Antoine Fabre d’Olivet, restauratore delle parole occulte di Mosè
di Paolo Cortesi
Il 25 agosto 1789, a Parigi, la commedia in versi Le Génie national fu accolta piuttosto freddamente dal pubblico. L’autore cercò allora di aggiustarla, esaltando l’unione gioiosa di re e popolo e inserendo battute ad effetto che riscaldassero i tanti “patrioti” del momento. Tuttavia, il secondo copione non ebbe più successo del primo.
L’anno seguente, nel luglio 1790, un altro dramma in versi, Le quatorze juillet 1789, fu un mezzo fiasco: a ventidue anni, Antoine Fabre d’Olivet dovette rinunciare alle rime e questa resa fu per lui un colpo durissimo, perché credeva di essere poeta.
Nato da una facoltosa famiglia protestante l’otto dicembre 1767 a Gange, nell’Herault, nel sud-est della Francia, Antoine Fabre aggiunse al proprio nome un d’Olivet che in realtà era soltanto il cognome della madre. Antoine era stato mandato a Parigi giovanissimo per imparare il mestiere del padre, commerciante di seta, ma – dopo la prova fallimentare come poeta – dimostrò molto precocemente un grande interesse per la filosofia spiritualistica ed ermetica, per la letteratura e la filologia. Studiò pensatori mistico-esoterici quali Paracelso, Swedenborg, Martinez de Pasqually; apprese l’ebraico e l’arabo con Ellious Boctor, che fu l’interprete di Napoleone in Egitto. Questi studi – filtrati dalle teorie di Antoine Court de Gébelin, un pastore protestante morto nel 1784 che inventò le origini egizie dei tarocchi — saranno fondamentali per la sua opera più imponente, la Langue hébraique restituée (“La lingua ebraica restituita”).
Oltre a studi serrati e totalizzanti, un po’ maniacali come capitava spesso agli autodidatti ingegnosi, d’Olivet si dedicava anche a pratiche magiche, apprese non si sa da chi. Il grande occultista Sedir (Yvon Le Loup, 1871-1926) nella sua biografia di d’Olivet scrive:
«non lo videro forse spesso alcuni suoi amici richiamare dalla sua biblioteca al suo tavolo da lavoro il libro che desiderava consultare, con la sola forza magnetica? Non aveva forse, quando voleva, conversazione con l’autore defunto di cui si sforzava di penetrare il pensiero?».
Ma per assicurarsi uno stipendio, più efficace della forza magnetica fu la raccomandazione del generale Bernadotte, che lo fece assumere al Ministero della guerra, nell’ufficio del personale del Genio, a tremila franchi l’anno. D’Olivet passò poi al Ministero dell’interno. Dopo dieci anni, cinque mesi e quattro giorni complessivi di impiego, nel dicembre 1809, d’Olivet chiese e ottenne di andare in pensione. Poté così dedicarsi interamente ai suoi studi.
Nel 1805 aveva sposato Marie-Agathe Warin, che, oltre a dargli tre figli, fu una preziosa collaboratrice nelle sue ricerche occulte: d’Olivet scoprì – o decise — che era un soggetto facilmente magnetizzabile e, quando lei cadeva in una sorta di trance lucida, la interrogava per conoscere i segreti delle antiche civiltà.
Purtroppo, questa attività medianica fu causa di divorzio, nel marzo 1823: spossata dalle sedute e terrorizzata nella sua fede cattolica, la povera Marie decise di lasciare il marito, che le chiedeva trance sempre più lunghe e frequenti. Rimasto solo, d’Olivet si dedicò ancora più intensamente ai suoi studi, ma sviluppò anche una sorta di mania di persecuzione, o piuttosto una diffidenza irragionevole, sospettando invidie e calunnie.
Negli ultimi tempi della sua breve vita, d’Olivet dovette dare lezioni private per rimpinguare la pensione, e visse in strette economie. Ritrovò tuttavia una sua vecchia allieva, Virginie Didier, ora signora Faure, che lo sostenne come amica e confidente. Fu grazie a lei se i manoscritti di Fabre d’Olivet non vennero dispersi dopo la sua morte, sulla quale pesa tuttora un mistero che lei non volle mai svelare. Secondo l’occultista Jean (detto Joanny) Bricaud (1881-1934),
«Fabre d’Olivet aveva fondato un culto basato sulla sintesi dell’ellenismo e della Gnosi, legata al Pitagorismo. Aveva nella sua abitazione un piccolo tempio dove celebrava il sacrificio, recitando delle preghiere e cantando inni che lui stesso aveva composto. Un giorno, Fabre d’Olivet fu trovato, vestito di una grande tunica bianca di lino, steso ai piedi dell’altare, con un pugnale conficcato nel petto. Si era suicidato, immolandosi davanti alla statua dei suoi dèi, durante la celebrazione del suo culto».
Pierre Leroux (1797-1871) affermò invece che era morto per un ictus. Era il 25 marzo 1825; aveva 57 anni.
Il perennialismo, idea base di Fabre d’Olivet
L’idea da cui parte tutta la teoria di d’Olivet è la certezza, fondamentale nel pensiero ermetico, che la verità piena e assoluta fu raggiunta nel passato, un passato ancestrale, quasi metastorico. La conoscenza razionale umana non è in grado di fissare cronologie, per questo si parla di età, di epoche, in una visione grandiosa in cui le civiltà scorrono, si succedono, trionfano e scompaiono non con la nettezza d’un fatto storico, ma con la vastità indistinta d’un bagliore, che non può essere delimitato in coordinate ben definibili.
Per Fabre d’Olivet, come per Court de Gébelin, lo scopo vero d’ogni ricerca è recuperare l’Urkultur del genere umano, cioè la conoscenza originaria e perfetta, la più vicina alla pura sorgente divina del pensiero. Ogni autentico progresso, per Fabre, è il platonico ritorno a quel tesoro di sapienza aurorale che le civiltà antichissime avevano conquistato e cristallizzato in simbologie ancestrali.
Quando scrive la storia dell’umanità, Fabre d’Olivet non cerca conferme nei fossili, nell’antropologia o nell’archeologia, ma traccia un affresco leggendario in cui si svolge un’epopea titanica che confonde la storia reale con la mitologia:
«Tre razze si elevarono simultaneamente, o l’una dopo l’altra, in luoghi differenti. La razza rossa fu originaria d’Atlantide; la razza nera apparve in Africa e la razza gialla nacque in Asia. Queste tre razze raggiunsero col tempo la pienezza delle conoscenze che la condizione sociale poté acquisire, e si disputarono il dominio del mondo. Ma la razza rossa, che occupava un’isola molto grande, finì per opprimere le altre due e si fece padrona dell’universo. La malvagità degli Atlantidi divenne così grande che la Provvidenza li abbandonò del tutto. L’isola nell’Atlantico fu sprofondata dal diluvio e le acque inondarono con estrema violenza quasi tutti i continenti. In questa sollecitazione terribile, le terre boreali sorsero dal mare e furono la culla della razza bianca».
Poiché la sapienza assoluta è patrimonio del remoto passato, compito del filosofo è tornare al passato, cercare di riscoprire integralmente il pensiero originario, il messaggio delle civiltà arcaiche che è stato stravolto e corrotto nel corso dei secoli. Gli antichi sapevano tutto; hanno affidato la loro conoscenza a dei segni che però oggi hanno perso per noi l’autentico significato. Ciò che per noi, oggi, è soltanto un suono o un elemento grammaticale, nel remoto passato era concetto: questo il nucleo teorico della filologia ermetica di Fabre d’Olivet.
Secondo la sua linguistica favolosa, che, ricordiamolo, scriveva prima che Champollion decifrasse i geroglifici, la sapienza perfetta era stata posseduta dagli antichi Egizi, poiché essi conoscevano tutti i livelli dell’espressione, dal significato profano a quello esoterico:
«Gli Egiziani, che possedevano il segno letterale e al contempo la combinazione geroglifica, dovevano essere, come in effetti furono, per il periodo storico in cui vivevano, il popolo più illuminato del mondo».
Mosè fu iniziato in Egitto ai misteri sublimi:
«obbedendo ad un impulso speciale della Provvidenza, si inoltrò nelle vie dell’iniziazione sacerdotale e […] subì tutte le prove, superò tutti gli ostacoli e sfidando la morte presente ad ogni passo, giunse a Tebe all’ultimo grado della scienza divina. Questa scienza, che egli modificò grazie ad un’ispirazione particolare, egli la racchiuse tutta nella Bereshit, ovvero nel primo libro del suo Sepher» [il libro della Genesi].
L’opera più ambiziosa dello studioso francese intende infatti restaurare la lingua ebraica, riportare cioè in luce gli autentici significati profondi di quella lingua decaduta nel tempo, di cui ora non resta che una forma priva delle ricchezze simboliche che racchiudeva. Ne La langue hébraique restituée (1815-1816) leggiamo:
«Sono convinto da molto tempo che la lingua ebraica è perduta, e che la Bibbia che possediamo è lontana dall’essere l’esatta traduzione del Libro di Mosè. Circa sei secoli prima di Gesù, gli Ebrei, divenuti Giudei, non parlavano né comprendevano più la loro lingua originale. Essi si servivano d’un dialetto siriaco, l’aramaico, formato dall’unione di diversi idiomi d’Assiria e Fenicia».
Per Fabre, nella lingua ebraica originaria ogni parola aveva una triplice valenza: un senso chiaro e diretto, un valore simbolico e figurato, un significato sacro o geroglifico. Questi tre livelli di comunicazione erano accessibili rispettivamente a tutti (il senso letterale), ai filosofi (il senso simbolico), ai maestri di sapienza esoterica (il senso geroglifico).
Ora, continuava Fabre d’Olivet, noi siamo limitati al primo livello, quello profano, povero e fuorviante. L’erudito francese era certo di aver riscoperto il livello più alto ed esclusivo, quello riservato ai sacerdoti egizi presso i quali fu educato Mosè, e che rivela arcane verità metafisiche. Quella di Fabre è una immaginaria filologia esoterica, che non ha basi razionali ma parte dal presupposto che le parole, anzi le lettere («le vocali sono l’anima e le consonanti il corpo delle parole»), siano scrigni che contengono concetti spirituali, difesi da un codice di cui s’era persa la chiave. La parola è dono di Dio, dichiara Fabre, perciò la parola scritta conserva la rivelazione divina; nella sua più alta espressione è uno strumento di conoscenza spirituale e non un semplice mezzo di comunicazione fra esseri umani.
Un esempio:
«La radice geroglifica del nome di Adamo è AD, che è composta dal segno della potenza unitaria A e da quello della divisibilità D ed offre l’immagine di una unità relativa».
E dunque:
«Adamo non significa solo uomo, bensì questa parola caratterizza ciò che intendiamo per genere umano, o meglio regno ominale: l’Uomo collettivo, formato astrattamente dall’unione di tutti gli uomini».
Ancora:
«T, come immagine simbolica rappresenta l’asilo dell’uomo, il tetto che egli eleva per proteggersi, il suo scudo. Come segno grammaticale, è quello della resistenza e della protezione. […] TA, ogni idea di resistenza, di repulsione, di rifiuto e di rimbalzo; ciò che causa la rifrazione luminosa. TB, il segno della resistenza unito a quello dell’azione interiore, immagine di ogni generazione, compone una radice che si applica a tutte le idee di conservazione e di integrità centrale; è il simbolo d’una sana fruttificazione e d’una forza capace di allontanare ogni corruzione».
L’ebraico di Fabre d’Olivet è una lingua che trabocca di svelamenti insospettabili per il profano. Ecco un tipico esempio di etimologia fantastica dell’erudito francese:
«La parola CHOCHAB, tradotta volgarmente come stelle è composta dalla radice CHOH, che si rapporta ad ogni idea di forze, di facoltà, tanto fisiche quanto morali, e della ragione (originale: raison) misteriosa ACB, che sviluppa l’idea della fecondazione dell’Universo. Così, secondo il senso figurato e geroglifico, la parola CHOCHAB non significa soltanto stella, ma la forza virtuale e fecondante dell’universo».
Riscrivere la Genesi
Con questo armamentario, d’Olivet affrontò il primo libro della Bibbia come fosse un testo criptato. I risultati furono, ovviamente, singolari.
Lo studioso francese tradusse, o piuttosto riscrisse, solo i primi dieci capitoli della Genesi. Ecco a confronto i versetti iniziali. Così si leggono nella diffusa Bibbia Concordata (traduzione italiana multiconfessionale del 1968), che per Fabre sarebbe stata senz’altro una delle tante versioni che si arrestano alla superficie profana e rozza:
1. In principio Dio creò il cielo e la terra. 2. La terra era una massa informe e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. 3. E Dio disse: Sia la luce e la luce fu. 4. Dio vide che la luce era buona e separò la luce dalle tenebre, 5. e chiamò Giorno la luce e chiamò Notte le tenebre. E fu sera e fu mattino: il primo giorno. 6. E Dio disse: Ci sia un firmamento in mezzo alle acque che divida le acque dalle acque. 7. E Dio fece il firmamento, separando le acque che sono sotto il firmamento e le acque che sono sopra il firmamento. E così fu. 8. E Dio chiamò Cielo il firmamento. E fu sera e fu mattino: il secondo giorno. 9. E Dio disse: Si raccolgano in un luogo solo le acque che sono sotto il cielo e appaia l’asciutto. E così fu. 10. E Dio chiamò Terra l’asciutto e chiamò Mare la massa delle acque. E Dio vide che ciò era buono.
Questa narrazione mitologica, molto semplice, lineare, fiabesca, diventa nel francese di d’Olivet (che ho cercato di tradurre qui di seguito quanto più fedelmente possibile alla lettera) una barocca e farraginosa esposizione che promette sublimi rivelazioni, mentre non è che la versione contorta e altisonante della medesima leggenda:
1. Nel Principio, Elohim-egli-gli-dei, l’Essere degli Esseri, aveva creato in principio quanto costituisce l’esistenza dei Cieli e della Terra. 2. Ma la Terra non era che una potenza contingente d’essere nella potenza d’essere; l’Oscurità, forza astringente e compressiva, avvolgeva l’Abisso, sorgente infinita dell’esistenza potenziale, e lo Spirito divino, soffio espansivo e vivificante, esercitava nuovamente la sua azione generatrice al di sopra delle Acque, immagine della passività universale delle cose. 3. Ora, Egli-gli-dei aveva detto: la Luce sarà, e la luce era stata. 4. E considerando questa essenza luminosa come buona, egli aveva determinato un mezzo di separazione tra la Luce e l’Oscurità. 5. Indicando, Egli-gli-dei, questa luce, elementizzazione intelligibile, sotto il nome di Giorno, manifestazione fenomenica universale, e quella Oscurità, esistenza sensibile e materiale, sotto il nome di Notte, manifestazione negativa e oscillazione delle cose: e tale era stato l’occidente, e tale era stato l’oriente, il mezzo e lo scopo, il confine e l’inizio della prima manifestazione fenomenica. 6. Dichiarando in seguito la sua volontà, aveva detto, Egli-gli dei: ci sarà una espansione eterea al centro delle acque; ci sarà una forza rarefacente che opera la divisione delle loro opposte facoltà. 7. Ed Egli, l’Essere degli esseri, aveva fatto questa Espansione eterea; aveva suscitato questo movimento di separazione tra le facoltà inferiori delle acque e loro facoltà superiori, ed è così che è stato fatto. 8. Designando, Egli-gli-dei, questa espansione eterea col nome di Cieli, le acque: e tale era stato l’occidente, e tale era stato l’oriente, il mezzo e lo scopo, il confine e l’inizio della seconda manifestazione fenomenica. 9. Aveva detto ancora, Egli-gli-dei: le onde inferiori e gravitanti dei cieli tenderanno irresistibilmente insieme verso un luogo determinato, unico, e l’Aridità apparirà: ed è così che è stato fatto. 10. Ed aveva designato l’aridità sotto il nome di Terra, elemento terminante e finale, e il luogo verso il quale dovevano tendere le acque l’aveva chiamato Mari, immensità acquosa. E considerando queste cose, Egli l’Essere degli esseri, aveva visto che sarebbero state buone.
Non sorprende che La langue hébraique restituée venne messa all’Indice dalla chiesa cattolica, il 26 marzo 1825, sotto il pontificato di Leone XII. Fabre aveva scritto un’altra Genesi.
Mentre le condizioni di vita dello studioso si facevano sempre più povere, la sua visione non conosceva limiti, si innalzava sopra l’immensa ruota dei millenni. Nel 1824, poco prima della morte, uscì l’Histoire philosophique du genre humain, un gigantesco affresco della storia dell’umanità, una storia regolata dalla Provvidenza divina, che agisce tramite il Destino irreversibile e necessario per correggere o punire la Volontà umana quando essa si inorgoglisce al punto da non riconoscere la sottomissione a Dio.
L’uomo che, dopo secoli, credette di avere riascoltato per primo l’autentica voce di Mosè morì quasi ignorato dalla Francia accademica. Nell’inventario dei suoi beni, redatto alla sua scomparsa, figuravano 195 copie invendute de La langue hébraique restituée.
Non va però trascurato un fatto di rilievo: con la sua linguistica immaginaria, Fabre influenzò a lungo esoteristi di prima grandezza: René Guénon, Julius Evola, e, non ultimo, un altro suo connazionale, Edouard Schuré, che dal 1889, con la sua opera più nota, I grandi iniziati, diventerà celebre e sarà lettissimo ovunque per lungo tempo, contribuendo a consolidare fra il pubblico, tra l’altro, l’idea del Mosè “mago” e generatore della filosofia perenne. Qualsiasi cosa si voglia pensare della sua linguistica improbabile, a Fabre d’Olivet un piccolo posto nella storia delle idee gli è dovuto.
