Giovanna, la strega di Salussola
Giandujotto scettico n° 211 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Nel febbraio del 1470, una donna di nome Giovanna, moglie di Antoniotto Monduro, fu arrestata a Salussola, nell’attuale provincia di Biella. Aveva già tentato di scappare, avvisata in segreto da un conoscente del vicario inquisitoriale, ma era tornata lì con il figlio, un religioso, forse nella speranza di chiarire la sua posizione. Fu fermata, condotta presso la chiesa dei santi Gervasio e Protasio, e lì iniziò uno dei pochi processi per stregoneria del Piemonte medievale di cui sia rimasta una documentazione quasi integrale.
Gli atti, intitolati Processo contro ed avverso Giovanna, moglie di Antoniotto de Monduro di Salussola, già di Miagliano per stregheria, sono conservati presso l’Archivio di Stato di Biella; furono tradotti dal latino da Cesare Poma nel 1913 (Processo e condanna al rogo di una strega, Tipografia Unione Biellese). Oggi se ne possono leggere ampi stralci nei documenti riportati dal sito del Comune di Salussola, in particolare attraverso gli scritti di Pier Emilio Calliera e nel Quaderno del Museo del 2023. Si tratta di testimonianze interessanti, e non solo per la confessione – racconti di convegni notturni, accoppiamenti con demoni, unguenti magici, bambini bolliti – ma anche per quanto rivelano sui meccanismi alla base di questi processi.
Una tranquilla inquisizione di provincia
Di Giovanna si sa poco: era nativa di Miagliano e si era poi trasferita a Salussola, forse per seguire il marito, Antoniotto de Monduro. Probabilmente era di carattere difficile e aveva litigato con diverse persone del paese, ed era considerata una donna che “malediceva con facilità”, secondo un testimone.
Il suo processo, come accennato, si svolse nella chiesa dei santi Gervasio e Protasio di Salussola, parte della diocesi di Vercelli. L’inquisitore era fra Nicola De Costantinis, priore del convento vercellese di San Paolo, religioso domenicano. Una biografia ottocentesca di G. G. Trivero lo descrive come uomo che “fortemente provocò una gran distruzione di femmine, si che ne consegnò più di trecento alla spada del potere secolare”: un cacciatore di streghe specializzato, in un certo senso, degno esponente del suo ordine, in quella fase punta avanzata della violenza contro ogni presunta deviazione dall’ortodossia romana. Sul piano civile, Salussola faceva invece parte del Ducato di Savoia, governato in quel momento da Amedeo X.
Le prime testimonianze a carico di Giovanna arrivarono il 21 gennaio 1470, deposte dalle cognate, Comina, Antonia ed Elena. Antonia, in particolare, raccontò che in occasione di un litigio Giovanna le avrebbe detto di stare attenta, perché le avrebbe mandato “certe maledizioni” che le avrebbero fatto “passare la voglia” di disprezzarla. In seguito morirono due figli di Antonia, soffocati: la madre ne attribuì la colpa a Giovanna. In un’altra occasione, la donna aveva profetizzato la morte del “migliore” della casa di Martino Monduro, circostanza poi verificatasi.
Su queste basi, il 13 febbraio si aprì il processo, che andò avanti fino al 3 marzo. Inizialmente, Giovanna si proclamò innocente:
Io sono incolpata di andare in mascaria, ma non è vero, a meno che ci vada per caso in sogno.
Un demone di nome Zen
Il processo si prefiggeva di stabilire la colpevolezza dell’imputata su una serie punti: se facesse davvero parte della “setta maledetta delle streghe” (strigarum et mascarum), come affermava la voce pubblica; se avesse “bevuto dal bariletto” (quello tipico dei sabba che, nell’immaginario del tempo, costituiva una specie di “anti-battesimo”); da chi avesse saputo della setta, chi fossero i suoi complici, e come ne fosse entrata; se avesse rinnegato Dio e il battesimo; se avesse visto il principe della setta, ricevuto qualcosa da lui, o se si vi si fosse accoppiata; se avesse fatto malefici, avvelenando o stregando qualcuno; e se fosse già stata altre volte nelle mani di un inquisitore.
Nelle prime settimane, Giovanna negò, mentre altri testimoni confermarono la sua fama di masca (strega). Tre figlie di Martino Monduro, ad esempio, raccontarono che dieci anni prima nella proprietà del loro padre era arrivato uno sciame di api, che avevano costruito un alveare che pendeva da un albero vicino alla proprietà del marito di Giovanna. Questi aveva chiesto il permesso di prenderlo; di fronte alla risposta negativa, Giovanna avrebbe detto: “Poiché non posso averlo io, farò in modo che neppure voi l’abbiate”. A quel punto la donna avrebbe pregato, inginocchiata, e le api sarebbero volate via.
Interrogata formalmente fra il 13 e il 15 febbraio, Giovanna rispose ogni volta di non sapere nulla. Il 15, non avendo ottenuto risposte soddisfacenti, il vicario dell’Inquisizione ordinò la tortura. Il 20, dopo cinque giorni di ceppi, Giovanna iniziò a parlare.
La sua storia era quella tipica dell’immaginario del sabba. La donna affermava di essere stata condotta, ventidue anni prima, in una proprietà dei Gallione a Miagliano, dove aveva sentito suoni di timpani e zampogne. A portarla lì era stata Agnesina, una donna morta alcuni anni prima. Un giovane vestito di bianco con cappello nero le avrebbe chiesto di seguirlo, promettendole ricchezze. Le avrebbe fatto calpestare una croce, rinnegare Dio, chiesto di baciargli il sedere. Poi Zen – così si chiamava – le avrebbe fatto bere da un bariletto: il sapore era cattivo, “sembrava orina”.
I rapporti sessuali con il demone sono descritti con dovizia di particolari: interrogata sulla temperatura del liquido seminale, la donna rispose che era freddo (glacus). Interrogata se avesse provato piacere nel coito, rispose “poco”.
Raccontò poi di raduni al Brianco, una località della zona, e di aver usato “il bastoneto e il vaseto” (un bastone e il vasetto con l’unguento per ungerlo: secondo le leggende, era così che le streghe potevano volare fino ai luoghi del sabba). Confessò di aver assistito ad omicidi compiuti da altre streghe, con le vittime stritolate nel sonno: i demoni potevano aprire le porte e tenere le persone addormentate, mentre loro ponevano le mani sopra le vittime e i demoni posizionavano le loro sopra quelle delle streghe, operando così i malefici. Interrogata sui complici, Giovanna aveva accusato “una certa Maddalena detta Montagnina” e la “moglie di Domenico Luvoto”, entrambe – opportunamente – già morte. Confessò anche di non prendere l’ostia, e di schernirla da sotto la gonna durante la messa; le due volte che l’aveva ricevuta, l’avrebbe sputata e calpestata. Le venne anche chiesto se il demone le fosse mai apparso da quando era stata arrestata e lei rispose:
Una volta sola, quando cioè ero in ceppi.
Gli omicidi della strega-lepre
Il 21 febbraio, la donna confermò la sua confessione di fronte ad altri testimoni, aggiungendo particolari. Affermò di essere
andata nel presente inverno con Maddalena Montagnina e Antonia di Andorno, tutte tre sotto l’aspetto di lepri, nel luogo dove Agostino Monduro e Tommaso Caligaris erano a caccia. Costoro, credendo di trovarsi di fronte a vere lepri, avidi di catturarle, le inseguivano, ma esse sempre sfuggivano. Li rincorsero per tutto il giorno, alla sera erano esausti e madidi di sudore e per il freddo preso morirono. [Pier Emilio Calliera, 2004]
Confermò la storia delle api, dicendo che le aveva allontanate pregando il suo demone personale Zen. Ammise pure l’uccisione di Guglielmino Monduro, dicendo che lei e Maddalena l’avevano stretto fino a soffocarlo.
Solo sui complici era reticente: prima aveva nominato alcune donne, poi aveva ritrattato i nomi di quelle ancora in vita, affermando di averle accusate perché intontita. Il vicario decise allora di sottoporla nuovamente a “tortura leggera” per ottenere conferma delle denunce ritrattate. Giovanna accusò donne di Biella e di Andorno, ma non indicò altre persone di Salussola. Aggiunse però altri delitti alla sua lista: la morte di un sacerdote, schiacciato nel sonno, e, per non trascurare nulla, l’omicidio di bambini.
Una volta era andata con le sue complici di Biella e di Andorno, con Maddalena Montagnina e con Lafranca a Santhià, guidate e trasportate dai proprii demoni. Ivi, in una casa che esse non conoscevano, presero un bambino. Maddalena e Lafranca lo posero in una caldaia poi, acceso il fuoco, lo fecero bollire e ne raccolsero il grasso, che Lafranca divise con le altre, dandone a ciascuna la propria parte per ungere il bastonetto. Quindi, riportarono il bambino morto e fasciato (fassiatum) presso sua madre e se ne tornarono così come erano venute. Aggiunse ancora che donna Bruna, da sola, aveva stretto di sera il prete Giovanni Barberio e in seguito durante la notte lo fece morire premendolo sul petto.
Aggiunse di ciò che aveva già parlato prima con il prete Delfino, che una volta, trasportate dai demoni e guidate da Lucifero, andarono in gran numero a Santhià. Lucifero aprì la porta di un luogo che esse non conoscevano, dove erano depositate vettovaglie. Qui entrarono e bevvero tutto il vino di una grande botte. Quindi furono riportate a casa, dopo aver orinato dentro la botte fino a riempirla. [Pier Emilio Calliera, 2004]
Il vicario dell’Inquisizione consegnò dunque la donna al braccio secolare, dal momento che non avrebbe potuto ottenere ulteriori verità, “a meno di consumare detta Giovanna tra le torture”. Il 17 agosto 1471, la donna venne dichiarata eretica; la sentenza fu controfirmata da trentatré uomini che testimoniarono di non aver mai sentito dire che Giovanna era demente o instabile. La donna fu avviata all’esecuzione e morì, probabilmente decapitata, lo stesso giorno, presso Tollegno. Il corpo fu poi dato alle fiamme.
Salussola, oggi
Oggi Giovanna ha uno spazio a lei dedicato nell’ex-prigione della caserma dei Carabinieri, oggi museo. Si tratta della Sala della Strega, che ospita dipinti e approfondimenti, e in cui Giovanna è celebrata come esempio di coraggio, per non aver trascinato altre donne tra le mani dell’Inquisizione cattolica. A lei sono stati dedicati libri, laboratori, spettacoli, progetti scolastici.
La sua storia è quella tipica dei processi contro le streghe: una donna ritenuta mascha (strega) dalla voce popolare, che di norma prendeva di mira donne poco integrate, magari perché di bassa condizione sociale o perché litigiose e “difficili”. A loro venivano addossate le colpe di tutto ciò che di male avveniva nel circondario: un barile di vino andato a male, la morte improvvisa di un sacerdote, la malattia di un bambino – una circostanza fin troppo frequente, ai tempi.
La confessione di Giovanna ricalca tutti gli stereotipi dell’immaginario del sabba, lo stesso presente anche in altri processi di fine Quattrocento, come quello alle streghe di Rifreddo e Gambasca: il convegno notturno, il “bastonetto” che consentiva di volare, i rapporti carnali coi demoni, il rinnegamento del battesimo, la trasformazione in animale. Questo immaginario andò consolidandosi proprio in quei decenni. In Italia il culmine delle persecuzioni si ebbe fra la seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, con i processi della Valcamonica, di Mirandola, e delle valli alpine (anche se casi celebri, come quelli di Triora e Bitonto, avvennero anche dopo). Gli interrogatori andavano alla ricerca di prove sulla base di un sistema di credenze già stabilito, che la tortura contribuiva a far emergere e a confermare.
La situazione andò un po’ calmandosi dopo il 1542, quando papa Paolo III creò il Sant’Uffizio: la supervisione centrale svolta dalla congregazione ebbe un ruolo importante nel limitare i meccanismi di innesco delle cacce, stabilendo, ad esempio, il divieto della ricerca di “marchi” sulla pelle dei sospettati e la necessità di trovare “corpi del delitto” e prove concrete alle accuse. Prove che in casi come quello di Giovanna erano difficili da trovare.
C’è un ultimo dettaglio di difficile interpretazione, nella storia della strega di Salussola. Gli abitanti di Miagliano, il paese d’origine di Giovanna, erano stati convocati ad assistere armati all’esecuzione, sotto pena di venticinque lire, e tra loro doveva esserci anche il console, Comino Greggio. Non solo, comandati, non si presentarono, ma convinsero quelli di Tollegno a fare altrettanto. Per portare a termine l’esecuzione si dovettero precettare uomini da altri paesi. Il ricorso per le multe si trascinò per anni nei tribunali (nel 1473 il consiglio ducale diede ragione agli abitanti di Miagliano, ma ci fu poi un ulteriore appello, di cui non conosciamo l’esito).
Non sappiamo che cosa significò quel rifiuto collettivo. Forse era solidarietà con Giovanna, forse era semplice riluttanza a partecipare a uno spettacolo violento, forse un gesto di resistenza passiva verso un potere percepito come estraneo, forse la paura di avere a che fare ancora con la strega, per quanto in ceppi. Oggi si preferisce leggere in quel gesto una silenziosa protesta verso la caccia alle streghe. Non sappiamo se le cose siano andate in quel modo, ma è il segno che, ai nostri giorni, le accuse di mascaria appaiono inconcepibili alla coscienza di chiunque, una barbarie inutile e crudele.
Immagine: “The Witches’ Ride” di William Holbrook Beard, 1870. Da Wikimedia Commons, pubblico dominio
