Anna Maria Cazulo, la masca di Olmo: un processo per stregoneria nel 1727
Giandujotto scettico n°214 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
C’è un momento, leggendo il processo contro Anna Maria Cazulo, nel quale il pievano di Olmo abbandona il latino burocratico del verbale e scrive di suo pugno, in italiano, al vicario generale della diocesi di Acqui Terme, nell’Alessandrino. Lo preoccupa qualcosa che non riesce a spiegare del tutto: l’imputata, dice, sembra sapere cose che non dovrebbe sapere. Una volta, racconta, suo fratello era caduto in casa di notte, senza testimoni; la mattina dopo quella donna era uscita di casa e aveva cominciato a dire che il signor Maestro non avrebbe potuto dir messa. Come faceva a saperlo? “Più volte ho conosciuto d[ett]a donna saper cose che niuno li sapeva”, scrive don Pietro Giovanni Cortina. E si percepisce nella frase il dubbio dell’uomo…
Il processo contro Anna Maria Cazulo si aprì il 19 giugno 1727 a Olmo, un piccolo borgo nei pressi di Acqui Terme. È un documento interessante: trentadue fogli manoscritti conservati nell’Archivio Vescovile di Acqui e pubblicati integralmente da Domenico Del Coco nel volume dell’anno 2022 del Bollettino Storico Vercellese. Contengono una serie di testimonianze che don Cortina raccolse e inviò al vicario generale. Manca, purtroppo, la parte finale, quella della sentenza. Nonostante ciò, il fascicolo ci restituisce con vividezza rara le voci di una piccola comunità rurale settecentesca alle prese con la paura della “stregoneria”, le morti inspiegabili di animali, i bambini che si ammalavano senza ragione apparente.
Una donna dal carattere difficile
Anna Maria era moglie di Giovanni Cazulo e aveva una pessima fama nel vicinato. Quelle nei suoi confronti non erano accuse di sabba notturni o di patti con il diavolo – le fantasticherie più elaborate della demonologia cinquecentesca erano già alla fine – ma di qualcosa di più concreto e quotidiano: il sospetto che fosse una masca. Il termine, ancora oggi vivo nel dialetto piemontese, indicava una strega, ma anche, nei documenti dell’epoca, qualcosa di più sfumato: una donna dal carattere “poco docile”, capace di gettare il male sugli altri.
Gli atti del processo mostrano che il vicinato le attribuiva una serie precisa di colpe: aveva maleficiato animali e bambini, aveva affatturato il cibo, seminava discordia tra i vicini. E poi c’era quella storia della sua condotta nelle feste solenni: grida, scenate in casa, gente che accorreva e non riusciva a quietarla.
L’accusatrice principale era Margherita Dozia, una donna che abitava proprio di fronte alla presunta strega. Le due case si guardavano, e Margherita aveva occhi attenti. Fin troppo attenti, forse.
Lanciar maledizioni dormendo
Il verbale redatto dal pievano Cortina raccoglie una serie di testimonianze, a cominciare da quella della vicina. Margherita depone sotto giuramento di avere visto Anna Maria addormentarsi di giorno davanti alla porta della sua stalla, con la testa ciondolante che andava da una parte all’altra. Il giorno dopo, quindici dei maialetti appartenenti alla donna si erano ammalati e dodici erano morti. Ogni volta che la “masca” dormiva vicino alla stalla, moriva qualche animale.
Ma le maledizioni non si limitavano a quello. Tempo prima, nel giorno di San Rocco – accusava sempre Margherita – Anna Maria aveva dato del pane a suo figlio, Giuseppe, tenendolo nascosto sotto il grembiule e borbociando (mormorando qualcosa) prima di darglielo. Il bambino aveva vomitato sangue. Il padre, che ne aveva mangiato un pezzo, era stato male anche lui. Li avevano portati ad Acqui, a farsi esorcizzare dai frati di San Francesco all’altare di San Cristino: il frate aveva detto che entro venti ore avrebbero espulso il maleficio. Così era stato: il bambino aveva rigettato “una cosa rottonda come una palla” con dentro “tre cose come tre pezze di setta rossa larga come la mano”, che erano subito andate in polvere.
C’era anche la scena notturna: Margherita aveva visto Anna Maria uscire dalla sua camera con le gambe nude, i capelli sciolti sulla schiena, le maniche della camicia legate con un nodo dietro al collo, girare tre volte su se stessa facendo “atti con le mani in aria”. Poi si era distesa a terra, aveva sceso la scala un gradino per volta appoggiandosi sul gomito, aveva fatto altri tre giri in basso. Nello stesso momento, le due figlie di Margherita – una di sette anni, l’altra di uno e mezzo – avevano gridato; la piccola era apparsa “come abbrucciata da una parte del capo”, l’altra zoppicava.
Il marito di Margherita, Giovanni Antonio Dozia, confermava la versione della moglie. Il sarto Pietro Sismondi, vicino di casa di entrambe, diceva invece di non sapere che Anna Maria avesse fatto del male a qualcuno. Soprattutto, aveva raccontato che tra le due donne c’erano spesso alterchi violenti. Dello stesso parere il boscaiolo Pietro Abbate, un altro vicino, chiamato a corroborare l’accusa. Maria Boboca, un’altra vicina ancora, dipingeva Anna Maria come una donna litigiosa. che faceva spesso segni strani con le mani: per questo molti la ritenevano causa di sortilegi verso animali e esseri umani.
Il contesto: una regione, un’epoca
Questi documenti sono interessanti anche perché ci restituiscono gli atti di un processo per stregoneria decisamente tardo. In Piemonte, il culmine delle cacce si ebbe fra la seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento: a quegli anni risalgono i casi di Rifreddo, Salussola e Levone Sono i tempi delle accuse di sabba, di patti col diavolo e di trasformazioni in animali che la tortura contribuiva a far emergere e a confermare.
Per limitare gli abusi e uniformare i giudizi, nel 1542 papa Paolo III aveva creato il Sant’Uffizio: la supervisione centrale svolta dalla congregazione limitò i meccanismi di innesco delle cacce, stabilendo, ad esempio, la necessità di trovare “corpi del delitto” e prove concrete che corroborassero le accuse. Nel 1727, le interpretazioni più radicali sull’esistenza della stregoneria erano ormai diventate quasi inaccettabili, e l’Occidente si avviava verso l’Illuminismo.
Il territorio di Acqui Terme però viveva anni di importanti avvicendamenti politici. Il Monferrato, di cui Olmo faceva parte, era stato ceduto al Ducato di Savoia, ormai diventato Regno di Sardegna, appena nel 1713, con il Trattato di Utrecht. La nuova amministrazione sabauda portava con sé un rafforzamento dei controlli sui comportamenti locali, tanto civili quanto ecclesiastici.
Non è un caso, come ha osservato Del Coco, che i processi per stregoneria nell’Acquese tardassero così tanto rispetto al resto d’Europa: nell’area si concentrano tra il 1620 e la metà del Settecento, proprio in coincidenza con passaggi amministrativi che moltiplicano le occasioni di controllo. Lo stesso Vittorio Amedeo II, pur sovrano di uno stato che si modernizzava rapidamente, aveva un rapporto ambiguo con le pratiche magico-divinatorie: ricorreva di frequente alla carmelitana Maria degli Angeli per avere profezie sulla nascita di un erede, e aveva istituito processi contro diverse persone sospettate di attentare a lui e alla sua famiglia tramite “malefici”.
Quanto ai processi per stregoneria in quanto tali, quello contro Anna Maria Cazulo arriva già, come dicevamo, nella fase finale del fenomeno. La pena prevista per chi veniva riconosciuto colpevole di pratiche magiche era ormai, nella zona, la cosiddetta purgazione canonica ad valvas Ecclesiae: stare sulla soglia della chiesa per tutta la messa, con un copricapo derisorio, una candela in mano e un cartello che indicava il peccato. Una punizione umiliante, ma almeno non letale.
Il documento sulla vicenda, purtroppo, è mutilo, quindi non sappiamo se questa fu la sorte di Anna Maria.
Saper tutto di tutti
Riletto oggi, il fascicolo del 1727 è un documento sulla paura, più che sulla stregoneria. Le morti degli animali, le malattie dei bambini, i dolori di stomaco improvvisi erano eventi per i quali la medicina non aveva risposte. Il vicinato ne aveva una, e aveva un nome e un volto su cui concentrarla.
Anna Maria Cazulo era, nei termini in cui ce la descrivono i testimoni, una donna scomoda. Litigava con tutti, non rispettava le feste, rispondeva male, aveva un carattere che oggi chiameremmo complicato. In una piccola comunità rurale del Piemonte del Settecento, questo bastava a trasformarla in un capro espiatorio per ogni disgrazia. Ogni maiale che moriva, ogni bambino che si ammalava, trovava la sua spiegazione nella masca.
Il pievano Cortina, nella sua lettera al vicario, è più cauto dei testimoni. Non afferma che Anna Maria sia una strega; dice che gli dà “gran sospetto”, che è “donna sicuramente strana”. E poi aggiunge quella nota sul fratello caduto, sulla preveggenza, sull’imbarazzo che prova al cospetto di lei. È la descrizione fatta da un uomo che non dispone di altre categorie interpretative per quanto gli sta davanti: una donna che conosce i fatti prima che glieli raccontino, che sembra sapere di essere sorvegliata anche quando tutto si fa “in gran segreto”.
Quasi certamente, Anna Maria Cazulo era solo molto brava a osservare il vicinato. In un borgo dove le case si affacciavano le une sulle altre e la vita si svolgeva in gran parte all’aperto, non era difficile accumulare informazioni su chi era caduto di notte, su chi si sentiva male, o su quando erano arrivati i messi del vescovo. Il risultato era una donna che sembrava “saper subito le disgratie”, e che anche per questo faceva paura.
Il documento finisce senza sentenza e senza verdetto. Anna Maria Cazulo scompare dagli atti come ci è entrata: accusata, sospettata, mai del tutto condannata, mai del tutto assolta. Una presenza scomoda che il vicinato guardava con diffidenza, e la cui storia, purtroppo, non conosciamo fino in fondo.
Immagine in apertura: dipinto di Max Liebermann (1847–1935), 1887, da Wikimedia Commons, pubblico dominio
