4 Giugno 2026
Approfondimenti

Usiamo solo il 10 per cento del nostro cervello? Storia (e spiegazione) di un falso mito

di Daniele Guccione

Tra le credenze pseudoscientifiche più radicate nella cultura contemporanea, quella secondo cui utilizzeremmo soltanto il dieci per cento del nostro cervello occupa un posto di rilievo. La promessa implicita risulta per molti irresistibile: esisterebbe un vasto territorio cerebrale inesplorato. Una riserva di potenziale latente che, una volta attivata, ci trasformerebbe in individui dalle capacità straordinarie. È una narrazione che alimenta l’industria dell’auto-miglioramento, ispira registi hollywoodiani e resiste a qualsiasi smentita scientifica. Si tratta, infatti, di una tesi priva di fondamento empirico, incompatibile con ciò che sappiamo sulla fisiologia cerebrale.

Come nasce un neuromito

Ma, prima di tutto, come nascono neuromiti come questo? Di solito, tendono a seguire una traiettoria relativamente prevedibile. Il punto di partenza è spesso un’affermazione corretta ma limitata a un contesto specifico, oppure una metafora introdotta con cautela per rendere intuitivo un concetto complesso. Quando l’enunciato esce dall’ambiente specialistico e passa nella divulgazione, può subire una modificazione e si possono perdere le condizioni di validità, il contesto e le eccezioni. Dunque, svanisce ciò che rendeva la frase vera e rimane una breve frase facilmente ripetibile. Il passaggio successivo, decisivo per la creazione del mito è chiamato “numerizzazione”. Un’idea viene tradotta in un numero, non perché sia stata davvero misurata, ma perché i numeri producono un effetto preciso, far apparire un’affermazione oggettiva e credibile. Da quel momento il numero diventa una scorciatoia, viene ripetuto in contesti diversi e nel farlo si allontana sempre di più dal contesto originario. La ripetizione, attraversando ambienti diversi, genera familiarità e la familiarità viene scambiata per verità. A questo punto la sua forza non dipende più dall’accuratezza scientifica, ma dall’utilità narrativa. Offre una spiegazione semplice e propone una soluzione ancora più semplice. Il mito del dieci per cento è un caso quasi da manuale

La Genealogia

Le origini di questo mito affondano nei primi decenni del Novecento. Lo psicologo William James viene spesso chiamato in causa, talvolta in modo impreciso, per l’idea che molte persone non sfruttino pienamente le proprie capacità mentali. L’affermazione riguarda le potenzialità psicologiche inespresse, non certo la fisiologia cerebrale. Quando l’idea è entrata nel linguaggio comune, il potenziale è diventato cervello e la differenza concettuale non è stata mantenuta.

Il consolidamento del mito avvenne a metà degli anni Trenta, quando il giornalista Lowell Thomas, nella prefazione al bestseller di Dale Carnegie How to Win Friends and Influence People, travisò il concetto originario attribuendo a James l’idea che usiamo solo il dieci per cento del cervello [1]. La cifra divenne così apparentemente scientifica, ripetuta tante volte da essere scambiata come verità. La leggenda trovò poi strada attraverso una falsa attribuzione ad Albert Einstein. Da allora, corsi e manuali che promettono di sbloccare l’agognato novanta per cento proliferano, e il cinema ha completato l’opera con pellicole come Lucy e Limitless, in cui i protagonisti acquisiscono facoltà sovrumane semplicemente attivando l’intero cervello. Sondaggi e studi sulla diffusione dei neuromiti indicano che la credenza nel “dieci per cento” rimane sorprendentemente comune, anche tra insegnanti e professionisti dell’educazione [2][3]. La ragione risiede nella sua natura consolatoria: l’idea di possedere un potenziale nascosto è psicologicamente gratificante. Suggerisce che la grandezza sia già presente in noi, in attesa soltanto di essere liberata, purtroppo la neurobiologia racconta una storia radicalmente diversa.

L’argomento metabolico

La prima obiezione al mito del dieci per cento è di natura bioenergetica. Il cervello umano rappresenta approssimativamente il due per cento della massa corporea totale, eppure assorbe circa il venti per cento del dispendio energetico basale [4]. Si tratta di un organo straordinariamente costoso da mantenere, un lusso metabolico che la selezione naturale non avrebbe mai “tollerato” se il novanta per cento del tessuto fosse inattivo. Dal punto di vista evolutivo, mantenere un organo così dispendioso in uno stato di sostanziale inutilizzo costituirebbe uno spreco insostenibile. I meccanismi della selezione naturale sono notoriamente avari nell’assegnazione delle risorse, e un simile sperpero metabolico sarebbe stato eliminato già da tempo se fosse davvero privo di funzione. È come riscaldare dieci stanze di una casa e utilizzarne soltanto una. Gli studi comparativi sul brain scaling nei vertebrati confermano che la frazione del metabolismo dedicata al sistema nervoso centrale rimane relativamente costante tra le specie, suggerendo un vincolo funzionale [5]. Nell’uomo, questa frazione raggiunge valori eccezionalmente elevati, coerenti con l’evoluzione di un cervello voluminoso e costantemente attivo.

Le moderne tecniche di neuroimaging, dalla risonanza magnetica funzionale alla tomografia a emissione di positroni, non mostrano evidenze a favore dell’esistenza di vaste aree cerebrali inattive. Anche durante il riposo, quando l’individuo non è impegnato in alcun compito specifico, il cervello mantiene un elevato consumo energetico di base grazie alla cosiddetta rete in modalità predefinita, chiamata default mode network. Si tratta di un insieme di regioni cerebrali che tende a mostrare un’attività relativamente più elevata quando non si è impegnati in un compito esterno ben definito, ed è associato a processi come l’introspezione, la pianificazione e il cosiddetto vagare della mente [4]. 

Gli studi classici sul metabolismo cerebrale, condotti già negli anni Cinquanta e Sessanta, avevano già misurato che il flusso sanguigno e il consumo di glucosio aumentano in misura modesta durante il lavoro mentale rispetto allo stato di riposo [6]. La ragione non risiede in una presunta pigrizia dell’organo, bensì nel fatto che il cervello mantiene già un alto metabolismo intrinseco nella condizione di quiete. Le variazioni che si osservano durante compiti cognitivi specifici vanno intese soprattutto come modulazioni locali che si innestano su un livello di attività globale relativamente stabile. Il neurologo americano Marcus Raichle ha definito questo fondo metabolico «energia oscura» del cervello, cioè la quota di attività e di consumo energetico che non dipende direttamente dall’esecuzione di compiti esterni [4]. Il vincolo energetico non spiega solo quanto il cervello consumi, ma come deve organizzarsi. La selettività e la competizione tra reti emergono come conseguenza di vincoli di capacità e di costo energetico, l’attività cognitiva risulta quindi da un bilanciamento dinamico tra richieste concorrenti. Da un lato deve massimizzare informazione e stabilità, dall’altro minimizzare costi e rumore. 

Come lavora il cervello

Un malinteso comune nasce dal fatto che, poiché durante un compito specifico le mappe di attivazione (fMRI) evidenziano solo alcune regioni, si tende a interpretare quelle aree come le uniche in funzione e a concludere erroneamente che il resto del cervello stia lavorando poco o per nulla. In realtà, il cervello non funziona come un interruttore che può essere acceso o spento, ma come un sistema che seleziona e distribuisce l’attività in modo efficiente. Questo dipende dalla “codifica sparsa”: l’informazione non è concentrata in un singolo punto, ma è rappresentata da configurazioni di attività che coinvolgono gruppi specifici di neuroni e reti distribuite. Inoltre, le immagini fMRI non mostrano quali aree lavorano in assoluto, ma quali zone cambiano attività rispetto a una condizione di riferimento, quindi mettono in evidenza differenze relative e non l’attività complessiva del cervello. 

Si può pensare al cervello anche come a un’orchestra che suona. In ogni istante del brano solo alcuni degli strumenti vengono suonati, ma nel corso dell’intera esecuzione ciascuno strumento avrà il proprio momento. Allo stesso modo, in molti esperimenti l’informazione sembra essere sparsa, poiché solo pochi neuroni aumentano in modo evidente la loro attività, mentre la maggior parte resta vicina al livello di base [8]. Questa organizzazione non costituisce un difetto, bensì un raffinato vantaggio evoluzionistico. La codifica sparsa aumenta l’efficienza energetica, riduce il rumore di fondo nelle reti neurali e rende le rappresentazioni degli stimoli più nette e distinguibili [9]. Ogni neurone possiede preferenze specifiche, risponde a determinati input e non ad altri. Tale specializzazione permette al cervello di elaborare quantità enormi di informazioni senza incorrere in sovraccarichi. Nel corso del tempo il cervello impiega l’intero repertorio dei suoi neuroni, ma in ogni momento ne recluta solo una parte, selezionata e proporzionata alle esigenze del compito e del contesto. Non è un segno di sottoutilizzo, è una strategia di efficienza e controllo tipica di un sistema biologico altamente ottimizzato.

Cosa significa «attivo»

Quando si parla di attività cerebrale è utile tenere separate almeno tre misure diverse. Il consumo metabolico, stimato con la PET, descrive quanta energia una regione sta impiegando. Il segnale BOLD della risonanza magnetica funzionale indica soprattutto variazioni del flusso sanguigno e dell’ossigenazione a livello locale, quindi un indicatore indiretto dei cambiamenti di attività. Gli spike, registrati con elettrodi, corrispondono invece ai potenziali d’azione dei neuroni, cioè agli eventi elettrici puntuali con cui i neuroni comunicano. Queste misure non sono equivalenti e non si sovrappongono in modo perfetto, di conseguenza una regione può mostrare variazioni BOLD modeste e sostenere comunque un impegno energetico significativo.

Il paradosso dell’iperattivazione

La narrativa del mito si ribalta se si considera che l’attivazione simultanea e massiva di grandi popolazioni neuronali, quando avviene in modo anomalo e rigidamente coordinato, non corrisponde a un potenziamento, ma a una condizione patologica di ipersincronia. Questa condizione è chiamata epilessia. È fondamentale ricordare che si tratta di una condizione medica seria e che deve essere trattata da personale specializzato.

Durante una crisi epilettica generalizzata, l’attività elettrica cerebrale tende a diventare più uniforme e sincronizzata del normale. L’elettroencefalogramma rileva segnali di elevata ampiezza e di sincronizzazione diffusa, che riflettono scariche coordinate di ampie popolazioni neuronali [10]. Il fenomeno nasce da dinamiche di rete che rompono l’equilibrio eccitazione-inibizione, con propagazione variabile in ampiezza e durata. Le crisi epilettiche mostrano dunque cosa accade quando vaste popolazioni neuronali perdono la loro normale dinamica. Durante le crisi il soggetto esperisce manifestazioni motorie, cadute, perdita di coscienza. Le crisi prolungate possono causare danni neuronali permanenti per eccitotossicità [11]. 

Il funzionamento cerebrale dipende, dunque, da un equilibrio estremamente fine tra processi che aumentano l’attività dei circuiti e processi che la contengono. Una componente essenziale di questo controllo è svolta dai neuroni inibitori, spesso descritti come interneuroni GABAergici, che regolano il quando e il dove dell’attivazione, in modo che l’attivazione di alcuni circuiti avvenga insieme alla riduzione dell’attività di altri, evitando sovrapposizioni inutili. Quando l’equilibrio viene meno e i meccanismi inibitori non riescono più a limitare l’eccesso di attivazione, la sincronizzazione si perde, l’esito non è un potenziamento ma una perdita di controllo e di selettività che può compromettere la funzione. Dunque, in poche parole, il cervello non raggiunge le proprie prestazioni ottimali attraverso l’attivazione globale indiscriminata, ma con una selezione discriminata delle aree cerebrali.

L’assenza di zone di riserva

Un’ultima evidenza che rende insostenibile il mito in esame proviene dallo studio delle lesioni cerebrali. Se davvero il novanta per cento del cervello fosse superfluo, danni circoscritti a quelle aree non dovrebbero produrre conseguenze funzionali apprezzabili. La realtà clinica dimostra esattamente il contrario, infatti lesioni anche modeste in molte regioni cerebrali comportano deficit specifici. Perdite di tessuto compromettono gravemente coscienza, personalità, funzioni emotive, capacità cognitive e controllo motorio. Esistono compensazioni e deficit che possono essere sottili o comparire a distanza di tempo, ma l’idea di ampie aree cerebrali cronicamente inattive resta incompatibile con l’evidenza clinica e con i dati della neuropsicologia.

Il cervello possiede tuttavia una notevole capacità di riorganizzazione, nota come plasticità cerebrale. Dopo un danno, i circuiti residui possono parzialmente compensare le funzioni perdute attraverso meccanismi di rimodellamento sinaptico. Questo fenomeno si collega a una proprietà nota in neuroscienze come degeneracy, distinta dalla semplice ridondanza. Con degeneracy si intende il fatto che circuiti strutturalmente diversi possono sostenere la stessa funzione attraverso vie e meccanismi differenti, offrendo flessibilità funzionale senza una duplicazione identica delle componenti [13][14]. In termini semplici, circuiti diversi possono sostenere esiti simili, come due strade differenti che conducono allo stesso luogo. Nei pazienti colpiti da ictus, per esempio, aree cerebrali adiacenti o controlaterali possono riorganizzarsi per assumere funzioni che precedentemente venivano svolte dalla zona lesa [15]. Questo dato non supporta tuttavia l’esistenza di aree di riserva inutilizzate in condizioni normali. Dimostra piuttosto che le funzioni cognitive sono distribuite su reti ampie e flessibili, capaci di riconfigurarsi in caso di necessità. Se davvero utilizzassimo solo il dieci per cento del cervello, non avremmo bisogno di meccanismi compensatori. Se effettivamente esistessero ampie porzioni di cervello normalmente inattive, la soluzione sarebbe banale: basterebbe reclutare una parte fin lì quiescente. Il fatto stesso che la plasticità richieda riorganizzazioni, compensazioni e nuovi equilibri indica invece che ogni regione partecipa a qualche funzione, e che il suo apparente silenzio in certi momenti riflette una specializzazione temporale e funzionale, non l’esistenza di un potenziale inutilizzato.

Alla luce di tutto ciò, il mito del dieci per cento resta una fantasia consolatoria, la quale promette che da qualche parte esista una versione migliore di noi stessi in attesa soltanto di emergere. La realtà neurobiologica è diversa, e per molti aspetti più affascinante. Il cervello umano è già un organo straordinario, un sistema che assorbe un quinto dell’energia corporea, coordina miliardi di neuroni in attività finemente calibrata. Non esistono scorciatoie per sbloccare potenziali nascosti, perché non esistono potenziali nascosti. Non si tratta di attivare un novanta per cento dormiente, ma di migliorare prestazioni entro vincoli biologici. 

Bibliografia

  • [1] Carnegie, D. (1936). How to Win Friends and Influence People. New York, Simon & Schuster, 1936. Foreword di Lowell Thomas, pp. ix–xii. Consultata ristampa Londra, Vermilion, 2006.
  • [2] Michael J. Fox Foundation (2013). New Survey Finds Americans Care About Brain Health, But Misperceptions Abound. Survey report. Disponibile su michaeljfox.org (consultato il 2 gennaio 2026).
  • [3] Dekker, S., Lee, N. C., Howard-Jones, P., Jolles, J. (2012). Neuromyths in education. Prevalence and predictors of misconceptions among teachers. Frontiers in Psychology, 3, 429. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2012.00429
  • [4] Raichle, M. E. (2015). The restless brain. How intrinsic activity organizes brain function. Philosophical Transactions of the Royal Society B, 370(1668), 20140172. https://doi.org/10.1098/rstb.2014.0172
  • [5] Mink, J. W., Blumenschine, R. J., Adams, D. B. (1981). Ratio of central nervous system to body metabolism in vertebrates. Its constancy and functional basis. American Journal of Physiology, 241(3), R203–R212. https://doi.org/10.1152/ajpregu.1981.241.3.R203
  • [6] Sokoloff, L. (1960). The metabolism of the central nervous system in vivo. In J. Field, H. W. Magoun, V. E. Hall (Eds.), Handbook of Physiology, Section 1, Neurophysiology, Vol. 3, pp. 1843– Washington, American Physiological Society.
  • [7] Raichle, M. E., Mintun, M. A. (2006). Brain work and brain imaging. Annual Review of Neuroscience, 29, 449–476. https://doi.org/10.1146/annurev.neuro.29.051605.112819
  • [8] Jääskeläinen, I. P. et al. (2022). Do sparse brain activity patterns underlie human cognition. NeuroImage, 263, 119633. https://doi.org/10.1016/j.neuroimage.2022.119633
  • [9] Lennie, P. (2003). The cost of cortical computation. Current Biology, 13(6), 493–497. https://doi.org/10.1016/S0960-9822(03)00135-0
  • [10] Jiruska, P. et al. (2013). Synchronization and desynchronization in epilepsy. Controversies and hypotheses. The Journal of Physiology, 591(4), 787–797. https://doi.org/10.1113/jphysiol.2012.239590
  • [11] Bazzigaluppi, P. et al. (2017). Hungry Neurons. Metabolic Insights on Seizure Dynamics. International Journal of Molecular Sciences, 18(11), 2269. https://doi.org/10.3390/ijms18112269
  • [12] Isaacson, J. S., Scanziani, M. (2011). How inhibition shapes cortical activity. Neuron, 72(2), 231-243. https://doi.org/10.1016/j.neuron.2011.09.027
  • [13] Friston, K. J., Price, C. J. (2003). Degeneracy and redundancy in cognitive anatomy. Trends in Cognitive Sciences, 7(4), 151–152. https://doi.org/10.1016/S1364-6613(03)00054-8
  • [14] Noppeney, U., Friston, K. J., Price, C. J. (2004). Degenerate neuronal systems sustaining cognitive functions. Journal of Anatomy, 205(6), 433–442. https://doi.org/10.1111/j.0021-8782.2004.00343.x
  • [15] Nudo, R. J., Milliken, G. W. (1996). Reorganization of movement representations in primary motor cortex following focal ischemic infarcts in adult squirrel monkeys. Journal of Neurophysiology, 75(5), 2144–2149. https://doi.org/10.1152/jn.1996.75.5.2144

Immagine di hainguyenrp da Pixabay