20 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Giovanni Pastrone e il “fucile elettrico” contro tutte le malattie

Giandujotto scettico n°213 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Se avete visto un film come Cabiria – e se non l’avete visto, fatelo – sapete già chi era Giovanni Pastrone. Regista, imprenditore, inventore: l’uomo che nel 1914 rivoluzionò il cinema mondiale con quel kolossal ambientato durante la seconda guerra punica, tra elefanti veri, scenografie smisurate e una macchina da presa che per la prima volta si muoveva davvero nello spazio. Registi come David Griffith e Charlie Chaplin lo ammirarono. Il film incassò quanto bastava a fare dell’Itala Film di Torino una delle case di produzione più potenti dell’Europa del tempo.

Poi, intorno agli anni Venti, Pastrone sparì; non era morto, come qualcuno pensava. Era rimasto a Torino, in un appartamento al piano terreno di corso Moncalieri 57, sulle rive del Po. E lì, per trent’anni, ricevette pazienti, convinto di aver trovato l’origine e la cura di tutte le malattie.

La noia del genio

Per capire la seconda vita di Pastrone bisogna conoscere la prima. Nato ad Asti nel 1882, era arrivato a Torino giovanissimo, lavorando come ragioniere. Nel cinema era un autodidatta, ma con la testa piena di idee innovative: brevetti, nuove soluzioni tecniche, microcinematografie scientifiche che cominciò a girare già a partire dal 1911. Aveva filmato al microscopio i bacilli di Koch, prelevati da espettorati tubercolari coltivati all’Ospedale San Luigi, in un’epoca in cui quasi nessuno aveva ancora pensato a fondere scienza e cinematografia.

Pioniere del muto, entrò nel 1905 come contabile alla casa cinematografica Rossi & C. di Torino. Nel 1908 ne era già comproprietario e l’aveva trasformata nella casa di produzione Itala Film. Fu in questo periodo che arrivarono i suoi successi maggiori, ossia La caduta di Troia, nel 1910, e, nel 1914, Cabiria, prima super-produzione tutta italiana con didascalie di Gabriele D’Annunzio.

La medicina, però, lo affascinava fin dall’infanzia. Nello studio dello zio medico ad Asti – un appartamento “impenetrabile” al primo piano della casa dei nonni – il piccolo Giovanni arrivava di nascosto, arrampicandosi dalle finestre, per poi mettersi a sfogliare libri di anatomia e a rubare la “siringa di Pravaz” dalle tasche del dottore. Poi, da giovane, Pastrone perse la madre per una complicanza cardiaca di un banale reumatismo, come allora era frequente. La morte arrivò in poche ore. 

Scriverà anni dopo:

Un medico dai capelli bianchi, ritenuto uno dei migliori della città, nemmeno dopo una lunga vita trascorsa al capezzale dei suoi malati è in grado di troncare un banale attacco di reumatismo ad un ginocchio, in un organismo ancora pieno di vitalità, né d’impedire che questo attacco si estenda mortalmente al cuore e neppure di prevedere la morte a poche ore di distanza.

Il tono non era di rabbia, ma di delusione. Negli anni successivi Pastrone, dividendosi tra l’industria del cinema e la sua passione nascosta, cominciò a frequentare ambulatori, corsie ospedaliere e i caffè dove si ritrovavano chirurghi e primari, “tutti bombardando di domande”. Nel frattempo, dirigeva film e costruiva macchine da presa. Ma il tarlo della cura delle malattie continuava a roderlo.

Un “ultravirus” combina-guai

Per capire come Pastrone passò dalla cinematografia alla scienza medica, consigliamo due fonti. La prima è Giovanni Pastrone – Scrutando nel fosco. Scritti inediti, a cura di Silvio Alovisio e Nicola De Lorenzo (Kaplan, 2023), lavoro che presenta diversi manoscritti originali del regista. La seconda è il documentario Pastrone! (2021) che ancora De Lorenzo ha dedicato al nostro personaggio. 

Si scopre così che la ricerca di Pastrone in campo medico era cominciata verso la metà degli anni Venti, dopo che nel 1919 aveva abbandonato l’attività cinematografica e la sua Itala Film, al culmine del successo. L’idea che aveva in testa era la stessa che aveva già allora affascinato decine di pseudoscienziati, e che miete vittime ancora oggi: quella di una causa comune per tutte le malattie. Pastrone pensò di trovarla in un virus invisibile al microscopio ottico, forse un “ultravirus“, in grado di annidarsi nelle ossa del cranio per poi diffondersi attraverso il torrente linfatico e sanguigno, causando di ogni tipo di disturbo. Un’infezione latente, presente in ogni persona, che si sarebbe scatenata nei punti indeboliti dell’organismo. O, nelle sue parole:

Ho visitato migliaia d’individui di ambo i sessi, di ogni età e condizione. Non sono riuscito a trovarne uno che non presentasse i segni certi d’infezione più o meno estesa. Il virus provoca maggiori e più rapidi danni nelle regioni fredde e umide. È meno attivo, ad esempio, sul litorale mediterraneo; ma a lungo andare vince ogni resistenza e si impone dai poli all’equatore. Le mie limitate constatazioni personali, secondo questa visuale, non conoscono tuttavia eccezione e sono integrate dai dati della letteratura antica e moderna che, in breve, si presteranno ad essere interpretati sotto nuova luce. (Da Dell’etiopatogenesi unitaria nelle malattie. Deduzioni terapeutiche. Ripercussioni in alcune scienze biologiche e sociali)

Pastrone però non si fermò alla teoria. Costruì una macchina per contrastare questo virus, basata – come molti apparecchi che imperversavano nello stesso periodo – sull’elettricità.

Sparare al virus con un “fucile elettrico”

Tra il 1929 e il 1936, anni che lui riteneva “decisivi” per le sue scoperte, Pastrone mise a punto quello che nei suoi scritti chiamò, con una certa soddisfazione, il suo “fucile”. Si trattava di un apparecchio a correnti di alta frequenza basato sul principio della ionoforesi (o “cataforesi”, come la chiama lui), ossia l’introduzione di sostanze medicamentose nei tessuti attraverso una corrente elettrica. Il principio di per sé non era una sua invenzione; era una tecnica già esplorata, tuttora in uso per applicazioni limitate.

Pastrone però andava ben oltre. Nella sua visione, il dispositivo avrebbe dovuto introdurre nei tessuti malati un “anticorpo sintetico onnivalente”, cioè una sostanza in grado di neutralizzare qualsiasi batterio patogeno, agendo localmente senza danneggiare le cellule sane. Trovò questo “anticorpo” in presunti “composti stabili in ambiente lievemente alcalino, quale quello del plasma, suscettibili però di scomporsi in presenza di acidi organici deboli”, che nelle sue idee avrebbero svolto un’azione “antitossica benefica in quanto neutralizzante degli acidi stessi”.

Le metafore che usava erano quasi cinematografiche; parlando dei “micropatogeni” alla base dell’infezione, spiegava:

La loro distruzione è un fatto certo, perché semplice come quello di bruciare un giornale con un fiammifero, fenomeno che potrete rinnovare con assoluta certezza ogni giorno, certi d’incenerirlo sicuramente a… qualunque tendenza politica appartenga il quotidiano od il settimanale. […] Come volete bruciare i microbi e non bruciare i tessuti che li circondano? Io invece fischio ai virus e ed ai bacilli. Li prendo per un orecchio uno per uno, i manigoldi, ed uccido loro mentre le cellule in platea nei palchi o in galleria se la godono e ridono a crepapelle. Insomma una vera bazza ove nemmeno una cellula ci deve fare le spese. 

Incredibile a dirsi, come le cellule atipiche, in disaccordo con l’armonia architettonica del corpo, non appena sono state distolte, liberate dal fascino malvagio del virus, s’accorgono immediatamente da sole d’aver tradita la loro ereditarietà teleologica, si vergognano fino al nucleo, si fanno carachiri e la malformazione tumorale si squaglia come per incanto. I fisiologi vi dicono che i tessuti sono caduti in lisi. Tutto ciò come ho detto avviene automaticamente e talvolta istantaneamente. Talvolta dopo ore o giorni. È l’organismo che opera da sé. È uno spettacolo meraviglioso. 

La cura universale

Su queste basi, il 5 giugno 1936, Pastrone trattò un primo caso di tubercolosi polmonare. Secondo quanto racconta nei suoi manoscritti, dopo due mesi il paziente era clinicamente guarito. Nel 1939 depositò in Francia un brevetto per Un metodo per eseguire la penetrazione nel tessuto di cellule animali, di sostanze in soluzione conduttrice di elettricità

Nel suo studio torinese di corso Moncalieri, Pastrone operava con due medici suoi seguaci e con il figlio Luigi, che aveva abbandonato l’avvocatura per seguire le sue orme. E lì, cominciarono ad arrivare i pazienti. Le lettere di ringraziamento non mancano nel dossier: alcuni malati magnificavano “la scomparsa completa del gran male che mi aveva colpito (carcinoma base cellulare del laringe)”. “Il mio infernale male che da più di otto anni mi tormentava… completamente guarito in tre sole applicazioni di 15 minuti caduna”.

Pastrone non prendeva un soldo dalla sua invenzione. Lo ribadiva con orgoglio: 

«Da tutte le parti del mondo accorreranno i malati a ritrovare a peso d’oro la perduta salute», mi si diceva. Ma io non me la sono sentita di insozzare un camice bianco, o rosso o nero, per scroccare un onorario. Mi voglio troppo bene per condannarmi ad una fine così disonorevole.

Nel frattempo, continuava a sperimentare:

Nel 1942 a dicembre scoprivo finalmente la causa del cancro, di tutte le neoplasie maligne e di talune così dette benigne. Ottenni allora alcune splendide guarigioni a colpo sicuro. Scoprii d’essere anch’io canceroso. Mi guarii.

Nell’agosto del 1943, durante un bombardamento, il suo studio fu sventrato dall’esplosione di un ordigno sganciato dagli aerei alleati su Torino. Riuscirà a riattarlo soltanto nel 1945, e, da quel momento, ricomincerà a offrire ai suoi pazienti le “fucilate elettriche” curative.

Contro un muro

Intanto, però la scienza si era già pronunciata sulle pretese del nostro terapeuta, e lo aveva fatto in senso del tutto negativo. Finita la guerra, Pastrone si era presentato presso l’Ospedale delle Molinette con il suo fucile elettrico. L’entourage ospedaliero si era mostrato scettico. Volevano trattenere la macchina per studiarla, testandola su malati terminali, ma Pastrone aveva rifiutato ogni sperimentazione: voleva che la sua invenzione fosse distribuita subito, “a largo raggio al fine che tutti ne possano beneficiare”. Le porte degli ospedali si chiusero.

Pastrone riprovò allora a proporre la sua invenzione a un console americano, Richard Heaven, ex medico, che diventò ben presto suo tramite con case di produzione di apparecchiature scientifiche americane. Anche quella strada non portò da nessuna parte. Fu allora il turno poi del cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, per il quale intorno al 1953 l’inventore redasse un elaborato “Promemoria e piano d’attuazione” per costituire una commissione medica riservata che esaminasse la scoperta. Ma anche quella via non produsse risultati concreti. Ecco allora un nuovo tentativo con la FIAT, alla quale nel 1955 Pastrone offrì gratuitamente il suo brevetto. L’azienda automobilistica, però, si dimostrò per nulla interessata.

Intanto anche la stampa popolare si era fatta eco delle sue teorie. Nel 1951, il settimanale Epoca pubblicò un ritratto affascinato di Pastrone, che muovendo dai suoi successi artistici arrivava infine alle sue più recenti scoperte:

Egli ritiene di essere giunto a risultati sorprendenti. Quali siano non sappiamo esattamente ed egli non fa confidenze; ma si può presumere che egli guardi a quella complicata centrale nervosa che abbiamo nel cranio, dove sono i quadri di comando di tutti i nostri organi, anche quelli più nobili e meno avvertiti, e che ritenga che su quei quadri di comando si debba agire con mezzi elettrici, per ridare agli organi in pericolo la loro piena vitalità e la loro completa capacità difensiva. Le malattie dell’uomo si dovrebbero curare con “fucilate” elettriche, naturalmente dopo aver individuato l’organo malato e il suo centro nervoso con un originale sistema di diagnosi. (“Il ragioniere di Cabiria”, in Epoca, 10 febbraio 1951)

Ma il mondo era sordo alle sue promesse.

Fu vera gloria?

Che cosa si può dire, oggi, del “fucile elettrico” di Giovanni Pastrone? Le informazioni più accurate ci arrivano dai suoi scritti medici, mai pubblicati fino a tempi recenti. Nel 1938 aveva redatto Della lotta contro i microrganismi patogeni, consegnato all’Accademia delle Scienze di Torino ma curiosamente da lui stesso ritirato dopo poco. Tra il 1943 e il 1944 è la volta di Virus et homo. Nel 1948 Pastrone lo riprende in mano, eliminando le considerazioni biografiche e dando vita a una Memoria sulla etiopatogenesi unitaria delle malattie, che invia un’altra volta all’Accademia delle Scienze (il testo è conservato tuttora nei suoi archivi). Infine, nel 1953, arriva Dell’Etiopatogenesi unitaria delle malattie. Deduzioni terapeutiche. Ripercussioni in alcune scienze biologiche e sociali, che contiene il dettaglio di tutti i suoi studi. Non lo pubblicherà mai. Oggi possiamo leggerle almeno in parte grazie al lavoro di Alovisio e di De Lorenzo.

Sono pagine dense, appassionate, scritte in un italiano vivace e irregolare, pieno di aneddoti, di citazioni e di invettive contro i “misoneisti dal cervello anchilosato”. Sono la testimonianza di una mente attiva, ma ormai persa in un labirinto costruito mattone dopo mattone, con la stessa ostinazione con cui aveva costruito i set di Cabiria.

Nei suoi scritti, Pastrone decanta i mirabolanti successi della sua macchina, e riproduce con cura le lettere dei suoi ammiratori; ma si tratta ovviamente di una selezione di casi: quelli in cui, per un motivo o per un altro, c’erano stati dei miglioramenti. Dopo tutto, i morti non scrivono. 

D’altro canto, Pastrone è anche un esempio eccellente del mito dell’elettricità come apportatrice, a seconda dei casi, di innovazioni mortifere per l’umanità, oppure in grado di salvarla da ogni male. Nel primo caso, il prodotto di quel mito saranno le innumerevoli storie relative ai “raggi della morte”, che toccheranno l’apice proprio fra le due guerre mondiali, cioè quando Pastrone si dedica al suo “fucile”; nel secondo, le mille promesse di guarire ogni patologia attraverso le stesse correnti usate per uccidere o abbattere aerei a distanza. In certi casi, chi “inventava” il raggio della morte sosteneva di poterne facilmente convertire la potenza a fini medici. Nel nostro caso, tuttavia, Pastrone non è minimamente interessato alla creazione di raggi micidiali per i nemici  dell’Italia: vuole soltanto guarire gli esseri umani da ogni malanno.

Pastrone era un autodidatta di talento che operava in un campo – la medicina – dove persino un secolo fa l’apprendimento autonomo mostrava ormai tutti i suoi limiti. La sua teoria del virus cranico universale non aveva alcun fondamento. La ionoforesi, nei termini in cui lui la usava, non era in grado di introdurre nei tessuti concentrazioni efficaci di farmaci, e tantomeno gli “anticorpi sintetici” di sua invenzione. Ma nelle sue idee c’era anche un errore metodologico strutturale, quello comune a molti guaritori in buona fede. I suoi pazienti erano persone reali, che a volte magari guarivano davvero, come accade con qualsiasi trattamento, anche inerte – per remissione spontanea, per l’effetto placebo, e perché i malati più gravi semplicemente si rivolgevano altrove. Pastrone trattava soprattutto lesioni localizzate e superficiali, raffreddori, bronchiti, artriti, condizioni che in molti casi possono risolversi da sole o avere fasi di remissione. Senza controlli, senza trial clinici, senza diagnosi istologiche e metodi d’indagine radiologica moderni né follow-up, è pressoché impossibile valutare in maniera rigorosa un trattamento. Lui queste cose non le aveva presenti, e quasi di certo non per malafede, ma perché non sapeva che cosa avrebbe dovuto raccogliere e come farlo.

Sul letto di morte, nel 1959, Pastrone ordinò al figlio Luigi di distruggere la macchina e tutta la documentazione che la riguardava. Il figlio rifiutò. Si rifiutò di adempiere a quelle volontà anche uno dei nipoti, anni dopo, di fronte allo stesso dilemma. De Lorenzo ha ritrovato il fucile elettrico durante le ricerche per il suo documentario Pastrone!. Giaceva abbandonato in una cascina del Torinese. 

La storia del suo inventore è, in un certo senso, altrettanto commovente. Pastrone aveva perso la madre a causa dell’impotenza della medicina. Aveva trascorso la vita in un settore, quello del cinema, in cui l’intuizione geniale e la volontà ferrea potevano, soprattutto nella sua fase pionieristica, fare la differenza. Quando applicò lo stesso schema volontaristico alla medicina, non riuscì a capire che si stava fissando su spiegazioni prive del minimo fondamento. Inventare la carrellata cinematografica è una cosa. Sconfiggere il cancro, purtroppo, è tutta un’altra faccenda.

Foto: Giovanni Pastrone da giovane, pubblico dominio