3 Giugno 2026
Approfondimenti

HPV: prevenire si può, ma non lo facciamo abbastanza. Intervista a Chiara Segré, responsabile della supervisione scientifica di Fondazione Umberto Veronesi

Nel 2026, Fondazione Umberto Veronesi e CICAP uniscono le forze in una campagna nazionale di sensibilizzazione intitolata HPV: smontiamo i miti, costruiamo la prevenzione. L’obiettivo è contrastare la disinformazione che circonda il Papillomavirus umano (HPV) e promuovere gli strumenti di prevenzione disponibili, vaccino e screening, con un’informazione rigorosa e accessibile. Ne abbiamo parlato con Chiara Segré, biologa, divulgatrice scientifica e responsabile della supervisione scientifica di Fondazione Veronesi.

1. Il virus invisibile: che cosa è HPV e perché riguarda tutti

Dottoressa Segré, quando si parla di HPV molte persone pensano solo al tumore del collo dell’utero e alle donne. È una percezione corretta?

No, ed è una delle percezioni che questa campagna si propone di sfatare. La famiglia degli HPV (Human Papillomavirus) è composta di oltre 200 varianti che infettano indistintamente uomini e donne. Il virus si trasmette per contatto diretto attraverso i rapporti sessuali (con l’eccezione del contatto madre-feto durante il parto) e la sua circolazione nella popolazione è alta: si stima che oltre l’80% delle persone sessualmente attive incontri almeno una volta nella vita un ceppo di HPV. La maggior parte delle infezioni guarisce spontaneamente entro uno-due anni, grazie al sistema immunitario che riesce a intercettare ed eliminare il virus. Nei casi in cui ciò, purtroppo, non avviene e l’infezione persiste, il rischio di sviluppare un tumore cresce in modo significativo. E non stiamo parlando solo della cervice uterina: i ceppi ad alto rischio oncogeno, in particolare il tipo 16 e il tipo 18, sono responsabili di quasi la totalità dei tumori anali, di circa la metà di quelli del pene e di una quota rilevante dei tumori dell’orofaringe, cioè della regione della gola che comprende le tonsille e la base della lingua. Quest’ultima localizzazione sta negli ultimi anni aumentando in incidenza soprattutto negli uomini.

Ecco perché le campagne di prevenzione vaccinale devono avere un approccio inclusivo che raggiunga, finalmente, anche la popolazione maschile.

La grande maggioranza delle infezioni da HPV guarisce da sola. Come si spiega allora che il virus sia responsabile di così tanti tumori?

È un paradosso apparente che si risolve con un ragionamento sui grandi numeri. È vero che la stragrande maggioranza delle infezioni da HPV, si stima oltre il 90%, viene eliminata spontaneamente dal sistema immunitario entro uno-due anni. Ma HPV è il virus a trasmissione sessuale più diffuso al mondo: in Italia le stime parlano di milioni di nuovi contagi ogni anno. Quando lavori su numeri così grandi, anche una piccola percentuale di infezioni che non guarisce produce, in valore assoluto, un numero molto elevato di persone con infezione persistente. Se il 10% delle infezioni persiste e in Italia ogni anno milioni di persone si infettano, quella percentuale rappresenta comunque migliaia di individui nei quali nel corso degli anni HPV può far sviluppare lesioni precancerose e, in ultima istanza, veri e propri, tumori invasivi. 

Con un linguaggio semplice, può spiegarci quali sono i meccanismi biologici della pericolosità tumorale di HPV?

HPV non provoca un tumore in modo diretto e immediato: il percorso dalla prima infezione all’eventuale cancro richiede anni, a volte decenni. I ceppi ad alto rischio, tra cui il 16 e il 18 già citati più sopra, integrano il proprio materiale genetico nel DNA delle cellule che hanno infettato. Una volta integrati, i geni virali producono due proteine, chiamate E6 e E7, che hanno la capacità di spegnere i principali meccanismi di controllo della crescita cellulare. In pratica, il virus disinserisce i freni che tengono sotto controllo la proliferazione cellulare. Il risultato è una progressione lenta, attraverso stadi di lesione precancerosa crescenti, fino al carcinoma invasivo.

2. I vaccini disponibili in Italia: cosa coprono e a chi sono destinati

Quanti vaccini contro HPV esistono e qual è quello oggi prevalentemente usato in Italia?

In Italia sono disponibili tre vaccini, tutti basati sulla stessa tecnologia: le particelle simil-virali, o VLP dall’inglese Virus-Like Particles. Si tratta di strutture che imitano fedelmente la forma esterna del virus, ma senza contenere materiale genetico virale. In pratica, il vaccino insegna al sistema immunitario a riconoscere il virus senza mai introdurlo nell’organismo. Il vaccino bivalente, Cervarix, copre i ceppi 16 e 18, responsabili di circa il 70% dei tumori della cervice. Il vaccino quadrivalente, Gardasil, aggiunge la copertura verso i tipi 6 e 11, responsabili della quasi totalità dei condilomi anogenitali. Il vaccino nonavalente, Gardasil 9, estende ulteriormente la protezione a cinque ceppi oncogeni aggiuntivi: 31, 33, 45, 52 e 58. Complessivamente, il nonavalente copre i ceppi responsabili di circa il 90% dei tumori della cervice uterina. È questo il vaccino oggi prevalentemente utilizzato nelle campagne vaccinali italiane. Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 prevede la somministrazione gratuita a tutti i ragazzi e le ragazze nel corso del dodicesimo anno di vita, con due dosi per chi inizia prima dei 15 anni e tre dosi per chi inizia dopo. La finestra ideale è prima dell’inizio dell’attività sessuale perché, trattandosi di un vaccino preventivo, è in questo modo che si massimizza il rapporto, comunque sempre molto favorevole, tra beneficio e rischio.

Gardasil 9 ha sostituito i vaccini precedenti. Ma i ragazzi che anni fa avevano ricevuto il quadrivalente sono adeguatamente protetti?

Chi ha ricevuto il vaccino quadrivalente è protetto in modo solido verso i quattro ceppi che quel vaccino copre, soprattutto il 16 e il 18, che da soli sono responsabili della maggior parte dei tumori HPV-correlati. Il nonavalente offre una copertura più ampia, aggiungendo protezione verso altri cinque ceppi oncogeni rilevanti. Attualmente non esiste una raccomandazione nazionale sistematica per somministrare una dose di nonavalente a chi ha già completato il ciclo con il quadrivalente, ma la questione è all’attenzione delle autorità sanitarie, e alcune linee guida internazionali prevedono questa possibilità per categorie specifiche. Il messaggio che mi preme trasmettere è che chi è già vaccinato con il quadrivalente non deve sentirsi non protetto: la protezione c’è ed è consistente. Chi invece non ha ancora fatto nulla dovrebbe oggi ricevere il nonavalente.

Il vaccino funziona anche negli adulti? E per chi ha già contratto il virus?

Sì, funziona, ma con alcune precisazioni importanti. Il vaccino non ha effetto terapeutico: non è in grado di eliminare un’infezione già in corso né di far regredire lesioni già esistenti. Protegge esclusivamente verso i ceppi con cui la persona non è ancora venuta a contatto. Ecco perché l’età ideale di vaccinazione è quella prepuberale, prima di qualsiasi esposizione sessuale al virus. Detto questo, anche negli adulti sessualmente attivi la vaccinazione mantiene un’utilità reale, perché è raro che una persona abbia già incontrato tutti e nove i ceppi coperti dal nonavalente. In Italia il vaccino è offerto gratuitamente fino ai 26 anni di età, e alcune regioni estendono la gratuità a categorie specifiche a rischio più elevato, come le donne trattate per lesioni di alto grado, o gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini, anche oltre questa soglia d’età. Inoltre, sempre più studi dimostrano che la vaccinazione è utile nelle donne che hanno già avuto una lesione da HPV per ridurre il rischio di ricadute e recidive.

3. Il mosaico italiano: coperture regionali e criticità

Le disomogeneità regionali nella copertura vaccinale anti-HPV sono un problema strutturale del sistema sanitario italiano o riflettono anche differenze nella qualità dell’informazione e nella fiducia verso le istituzioni?

Probabilmente entrambe le cose che si alimentano a vicenda. Sul piano organizzativo, la nostra sanità pubblica è costruita su un impianto regionale che produce inevitabilmente differenze nell’offerta: alcune regioni chiamano attivamente i dodicenni, integrano l’invito vaccinale con quello allo screening, hanno ambulatori dedicati e personale formato per rispondere alle domande dei genitori. Altre regioni sono molto più indietro, sia per risorse che per sistemi informativi. Al Sud, storicamente, le coperture sono più basse per quasi tutte le vaccinazioni e il divario si accentua con i vaccini raccomandati ma non obbligatori, come quello per HPV . Sul piano culturale, però, c’è qualcosa di specifico che riguarda HPV e che non troviamo con la stessa intensità per altri vaccini: il tabù legato alla sessualità. HPV è un virus a trasmissione sessuale e per molte famiglie la proposta di vaccinare un bambino di undici anni contro un’infezione sessualmente trasmissibile genera un cortocircuito emotivo, forse perché si fatica a separare il messaggio preventivo dalla dimensione morale. È una reazione comprensibile, ma non è corretta dal punto di vista scientifico ed è importante una comunicazione che non sia solo informativa, ma anche empatica.

[Per informazioni specifiche relative a ciascuna regione, si consiglia di visitare il sito della fondazione Umberto Veronesi indicato in bibliografia].

Cosa dice la letteratura sui fattori che determinano l’esitanza vaccinale per HPV? C’è qualcosa di peculiare rispetto ad altri vaccini?

Sì, ci sono alcune caratteristiche distintive. La letteratura sull’esitanza specifica verso il vaccino anti HPV converge su tre grandi nuclei di preoccupazione. Il primo riguarda la sicurezza del vaccino: nonostante il profilo di sicurezza del Gardasil 9 sia ampiamente documentato da anni di farmacovigilanza e da studi su milioni di dosi somministrate, circolano ancora aneddoti su presunti effetti avversi gravi che non trovano riscontro nelle evidenze disponibili, ma che hanno avuto risonanza mediatica. Il secondo falso mito è che vaccinare i ragazzi significhi incoraggiarli ad avere rapporti sessuali precocemente o promiscuamente. Il terzo nucleo, forse il più sottovalutato, è l’idea che il vaccino non serva perché possiamo intercettare un eventuale tumore con Pap test o HPV test. In realtà vaccino e screening hanno funzioni diverse e complementari: il vaccino è prevenzione primaria, cioè agisce a monte, e lo screening è applicabile solo al tumore del collo dell’utero nelle donne. Per gli uomini e per gli altri tipi di tumore causati da HPV, la vaccinazione è l’unico strumento di difesa che abbiamo.

La campagna CICAP-Fondazione Veronesi HPV: smontiamo i miti, costruiamo la prevenzione nasce esattamente da questa urgenza. Quali sono i miti che incontrate con più frequenza?

Lavoriamo su quattro miti in particolare. Il primo è che il vaccino HPV sia ‘solo per le femmine‘: è un residuo del fatto che in Italia, per anni, la campagna vaccinale ha riguardato esclusivamente le ragazze. Oggi i ragazzi sono destinatari ufficiali dal 2017, ma il messaggio non è ancora passato compiutamente né alle famiglie né, talvolta, agli stessi medici di famiglia. Il secondo mito è quello sulla fertilità: l’idea che il vaccino possa ridurre la capacità riproduttiva non ha nessuna base biologica plausibile, e tutti gli studi che hanno cercato questo segnale non lo hanno trovato. Il terzo è la convinzione che il vaccino sia inutile per chi ha già avuto rapporti sessuali: come abbiamo detto, anche chi è già sessualmente attivo probabilmente non ha incontrato tutti i ceppi coperti, quindi la vaccinazione ha senso. Il quarto mito, forse il più pericoloso, è che il vaccino sostituisca lo screening: non è così. Chi è vaccinata deve continuare ad aderire ai programmi di screening, perché il vaccino non copre il 100% dei ceppi oncogeni. Prevenzione primaria e secondaria vanno sempre insieme.

4. La conferma svedese: fino a diciotto anni di follow-up

La validità del vaccino HPV contro i tumori è riportata da molti studi osservazionali. L’ultimo in ordine di tempo è apparso a febbraio 2026 e si riferisce all’efficacia del vaccino quadrivalente contro il carcinoma invasivo della cervice uterina. Il lavoro, firmato da Shiqiang Wu e colleghi del Karolinska Institutet di Stoccolma in collaborazione con la Public Health Agency svedese, offre un’analisi su 926.362 donne nate tra il 1985 e il 2001, seguite per un tempo mediano di diciotto anni attraverso i registri sanitari nazionali svedesi.

Il 40% delle donne seguite, circa 365.000, aveva ricevuto almeno una dose del vaccino quadrivalente e, di queste, il 74% si è vaccinata prima dei 17 anni. Durante il periodo di osservazione sono stati identificati 930 casi di carcinoma invasivo della cervice: 97 tra le vaccinate e 833 tra le non vaccinate.

Dottoressa Segré, lo studio svedese pubblicato sul BMJ a febbraio 2026 è il più lungo mai condotto sull’efficacia anti-tumorale del vaccino HPV. Che cosa aggiunge rispetto a ciò che già sapevamo?

Aggiunge un dato essenziale: la verifica della protezione nel tempo. Qui abbiamo un follow-up di diciotto anni su un endpoint clinico duro: il carcinoma invasivo della cervice uterina, cioè il tumore conclamato. Le donne vaccinate prima dei 17 anni mostrano un rischio di sviluppare questo tumore inferiore del 79% rispetto alle non vaccinate, e questa protezione è ancora del 77% tra i 13 e i 15 anni dalla vaccinazione. Non si osserva nessun segnale di immunità che svanisce nel tempo, cioè nessuna perdita progressiva di efficacia. È un crollo che non ha precedenti in oncologia, ottenuto con uno strumento di prevenzione primaria. Stiamo parlando della possibilità concreta di eliminare il tumore del collo dell’utero come problema di sanità pubblica.

Va anche sottolineato che le osservazioni nel tempo condotte in diversi paesi europei sono coerenti tra loro. Un altro dato che emerge in tutte gli studi osservazionali epidemiologici è che, come detto più sopra, i migliori risultati si ottengono con la vaccinazione in età precoce, quando si stima che non vi siano ancora stati rapporti sessuali e, quindi, in assenza di infezione.

Un altro dato su cui riflettere è quello dell’impatto delle diverse politiche vaccinali: la migliore adesione, e i migliori risultati in termine di prevenzione, si hanno con campagne dedicate alle vaccinazioni condotte nelle scuole.

Questi dati cambiano qualcosa nelle raccomandazioni pratiche? Si può escludere la necessità di un richiamo in età adulta?

I dati svedesi sono molto rassicuranti su questo punto, ma devo essere precisa: il follow-up attuale arriva a un massimo di 34 anni per le vaccinate più giovani. I tumori della cervice hanno un secondo picco di incidenza oltre i 40 anni; quindi, tecnicamente non possiamo ancora escludere che in quella fascia d’età emerga un indebolimento della protezione. È per questo che gli stessi autori dello studio annunciano un proseguimento del follow-up. Al momento, l’OMS e le principali autorità sanitarie europee non raccomandano un richiamo di routine. I dati attuali non lo giustificano. Ma è una domanda aperta, e la risposta definitiva arriverà tra qualche anno, quando le coorti più giovani avranno superato i 40 anni.

Gli stessi autori dello studio, nella sezione Discussion, ne segnalano i limiti con onestà e sarebbe scorretto non riportarli.

Il primo limite riguarda la natura dello studio: si tratta di uno studio osservazionale basato su registri. Questo significa che la comparabilità tra chi si è vaccinato e chi non lo ha fatto non è garantita. Le donne che hanno scelto di vaccinarsi potrebbero differire sistematicamente da quelle che non lo hanno fatto per caratteristiche non misurate dai registri (abitudini sessuali, frequenza dei controlli ginecologici, adesione allo screening) determinando quello che in epidemiologia si chiama healthy vaccinee bias. Il secondo limite è che alcune donne vaccinate potrebbero essere state classificate erroneamente come non vaccinate a causa di incompletezze nei registri di vaccinazione: un errore che tenderebbe a sottostimare, non sovrastimare, l’effetto protettivo del vaccino. Terzo, come detto, il follow-up per le vaccinate più giovani non copre ancora la fascia d’età oltre i 35-38 anni. Infine, il vaccino studiato è il quadrivalente (ceppi 6, 11, 16 e 18) mentre in Italia dal 2017 è prevalentemente in uso il nonavalente, che aggiunge copertura verso altri cinque ceppi oncogeni. I risultati svedesi rappresentano quindi una stima conservativa del potenziale del vaccino oggi disponibile.

Lo studio è stato condotto in Svezia, paese con coperture vaccinali altissime e uno dei migliori sistemi di registri sanitari al mondo. I risultati sono trasferibili al contesto italiano, dove le coperture sono più basse e i dati meno uniformi?

È la domanda giusta da farsi ed è quella che ci poniamo anche noi nella progettazione della campagna. La risposta è: i dati svedesi sono trasferibili come stima del potenziale della vaccinazione, non come fotografia della realtà italiana. Ci dicono cosa possiamo ottenere se raggiungessimo coperture elevate e uniformi su tutta la popolazione. In Italia siamo ancora lontani da quel risultato: la copertura media nazionale si attesta intorno al 72% per le ragazze e al 57% per i ragazzi, con differenze molto marcate tra Nord e Sud. L’obiettivo della campagna non è rassicurare le persone che va tutto bene, ma mostrare che abbiamo gli strumenti per farlo andare bene e che il costo dell’inazione si misura in vite. Lo studio svedese ci dà una fotografia nel tempo del mondo reale.

In definitiva, gli strumenti ci sono, ora va costruita la volontà collettiva di usarli appropriatamente.

Riferimenti bibliografici