia futura o alternativa: si colloca esattamente dentro il presente che conosciamo.

Ma il primo “filmato occultato” che compare sulla scena va oltre, senza alcun problema, perché raffigura l’incontro Nixon-Gleason, una delle leggende metropolitane più celebri dell’ufologia americana moderna. Jackie Gleason era una star della sitcom The Honeymooners, molto celebre negli Anni 50: fu a lungo un appassionato di Ufo, ed era iscritto a una delle maggiori organizzazioni ufologiche del tempo, il NICAP. Secondo il racconto della sua seconda moglie, il marito era un grande amico del presidente Richard Nixon. Una sera del 1973, il presidente avrebbe portato il comico in visita notturna alla base Homestead, in Florida, per mostrargli i corpi degli alieni recuperati a Roswell. Gleason, scosso al punto da bere per settimane, avrebbe tenuto il segreto per anni. La storia è un racconto di seconda mano del tutto inverificabile, e Nixon non ne ha (ovviamente) mai fatto parola. Ma è entrata nel leggendario sugli Ufo americani, ed è da lì che Spielberg è andato a pescarla.

E poi c’è tutto il resto. Roswell, naturalmente – il film parte dall’assunto che l’incidente del 1947 sia stato un vero Ufo crash alieno, e da lì costruisce la sua cronologia; Kecksburg, un altro grande crash della mitologia ufologica (Pennsylvania, 1965, un oggetto a forma di ghianda caduto in un bosco, con l’esercito che sequestra tutto – un episodio in cui forse davvero cadde qualcosa tra gli alberi, forse un qualche velivolo sperimentale legato ai programmi spaziali del tempo). E poi i cerchi nel grano, i rapimenti alieni, le memorie rimosse, i Men in Black cattivissimi e vestiti di nero, qui declinati nella versione più istituzionale e aggiornata degli agenti della Wardex, completi di auto ovviamente sempre nerissime. Le basi segrete, gli alieni torturati, i governi ombra che scavalcano persino il presidente, gli artefatti non umani. E, dettaglio particolarmente raffinato, la teoria dello scrittore Whitley Strieber – autore di Communion, il memoriale della propria (presunta) abduction diventato un bestseller nel 1987 – secondo cui gli alieni maschererebbero i ricordi più traumatici della loro azione attraverso visioni di animali. Se il vostro bambino vi racconta di un gufo enorme che l’ha fissato dalla finestra, potrebbe non essere un gufo. Oppure un uccello cardinale, per restare a quel che si dice nel film. 

Insomma: Disclosure Day parla la lingua dell’ufologia complottista con la fluidità di un madrelingua. Chi conosce quel mondo in dettaglio vi riconoscerà ogni riferimento; chi non lo conosce riceverà senza accorgersene un’educazione completa, e per niente innocente.

Reazioni significative

Nel profluvio di commenti e di analisi più o meno improbabili cominciate già il giorno successivo alla prima del film, ci interessano qui alcune fra le prime reazioni degli ufologi e degli scettici. Non dimentichiamolo: sin dagli Anni 50, per gli ufologi più “credenti” i film non sono soltanto film; sono uno strumento pedagogico, un sistema messo in atto da Hollywood per prepararci alle rivelazioni reali. 

Sul lato scettico, il giornalista francese Tristan Mendès France ha indirizzato a Spielberg una lettera aperta, in cui ha messo in guardia, piuttosto accigliato, circa le paventate conseguenze del film:

Chiariamo una cosa: una cospirazione in un’opera di finzione va benissimo. È persino uno degli espedienti narrativi più classici del cinema, e ne avete tratto dei capolavori. Il problema non è il film in sé, ma la sua promozione, basata sull’affermazione che quella cospirazione sia reale. Perché, sebbene l’espressione “ci stanno nascondendo tutto” possa sembrare innocua, non rimane a lungo rivolta esclusivamente al governo americano. Finisce per coinvolgere scienziati, medici, giornalisti, agenzie spaziali, insegnanti: tutti coloro il cui lavoro è quello di accertare i fatti e comunicarli. Durante il Covid, abbiamo visto persone smettere di ascoltare gli operatori sanitari perché non si fidavano più del “sistema”. È qui che risiede la vera discrepanza. Chi non crede più in nulla diventa vulnerabile a tutto. 

Uno Spielberg “colpevole”, dunque, di offrire un assist fin troppo esplicito al complottismo. In realtà, stiamo vedendo un ventaglio di reazioni davvero ampio. In Italia, per esempio, nell’ambito di posizioni antisistema che si richiamano ad approcci geopolitici, e ai quali degli alieni non interessa niente, il film di Spielberg è stato già letto come un’operazione di propaganda volta a promuovere perl’ennesima volta, attraverso l’immagine della minaccia aliena, l’idea di una necessità di unirsi intorno agli Stati Uniti, contro potenziali nemici non-occidentali.   

C’è davvero di tutto: Dan Reehill, un prete cattolico esorcista della diocesi di Nashville, Tennessee, ha definito quello di Spielberg un film “dannato”, e, potenzialmente, un qualcosa capace di promuovere fra il pubblico Satana, o l’Anticristo. Una cosa Reehill ha senz’altro centrato: il rilievo religioso dell’ultima produzione spielberghiana. Vediamo di capire in quali forme questa dimensione connota Disclosure Day

Un film fortemente “religioso”

Quasi cinquant’anni prima di Disclosure Day, con Incontri ravvicinati del terzo tipo Spielberg realizzò uno dei classici del cinema di fantascienza. Già allora, l’afflato “religioso” del regista verso gli Ufo era evidente. Una dimensione che è stata ampiamente discussa dai critici e da studiosi di varie discipline. Spicca al riguardo, per ampiezza, il saggio del sociologo culturale Jean-Bruno Renard Science, Bible et Féerie. Analyse des films Rencontres du Troisième Type et E.T, l’Extraterrestre (in: Pinvidic, T., OVNI, vers une Anthrolopologie d’un Mythe Contemporain, Heimdal, Brest, 1993).   

Nel 1977, in Incontri ravvicinati, il protagonista del film, l’attore Richard Dreyfuss, rivestiva il ruolo del più potente di un moderno gruppo di profeti – cioè, donne e uomini “toccati” dall’esperienza dell’incontro con gli Ufo alieni – chiamati al contatto con questi esseri e con le loro astronavi, che sempre più spesso si fanno vedere nei cieli del pianeta. 

Come Mosè sul Sinai, il leader del gruppo dei profeti era colui che, salendo in solitudine sul monte sul quale anche le autorità attendevano la Rivelazione – incarnata da una smisurata astronave-madre, epifania della potenza aliena – riusciva a toccare i piccoli potenti alieni appena sbarcati. Insieme a loro, come il profeta Elia nell’Antico Testamento, il protagonista di Incontri ravvicinati lasciava poi questo mondo sparendo nella luce  dell’astronave, ascesa al Cielo. 

Con Incontri ravvicinati, però, non era chiaro se tutto il mondo avrebbe saputo quello che soltanto i privilegiati, ossia i “profeti” del contatto con gli alieni, alcuni scienziati e gruppi di militari, avevano potuto vedere di persona sul monte della Rivelazione. Con Disclosure Day, al contrario, la Verità non esita più, e decide di manifestarsi interamente. Il portone attraverso il quale ci piove addosso si spalanca per tutti. 

Sotto molti profili il nuovo prodotto di Spielberg si direbbe un film più “religioso” di Incontri ravvicinati. Query Online non è la sede adeguata per sviluppare riflessioni al riguardo: ci limiteremo a qualche cenno.

Cominciamo dalla principale esponente del gruppo dei “profeti” della Verità, la meteorologa Margaret Fairchild, ben resa da Emily Blunt. Come i cristiani del Nuovo Testamento ha il dono della glossolalia, cioè quello di parlare molte lingue, lingue sconosciute e lingue “angeliche” comprese mentre – anche stavolta proprio come nei racconti neotestamentari – un altro membro del cerchio dei profeti ha il dono dell’interpretazione delle parole misteriose della profetessa. 

I profeti e i loro avversari, un gruppo che agli araldi della Verità si oppone, usano e si contendono una vera e propria bacchetta magica dei nostri tempi, un oggetto supertecnologico il cui impiego, buono o cattivo, dipende dalle intenzioni da chi lo possiede. Una bacchetta simile a quella del profeta biblico per eccellenza, Mosè, che il Signore alla fine della sua vita colpirà in modo pesante perché persino lui, che pure è il protagonista della Rivelazione della Legge nella teofania del Sinai, non ha resistito alla tentazione di usarla male.

Al di fuori della cerchia più stretta dei profeti, ci sono anche figure alle quali è stato dato di capire a metà che la Verità che si approssima è inarrestabile e, dunque, non la ostacolano. È il caso della priora di un convento di suore cattoliche, che, malgrado la sua sia una fede istituzionale e incasellata in una teologia ben precisa che dalla Rivelazione aliena ha molto da perdere, sostiene un’altra delle profetesse, la fidanzata del protagonista maschile del film. Si tratta di un’ex-novizia del suo convento che ha perso la vocazione “ma non la fede”, come spiega lei stessa, e che si unisce al nucleo di coloro che sono destinati a dare al mondo la Verità ultima.

Fino ad oggi, racconta il film, la potenza dell’alieno, che supera ogni intelligenza, è stata riservata a pochi, magari a chi, per caso o per scelta degli extraterrestri, aveva avuto modo di scorgerla per un attimo. In molti casi, poi, quando si trattava del contatto più ravvicinato con la potenza, quello tremendo del rapimento a bordo delle astronavi, per gli alieni era stato necessario travestirlo, perché l’impatto diretto fra noi e il sacro non è mai sostenibile. Per reggere al trauma del rapimento bisogna che noi vediamo, invece che il vero volto degli alieni, degli animali (cervi, uccellini…), insoliti nell’aspetto e nel comportamento, ma dolci. Si avvicinano e ci toccano, senza svelare chi c’è dietro quelle apparizioni oniriche – un tema che, come dicevamo, Spielberg riprende dallo scrittore Whitley Strieber. L’idea è che, malgrado le apparenze, i rapimenti Ufo riferiti da così tante persone abbiano uno scopo benefico, evolutivo, non malvagio.

Con il climax della Rivelazione, la cortina si lacera. La Rivelazione, coram populo grazie alla televisione, è fatta di due fasi. Nella prima, in cui sono mostrati i veri files segreti del governo, l’umanità scopre la storia reale dell’umanità dalla caduta dell’Ufo nel 1947 a Roswell in avanti. Questa, però, per quanto sconvolgente, resta pur sempre una fase cognitiva, prodromica al disvelamento totale. Completata quella, quando tutto pare terminato, ecco irrompere la fase due: quella sapienziale, con la visione diretta dell’alieno, e, con lui, quella di una Potenza celeste – più immanente che trascendente, a parer nostro.

Questa teofania dei nostri giorni non è però quella che il mondo si aspetta. Il potente essere cosmico che finalmente si fa vedere entra in scena celato da una tenda, poi aperta da alcuni assistenti con lentezza e solennità. Quella tenda non svela un superuomo, ma un essere sofferente e debole, simile a un disabile in carrozzina, o a un vegliardo; il contrario di ciò che gli uomini potevano attendersi da entità in grado di dominare lo spazio e il tempo. 

Poi, l’ultimo passo. L’alieno parla con il profeta in grado di interpretare la sua lingua, e lui trasmette a bassa voce il messaggio alla profetessa-capo, la meteorologa; quella raggiunge le telecamere che la mostrano live all’umanità radunata, e lei pronuncia una sola parola: ascoltateHear me. Cosa seguirà quell’ascoltate rimane un non detto, nel film. Quella, dunque, è l’ultima parola di Disclosure Day.

Nel complesso, il film sembra incarnare una religiosità piuttosto diversa da quella di Incontri ravvicinati, al quale pure, per molti versi, somiglia. Nel film del 1977, la visione ebraico-cristiana del mondo era più rintracciabile. Nel 2026, sono la Verità e la Sapienza stesse a mostrarsi nude a tutti, senza mediazioni. Ci muoviamo nell’ambito del neo-gnosticismo.  Alla fine di Incontri ravvicinati non si capiva bene se l’umanità sarebbe mutata grazie all’incontro dei “chiamati” sul monte dell’atterraggio del mega-Ufo; con Disclosure Day, la trasformazione è irrimediabilmente totale. A fronte della Verità, i poteri scientifico, militare, economico, politico, religioso sono destinati a diventare nulla. Anche in questo senso, se vista dal loro punto di vista, cioè da un’ottica antisistema, la possibile critica sociale che ogni tanto nel cinema di Spielberg affiora è facilmente reimpiegabile in senso assai più radicale dal pubblico di orientamento complottista. 

La fine del ciclo Spielberg/Ufo?

Può darsi che Disclosure Day non sia il capolavoro di Spielberg, ma è comunque godibile. Molti degli attori, in specie Emily Blunt che rende al meglio con le sue fattezze lievemente esotiche la profetessa-capo degli alieni, sono bravi. Piani sequenza e scene di inseguimento sono quelle di un grande del cinema, come Spielberg rimane.

La sceneggiatura, però, ogni tanto zoppica, e anche la conclusione lascia un po’ a disagio. Per annunciare il totale rivolgimento della realtà di questo mondo, viene scelta in modo piuttosto banale la tv, cioè un medium tradizionalissimo e che ormai, dal punto di vista simbolico, per noi conta piuttosto poco. Dei modi in cui le persone comunicano oggi, nella sceneggiatura (che, si badi bene, è stata scritta da David Koepp, ma sulla base del soggetto preparato da Spielberg) ci sono poche tracce.

Quanto agli effetti speciali, alcuni potrebbero lasciarci perplessi, abituati come siamo a performance sempre eccezionali. Pensiamo in particolare alle visioni degli animali da parte dei protagonisti – gli “schermi” necessari per permettergli di convivere con il trauma del rapimento alieni – che appaiono “troppo” CGI. Tuttavia, sul punto noi siamo dell’idea che la cosa sia stata voluta, e che sia efficace: si trattava di trasmettere plasticamente l’idea del travestimento della realtà umana, che, malgrado gli alieni e tutte le loro capacità, rimane altra cosa, rispetto a quella aliena. Da qui, un necessario e benefico straniamento.

Ciò che invece forse Disclosure Day rappresenta sul serio, con Spielberg alla soglie degli ottant’anni, è la conclusione del suo lunghissimo percorso di interesse genuino per gli Ufo. Un percorso fatto di letture, frequentazioni, impiego del suo lavoro di maestro del cinema di massa. Iniziato da adolescente, come avevamo detto, giunto al culmine con Incontri ravvicinati, e passato alla parte finale con il film dell’estate 2026 con la sua estrema fedeltà al momento culturale che attraversiamo. Come Incontri ravvicinati era pienamente partecipe dell’ufologia del 1977 – con i suoi Hynek e i suoi Vallee, con le interferenze delle astronavi sui televisori e la classificazione degli avvistamenti Ufo allora di moda – così Disclosure Day è un documento preciso dell’ufologia del 2026: quella delle audizioni congressuali di personaggi improbabili, dei whistleblower militari, dei file del Pentagono rilasciati con grande senso della scena, della disclosure come rivendicazione politica più che come scoperta scientifica. La differenza è che nel 1977 Spielberg ci portava la propria fascinazione con distacco artistico. Qui, per sua stessa ammissione, porta anche la sua convinzione.

E lo fa con un film destinato a rafforzare e ad articolare in molte persone, soprattutto americane, la sensazione di una fine imminente dell’Era corrente, quella che ben presto sarà portata dalla Rivelazione Ufo – nuova visione post-religiosa for all mankind. Per il fiorire di questo clima messianico, a nostro avviso, anche Spielberg ha qualche responsabilità.

Immagine in evidenza: di Raph-PH, da Wikimedia Commons, rilasciata in licenza CC BY 4.0.