5 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Gola nera e denti pelosi: quando i valdesi erano mostri

Giandujotto scettico n°212 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

M. Cardon disse che nella sua infanzia, a Prarostino [nel Pinerolese, in provincia di Torino, N.d.R.], gli si raccontava che due uomini della piana che non avevano mai visto dei Valdesi s’avvicinarono tremanti ai paraggi di Prarostino. Avendo trovato un Valdese delle prime borgate del comune gli domandarono se era vero che i Vadesi fossero come i preti dicevano nei loro sermoni, con quattro occhi e quattro fila di denti. Il Valdese per burlarsi rispose di sì e che non avrebbero tardato a vederne uno. Si accordò con un vicino che si travestì e al suo arrivo i due cattolici se ne fuggirono in fretta.

A raccontare questo aneddoto è Giovanni Jalla (1868-1935), storico e professore del Collegio valdese di Torre Pellice, membro di una famiglia che produsse intere generazioni di pastori. Jalla tra il 1893 e il 1909 raccolse numerose testimonianze orali sul folklore delle cosiddette Valli valdesi, cioè l’area della provincia di Torino che comprende Val Pellice, Val Germanasca e Val Chisone. Il racconto era, con ogni probabilità, nient’altro che una leggenda metropolitana diffusa in queste zone, che prendeva di mira da parte valdese il bigottismo intollerante di una parte dei cattolici del tempo.

Ciò premesso, l’idea che i protestanti delle Alpi occidentali fossero davvero esseri mostruosi, fisicamente diversi dai cattolici e con occhi e denti in soprannumero è solidamente documentata per il passato più remoto. Oggi vi presentiamo alcune di queste storie. Per averne un compendio, suggeriamo di seguire questa conferenza dello storico Simone Baral, pubblicata nel 2021 dal Centro Culturale Valdese di Torre Pellice.

I valdesi, ovvero streghe e licantropi

Il valdismo nasce intorno al 1174 dai Poveri di Lione, movimento di riforma interno alla Chiesa cattolica, diffuso dapprima nel sud della Francia, e alla lunga, in diverse parti d’Europa, sino alla Polonia. Predica l’abbandono delle ricchezze terrene, ma, soprattutto, dal punto di vista teologico propone la lettura della Bibbia senza intermediari, il ruolo centrale dei laici e la possibilità per tutti di prendere pane e vino dell’Eucaristia, sfumando così il ruolo del clero assai prima di aderire alla neonata Riforma protestante, nel 1532 – l’evento dal quale è sorta l’attuale Chiesa Evangelica Valdese, oggi una tipica chiesa protestante di tipo riformato, o presbiteriano, con comunità in tutta Italia.

Scomunicati nel 1184, i valdesi diventarono fin da subito oggetto di accuse, di violenze e di repressione, in specie a opera dei domenicani e dei francescani, tanto che nei documenti relativi a molti processi per stregoneria il confine tra l’adorazione del diavolo, la magia e l’adesione al movimento valdese è piuttosto labile (le conventicole di streghe erano spesso definite vauderie). 

Piuttosto celebre è questa immagine del 1451 proveniente da Le champion des dames, un manoscritto francese del chierico e inquisitore francese Martin Le Franc. La scritta identifica il soggetto: sono des vaudoises, delle valdesi; donne vestite in abiti tradizionali che cavalcano la scopa e il “bastonetto”, quello che secondo le leggende diffuse all’epoca consentiva i voli notturni alla volta dei sabba. 

Sono storie nere, assai diffuse in Francia e che coinvolgono un po’ tutti i movimenti religiosi considerati eretici dalla Chiesa cattolica; il religioso Guillaume Paradin (1510-1590) per esempio, nel suo Cronique de Savoye, racconta che i protestanti erano in grado di apparire in forma di lupi:

Ed è dai tempi del Conte Umberto, che cominciò a Lione una eresia di un gruppo di genti ignoranti, che chiamiamo “i poveri di Lione”, di cui fu iniziatore un uomo semplice e senza lettere di nome Valdo, dal nome di cui sono stati chiamati ai nostri tempi Valdesi, che sono genti che indulgono nei sortilegi diabolici, & ancora ce ne sono molti e in diversi luoghi della Gallia […] che si crede possano trasformarsi agli occhi di chi li guarda in lupi, tramite prestigi e illusioni. E di questa gente, ne sono stati puniti molti con la morte negli anni passati […].

Le dicerie passarono presto dalle presunte attività malefiche all’aspetto fisico. Nel Diciassettesimo secolo, cioè nel periodo in cui, in due fasi, i tentativi di debellare i protestanti valdesi in Piemonte raggiunsero la dimensione dei massacri, in specie nel 1655 e nel 1686-89, si raccontava, ad esempio, che i valdesi nascessero con la gola nera. Un’idea forse derivante dall’espressione gorges noires, come i francesi chiamavano gli ugonotti, cioè i protestanti del loro paese che, come i valdesi, avevano aderito alla Riforma secondo le modalità iniziate da Giovanni Calvino a Ginevra intorno al 1541. Erano definiti così, secondo alcuni storici, perché dalla loro gola passava una “voce nera”, cioè legata al peccato. Oppure, si raccontava che i valdesi avessero corna, zampe caprine, e molte file di denti.

Quattro file di denti pelosi

La storia più famosa, in merito alla mostruosità dei valdesi, è forse quella che raccontò nel 1587 Girolamo Miolo, pastore di Angrogna in val Pellice, nella sua Historia breve & vera de gl’affari de i Valdesi delle Valli. Il libro descrive, tra le altre cose, le guerre di religione tra i Savoia e le milizie valdesi, che dagli Anni 40 del Cinquecento avevano ormai preso a scontrarsi in modo aperto. 

Fu durante una di queste battaglie, probabilmente ai tempi di Carlo II, che il duca sabaudo, avrebbe deciso di scoprire finalmente se i valdesi erano davvero mostri deformi come si vociferava, con “corni in testa” e file di “denti pelosi”. E lo avrebbe fatto in occasione di una richiesta di udienza, da parte di alcuni valdesi:

[…] il quale gl’accettò benignamente facendogli gratia et rimessione d’ogni cosa a lor imputata, et perché falsamente i detti Valdesi erano incolpati di varii crimi, et di essere persone diverse a gl’altri huomini come che havessero de i corni in testa, et quatro gricie di denti et essi denti pelosi, S. Altezza comandò che gli fossero condotti de i figliuoli Valdesi per vedere s’erano come gl’altri. Laonde havendogli ritrovati et riconosciuti di forma et aspetto belissimo come qualunque altre persone, detta S. Alt. dechiarò ch’ella era stata mal informata del stato di detti poveri Valdesi.

Secondo lo storico Mario Cignoni, che parla dell’episodio in un saggio del volume Con o senza le armi. Controversistica religiosa e resistenza armata nell’Italia moderna (Claudiana, Torino, 2008), si tratterebbe di una cattiva traduzione dal francese: quel gricie sarebbe da leggersi come gris, grigi (“quattro denti grigi in bocca, ed essi stessi [i valdesi] pelosi”). Dunque una descrizione fisica che ricorda quella di alcuni diavoli: corna, quattro denti scuri e corpo peloso. Ma insomma, che fossero pelosi i denti o i valdesi stessi, poco cambia: erano mostri, le cui idee sbagliate si riflettevano anche sul piano fisico, che appariva deforme e diverso da quello dei soli autentici cristiani, ovviamente quelli aderenti alla chiesa di Roma.

È difficile dire se questo episodio sia vero e leggendario. A noi sembra improbabile che Carlo II, così abituato a massacrar valdesi, potesse credere sul serio alle storie per le quali suoi nemici (e sudditi) potevano avere un aspetto mostruoso. Forse il pastore Miolo voleva prendere in giro l’ignoranza delle leggende nere sui valdesi, o forse voleva sottolineare quanto il duca fosse stato “male informato”, e che, se avesse potuto verificare quelle voci, forse sarebbe stato in grado di capire che i valdesi non erano un pericolo per la stabilità del ducato.

Una “razza” diversa

Le storie sulla mostruosità dei valdesi perdurarono fino a tempi recenti, spesso rilanciate da massoni e da anticlericali che, riproponendole nell’Ottocento, volevano mettere alla berlina i pregiudizi del clero cattolico. Nel romanzo Gianavele ovvero I valdesi di Piemonte (1854), lo scrittore, mazziniano e giudice Vincenzo Albarella D’Afflitto (1822-1880) faceva polemicamente dire a un suo personaggio:

Eppure, soggiungeva Teresa, il mio fidanzato mi ha detto che gli eretici non hanno la faccia come l’abbiamo noi cristiani; e ier sera aver predicato il padre cappellano, gli eretici essere taluni mezzo uomini e mezzo diavoli, tal’altri avere un sol occhio in mezzo della fronte; e le donne poi essere magre come scheletri, nere nere come il peccato mortale, luride, schifose e per lo più colle teste di morto, con quattro fila di denti e con certe lingue lunghe, lunghe…

Più celebre è il racconto del laico e massone Edmondo De Amicis, che nel suo Alle porte d’Italia (1884) raccontava le sue impressioni su Pinerolo e sui suoi contatti con la “piccola Ginevra” delle Alpi torinesi e, soprattutto, con gli abitanti della capitale del protestantesimo italiano, Torre Pellice. Per un certo numero di borghesi dell’Italia post-unitaria come lui, il disprezzo di un tempo si tramuta in ammirazione e in un’idealizzazione esagerata delle minoranze:

Le piccole strade erano animate; giravano molte cuffiette bianche; passavan dei signori, con delle palandrane scure, dei visi di professori, che leggevano le loro piccole gazzette locali, Le Témoin o l’Avvisatore alpino, m’immagino; delle frotte di bimbi, coi libri sotto il braccio, uscivan dalle scuole, allegri ma senza far chiasso, vestiti da povera gente, ma senza cenci. Non osservai nulla di diverso, nell’aspetto della gente del popolo e dei campagnuoli, dal tipo comune piemontese. […] Noi, in un breve giro, incontrammo parecchi ragazzi bellissimi, punto somiglianti a quelli che credeva di trovare tra gli eretici il duca Carlo II, con un occhio in mezzo alla fronte, e sei file di denti pelosi. Incontrammo anche una signorina valdese, alta e superba, una vera bellezza, una donnina del Michetti ingigantita, che avrebbe fatto cader la bolla della scomunica dalle mani di Torquemada.

Tuttavia, anche De Amicis, pur deridendo come tutti le leggende sulle fattezze dei valdesi, non si sottraeva alle idee mediche e antropologiche del tempo, quando aggiungeva:

so che dei naturalisti stanno studiando se non esistano nella famiglia valdese certi particolari caratteri fisici, per effetto del numero grandissimo di matrimonii fra consanguinei che vi seguon da secoli: essi ci diranno qualche cosa. 

A fine Ottocento, in effetti, l’antropologo Giovanni Mendini aveva effettuato diverse misurazioni craniche tra gli abitanti delle valli del torinese, arrivando a definire una “razza valdese” diversa dal “tipo comune piemontese”. Le sue considerazioni furono pubblicate nel 1890 nella memoria L’indice cefalico dei Valdesi, all’interno dell’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia, la rivista fondata e diretta dal medico Paolo Mantegazza. 

Idee che da lungo tempo, inutile dirlo, si sono rivelate del tutto prive di fondamento. Se c’è qualcosa che ci dice che le razze non esistono e che sono costruzioni culturali, e non certo insiemi di caratteristiche fisiche omogenee, è proprio questa storia. I valdesi parlavano in patois, aderivano a una parte del Cristianesimo diversa da quella storicamente consueta per la quasi totalità degli italiani del tempo e avevano costumi, usi e folklore parzialmente diversi da quelli delle altre valli del Piemonte. Dunque, ragionavano i medici di epoca positivista, pur distanti in genere da qualsiasi interesse per la polemica tra confessioni religiose, forse facevano parte di una razza “altra”, con caratteristiche diverse da quella “cattolica italiana”. Un’idea di estraneità al Paese che poi il Fascismo ripropose negli Anni 30 – il Cattolicesimo come religione “naturale” degli italiani, il Protestantesimo religione dei malvagi anglosassoni – e che, a ben vedere, non è troppo distante da quella di chi si immaginava i valdesi come mostri da inferno dantesco. 

Immagine di apertura: valdesi che adorano il diavolo in forma di caprone, miniatura in Du Crisme de Vauderye, 1460. Da Wikimedia Commons, pubblico dominio