3 Luglio 2026
Interviste

Dall’egittomania all’archeoastronomia: intervista all’archeologo spagnolo Tito Vivas

di Thomas Villa

Tito Vivas, dottore di ricerca in Egittologia presso l’Università di Barcellona, è oggi uno dei divulgatori più riconoscibili nel panorama spagnolo. Il suo aspetto, che lui stesso descrive scherzosamente come quello di un Indiana Jones “un po’ usurato”, contribuisce forse al personaggio pubblico; ma a distinguerlo davvero sono il rigore accademico e l’impegno costante contro le interpretazioni pseudoscientifiche dell’antico Egitto. Non è facile parlare di archeologia a un pubblico vasto, raggiungere centinaia di migliaia di persone sui social (ben 264 mila followers su Instagram), comparire nella televisione generalista in prime time e, allo stesso tempo, mantenere credibilità scientifica, eppure Vivas ci è riuscito. Ha portato l’egittologia nei grandi circuiti della divulgazione in lingua spagnola e sembra possedere un talento raro: quello di saper parlare sia a chi cerca nell’Egitto antico un oggetto di studio serio e documentato, sia a chi continua a subirne il fascino misterioso e irresistibile. Thomas Villa l’ha incontrato a Tenerife, in Spagna, al festival di letteratura storica “¡Esto es Historico!”, e l’ha intervistato per noi.

Vivas, per lei la figura di Indiana Jones è stata importante. Però il fascino dell’Egitto non è qualcosa che iniziò nel XX secolo. Uno dei pionieri dell’esplorazione egiziana più spesso paragonati a Jones fu il padovano Giovan Battista Belzoni, nel XIX secolo. Quando è nata l’“egittomania”?

Credo che ci siano due punti di svolta assolutamente fondamentali nella nascita di ciò che poi verrà chiamato egittomania. Ovviamente il primo è la nascita dell’egittologia in quanto tale, che prende avvio con la spedizione napoleonica, con la squadra e con il gruppo di scienziati che Napoleone portò con sé in Egitto e, soprattutto, con la figura di Champollion come decifratore della scrittura. Non fu l’unico, ma fu lui, alla fine, a spuntarla. E quella decifrazione della Stele di Rosetta è il colpo di partenza di ciò che potremmo definire scienza. Però io credo che questo sia l’inizio dell’egittologia come scienza. C’è poi un altro detonatore, che secondo me è quello che fa esplodere il boom dell’egittomania vera e propria: senza dubbio, nei ruggenti anni Venti, la scoperta della tomba di Tutankhamon da parte di Howard Carter. Perché è questo che spalanca all’intero mondo l’immaginario dei tesori dell’antico Egitto. Purtroppo, in quell’epoca, diciamo “all’intero mondo”, ma in realtà ciò che fa è convogliare qualcosa che esisteva già prima: l’esotismo orientale, l’orientalismo, che è anteriore agli anni Venti. 

Esistono anche opere, come la Mensa Isiaca, che sono di età romana ma ispirate all’Egitto. Si tratta quindi di un fascino antico?

Il punto è che, in realtà, molti pensano che l’Egitto nasca all’improvviso nell’immaginario europeo, quasi come una scienza già sviluppata, ma non è così. Le piramidi sono sempre state lì. Il problema è che una cosa è l’Egitto immaginato, l’Egitto ricreato o reinterpretato, e un’altra è l’Egitto faraonico reale. E in Europa, da secoli, esisteva già una fascinazione per l’egizio: obelischi a Roma, decorazioni ispirate all’Egitto, oggetti reinterpretati… Tutto questo fa parte di quella lunga storia di appropriazione, reinvenzione e fascinazione.

Molti dei ritrovamenti archeologici ci danno una rappresentazione “vivida” della quotidianità nell’antico Egitto. Nei corredi funerari sono presenti panettieri, birrai, rematori, servitori, attività domestiche di ogni sorta… Che cosa ci dice tutto questo?

Questo in realtà ci pone di fronte a un dubbio. E cioè se quella vita quotidiana che le tombe rappresentano, soprattutto sulle pareti delle tombe dell’Antico Regno rappresenti davvero il modo in cui vivevano gli Egizi, oppure se ciò che ci viene mostrato sia una sorta di metafora idilliaca di ciò che essi immaginavano dovesse essere la vita eterna. Il fatto che tu veda in quei rilievi un signore perfettamente felice con la sua famiglia, che caccia anatre nei pantani, non significa che quell’uomo vivesse davvero così, ogni giorno, ininterrottamente. Quindi bisogna essere capaci di dire: bene, questa rappresentazione può indicarci com’erano gli ami, com’erano le tecniche di pesca o com’erano determinate cose. Ma significa che vivessero realmente così? Non sempre esiste, al di là del rilievo, un’evidenza archeologica sul terreno che indichi questo. E tuttavia, poi, nei corredi funerari compaiono effettivamente elementi che vanno in quella direzione. A Saqqara compaiono arpioni da ippopotamo identici a quelli che vedi nelle rappresentazioni parietali, e allora sì che pensi: bene, doveva essere davvero così. Però attenzione: un arpione nel corredo funerario di un personaggio appartenente all’élite non significa che tutti vivessero in quel modo, o che la caccia all’ippopotamo facesse parte della vita quotidiana; magari era un elemento rituale associato a quel determinato individuo. Esistono papiri che ci parlano di scioperi, come quello rinvenuto a Deir el-Medina, noto come Papiro di Torino. Oggi si sa che le Piramidi, ad esempio, non furono costruite dagli schiavi, come si sente spesso affermare. Però per i lavoratori non era nemmeno una vita facile. 

La prima piramide, quella a gradoni di Djoser, fu costruita da Imhotep, figura che la tradizione successiva trasformò anche in sapiente e medico. Che cosa ci dice tutto questo sul prestigio del sapere nell’antico Egitto e sul rapporto tra architettura, religione e conoscenza?

Credo che la prima cosa che ci racconti, ovviamente, sia che il loro concetto di scienza è intimamente connesso alla loro idea di magia. La scienza nell’antico Egitto, al di là del fatto che essi comprendano e sappiano misurare i ritmi dei movimenti del cielo, non smette di essere strettamente legata alla credenza religiosa su quali siano le entità che muovono quegli astri, o che siano direttamente quegli astri. E quindi non sorprende che emerga la figura di una persona che ha rilevanza politica e, nello stesso tempo, la possiede dal punto di vista religioso, ma anche da quello scientifico: può essere medico, può essere astronomo e può essere architetto, perché in realtà tutto è posto sotto il medesimo orizzonte di credenze. E l’architetto stesso finisce per essere investito di un’autorità che, nel caso di Imhotep, in età tarda arriva quasi alla divinizzazione. Il celebre architetto di Djoser finisce per essere considerato praticamente un dio. Credo che Imhotep segni una sorta di precedente di una particolare tipologia di personaggio all’interno della società egizia. È architetto, è visir, è astronomo, è medico, ma possiede anche caratteristiche peculiari: la sua tomba non è stata trovata, non gli si conosce discendenza, non gli si conosce una compagna… È quindi un profilo molto strano, che secondo me l’egittologia non ha ancora definito fino in fondo.

È curioso che, quando esistono davvero orientamenti archeoastronomici, di solito non attecchiscano molto nell’opinione pubblica. Quando invece qualcuno dice che c’è un orientamento impossibile o extraterrestre, quello prende subito piede. Perché?

Perché è molto più facile da spiegare, da assimilare e da capire. Se io ti dico: “Questo non ha senso, questo è tecnologicamente impossibile, devono averlo fatto gli extraterrestri”, ti ho già spiegato la teoria in un colpo solo e tu la compri o non la compri, ma il discorso è finito lì: si va avanti. Se invece ti dico: “No, l’inclinazione della piramide ovviamente non è casuale, ma ha fondamenti astronomici; perché una certa inclinazione è legata ai movimenti, agli angoli del sorgere del Sole, al solstizio d’inverno, mentre l’altro angolo d’inclinazione ha a che fare con la levata eliaca di Sirio…”, certo, tu mi guardi e mi dici: “Spiegami che cos’è la levata eliaca di Sirio”. A quel punto devi entrare a spiegare: guarda, ti racconto come si muove il cielo… Vale a dire: è molto più impegnativo per il divulgatore, che deve raccontare qualcosa di accademicamente più complesso, ma deve farlo scendere a terra perché sia facilmente comprensibile e assimilabile.

Abbiamo perso anche il contatto che quelle popolazioni antiche avevano con il cielo: in generale in Europa non si vede più nulla per via dell’inquinamento luminoso.

Questo è un aspetto fondamentale. La gente viveva e gestiva, a tutti i livelli sociali, conoscenze di orientamento, di navigazione, di agricoltura… E questo lo ritroviamo in tutte le civiltà antiche, senza eccezioni. All’orizzonte cominciava il cielo, che era il paesaggio celeste, e l’interazione di tutti i suoi elementi era ciò che determinava la conoscenza dell’ambiente, la costruzione del loro contesto, del loro pensiero, delle loro credenze e, naturalmente, dei loro ritmi agricoli e pastorali. Tutto era subordinato a ciò che il cielo dettava.

È vero che non si trovano menzioni esplicite di eclissi nei testi che abbiamo a disposizione della cultura egizia? Non è strano, visto che molte civiltà antiche erano a conoscenza del ciclo di Saros, che identificava i momenti in cui si davano le condizioni affinché si potessero osservare le eclissi?

Non abbiamo documentazione che provi che gli Egizi conoscessero il ciclo di Saros. Che conoscessero i movimenti solari, questo sì, naturalmente. Creano un calendario, un calendario civile, basato sui movimenti solari e stellari. Anche quelli lunari entrano in gioco, ma i cicli lunari non coincidono con quelli solari e stellari, che sono poi quelli che scandiscono le stagioni. E su questo, probabilmente, tacciono. Perché, certo, in una civiltà fondata sul culto di una divinità solare, come si spiega che un giorno, all’improvviso, il dio Ra si nasconda? Come lo racconti? La religione di Amarna [cioè il culto del dio unico Aton, istituito dal faraone Akhenaton durante la XVIII dinastia, NdR], in un certo senso, fa qualcosa di simile a un enoteismo: colloca il disco solare — non Ra in quanto tale, ma il disco stesso come concetto — al vertice, come divinità suprema. Ma non lo sappiamo, e può darsi che in età amarniana si sia verificata un’eclissi che non sia stata raccolta dalle fonti di cui disponiamo. Il punto è che loro non la documentano, o non la raccontano. Oppure non ne abbiamo ancora trovato traccia, che è un’altra possibilità. Ma l’eclissi più antica che abbiamo documentato in Egitto è del VI secolo, dunque già in età bizantina.

Si ha l’impressione che le fake news egittologiche comincino già con la scoperta della tomba intatta di Tutankhamon. Fino a che punto il racconto della “maledizione” fu una costruzione giornalistica?

C’è un punto di svolta nella comunicazione, ed è effettivamente il ritrovamento della tomba di Tutankhamon. In Egitto esisteva un sistema che, naturalmente, dopo Tutankhamon cambiò, ma fino ad allora prevedeva che uno sponsor, un mecenate, acquistasse la licenza di scavo di un’area e la sfruttasse quasi come un’impresa. Si stipulava quindi un contratto in cui si stabiliva che tutto ciò che fosse emerso sarebbe stato diviso al 50% tra l’imprenditore che metteva i soldi — in questo caso lord Carnarvon — e il governo egiziano.

C’era però una specie di clausola finale, che diceva: salvo che venga rinvenuta la tomba intatta di un re, nel qual caso non gli spetterà nulla, perché tutto apparterrà al governo. La prima cosa che accade è che, nel momento in cui la tomba viene scoperta e Carnarvon arriva dall’Inghilterra in Egitto, la prima cosa che dice è: “Dobbiamo sapere se la tomba è davvero intatta oppure no”. Perché la tomba sembrava essere stata saccheggiata, e lì si entrava già in un problema giuridico. Che cosa intendiamo per tomba intatta? Perché scientificamente possiamo dimostrare che all’interno della tomba ci furono almeno due saccheggi. Non c’era una legge che dicesse che cosa si dovesse intendere per tomba intatta. Alla fine si stabilì che si considerasse intatta una tomba nella quale il re fosse ancora sepolto in pace. E infatti Carnarvon perde. E allora che cosa fa prima di morire? Dice: “Se di qui non riuscirò a recuperare l’investimento, dovrò recuperarlo da un’altra parte”. Ed è lì che nasce la vendita delle informazioni ai mezzi di comunicazione. Firma un accordo di esclusiva con il Times di Londra, che gli paga una fortuna, ma che lascia tutta la stampa mondiale costretta a comprare da loro quelle informazioni. Ed è un affare colossale. Ci sono giornali che non possono permetterselo. E tutti quei giornali che non possono permetterselo, ma che hanno già mandato laggiù qualcuno a seguire la notizia, cominciano a inventarsi notizie. Quando Carnarvon morì, naturalmente c’era molta gente arrabbiata che cominciò a dire: “Se lo merita, il re l’ha punito”. E questa è, in realtà, la nascita della maledizione: la maledizione di Tutankhamon nasce da lì.

Altri luoghi che dimostrano come l’archeologia accetti i cambi di paradigma molto meglio rispetto a tanta “fanta-archeologia” sono Göbekli Tepe e Karahan Tepe in Turchia. Questi siti ci aiutano a riconsiderare l’ordine di sviluppo sociale che davamo per assodato: forse erano i grandi pensieri astratti che imponevano l’edificazione di templi e conducevano alla necessità dello sviluppo dell’agricoltura. Alcuni, come il professor Giulio Magli, identificano anche a Göbekli Tepe un orientamento archeoastronomico, mentre altri sono più cauti: qual è la sua posizione?

Il professor Juan Antonio Belmonte Avilés dell’Instituto de Astrofisica de Canarias qui a La Laguna spiega in modo molto chiaro questo tipo di situazioni: “Tutto è orientato in tutte le direzioni”, dice. Perché, naturalmente, un orientamento astronomico non è dato semplicemente da un punto che guarda verso un altro. Perché un orientamento abbia senso, serve un terzo punto di riferimento. Ed è qui il problema: a Göbekli Tepe, a Karahan Tepe e in tutti questi luoghi, noi non sappiamo che cosa stessero guardando sull’orizzonte.

Non sappiamo quali costellazioni facessero loro da guida. 

Del resto, le raffigurazioni che compaiono su quei monoliti — uno scorpione, ciò che sembra essere un avvoltoio — sono state interpretate proprio nel tentativo di capire se corrispondano o no a costellazioni. E dovremmo orientarci anche in base alla possibilità che quelle pietre puntino verso questo tipo di configurazioni celesti. Ma finché non lo sappiamo, non possiamo affermarlo. Prima bisogna scavare, bisogna conoscere il sito. E chi scava sa bene che per il 99 per cento del tempo guarda verso il basso. Solo quando avremo scavato tutto, allora potremo alzarci, voltarci, aprire le braccia come Peter Pan e chiederci: “Bene, che cosa si vede? In quale direzione guarda questo monolite? E che cosa si vede laggiù?”. 

È questo che fa l’archeoastronomia. E io credo che qui ci sia ancora moltissimo lavoro da fare.

Foto di hhhsml da Pixabay