3 Giugno 2026
Approfondimenti

Le piramidi hanno più di 20.000 anni? Il nuovo “studio”

di Matteo Boccadamo

Le piramidi non sono tombe; non si ha idea di come siano state costruite; risultano troppo perfette per la tecnologia di cui disponevano gli Egizi; quelle di Giza si allineano con la cintura di Orione e andrebbero retrodatate di qualche millennio. 

…Queste sono le più ricorrenti teorie alternative tra quelle formulate sulle piramidi egizie, i monumenti antichi maggiormente presi di mira dalla pseudo-archeologia. In particolare quella di Cheope è la più sfruttata per tentare di “scardinare i dogmi” della cosiddetta archeologia ufficiale, che la data a circa 3.500 anni fa.

Eppure, l’ultimo contributo del genere, pubblicato a gennaio 2026 e ripreso da alcune testate online, sembra provenire proprio dal mondo accademico, e colloca il monumento nel Paleolitico. 

Il metodo

A firmarlo è l’ingegnere Alberto Donini, docente dell’Università di Bologna, che propone di impiegare direttamente sulle piramidi di Giza un metodo di datazione assoluta: il R.E.M. (Remote Erosion Method), che data i materiali lapidei in base al livello di erosione

Quella di Cheope offrirebbe, tra l’altro, un’ottima base di partenza, in quanto presenta dei blocchi che sono rimasti coperti per millenni da un rivestimento esterno, poi rimosso 675 anni fa. Dunque gli agenti atmosferici hanno potuto corroderne le superfici in un lasso temporale definito e conosciuto. Ci sono poi altri blocchi che, al contrario, non sono mai stati rivestiti, rimanendo esposti all’azione corrosiva fin dalla messa in opera. Si hanno quindi due tipologie di superfici: una con un tempo d’esposizione noto e l’altra con un tempo d’esposizione da determinare. Calcolando i rispettivi livelli di erosione, sarebbe possibile confrontarli per risalire alla costruzione dell’intero monumento. 

Questo perché, intuitivamente, più è prolungata l’esposizione, maggiore sarà l’erosione. Il metodo fa affidamento sulla costanza e sulla linearità del processo erosivo, che è definito direttamente proporzionale al tempo trascorso e descritto con la “costante di erosione K”, impiegata nei calcoli. Un concetto che sarebbe mutuabile dalla geologia; non una costante universale, ma intrinsecamente legata alla natura della roccia e al contesto climatico: 

“La degradazione di una roccia è quindi direttamente proporzionale al tempo in cui il tasso di erosione k rimane costante”. 

Ma come si può stimare nella pratica il livello di erosione? Si prendono in esame i gruppi di solchi e fori ravvicinati, tipicamente prodotti dall’azione atmosferica sulle superfici lapidee. Se ne valuta la profondità, misurando in millimetri cubi per ognuno di essi la quantità di materiale mancante, andato appunto corroso. I valori vengono poi sommati, ricavando la quantità totale di materiale eroso per ogni superficie esaminata, ipotizzando che in origine fossero tutte levigate e regolari. 

I risultati

Sono state effettuate misurazioni in 9 punti della piramide di Kefren, e 12 su quella di Cheope. Tutti i valori ricavati vengono corredati da foto con la mappatura dei fori ed associati a una proposta di datazione. Tutte quelle effettuate per ogni singolo foro o solco concorrono alla creazione di una datazione media per superficie. 

Le cronologie proposte vanno ben oltre i circa 3.500 anni d’età comunemente attribuiti alle due piramidi. Alcune però, davvero sorprendenti, superano i 30.000 anni, con un record di addirittura 45.900 anni per uno dei punti analizzati su quella di Cheope.

Sono state condotte delle misurazioni anche sulla piramide della regina Meritites I e quella della regina Henutsen, con risultati molto diversi e datazioni rispettivamente a 4.000 e 7.000 anni fa.

L’interpretazione

L’autore spiega che non si tratta di dati da prendere alla lettera, ma di indicazioni approssimative che vanno ulteriormente processate. Lo studio suggerisce (come anche il titolo) conclusioni parziali e preliminari che necessitano di altre indagini (possibilmente da allargare a tutte le strutture della piana di Giza). Il metodo stesso non permetterebbe di determinare con precisione la data di costruzione di una struttura, quanto piuttosto di identificare un intervallo temporale assegnandogli un grado di probabilità. Quindi non sarebbe possibile affermare che la piramide di Cheope risale a più di 40.000 anni fa, ma nemmeno a 3.500 come dicono gli archeologi. La sua edificazione va piuttosto collocata tra il 9.000 e il 36.900 a.c. circa, con una probabilità del 68,2%. Quella di Chefren altrettanto probabilmente è da comprendere tra l’8.300 e il 31.500 a.c.

Restringendo questi intervalli tramite una semplice media, si conclude che la piramide di Cheope risale al 22.900 a.c. circa, mentre di quella di Chefren al 19.900 a.c. circa. I due Faraoni si sarebbero limitati a restaurare delle strutture che si trovavano già lì dalla fine del Paleolitico, mentre le piramidi delle due regine sono costruzioni di gran lunga successive. Le implicazioni sono sconvolgenti: ben prima degli Egizi sarebbe esistita una civiltà tecnologicamente avanzata in grado di realizzare architetture complesse e imponenti capaci sfidare il tempo.

I problemi

Se quest’idea non suona poi tanto nuova e il taglio è un po’ sensazionalistico, è perché il pattern è abbastanza consolidato: viene scelta un’evidenza archeologica estremamente nota; se ne mettono in dubbio le conoscenze acquisite scientificamente, contrastandole con ipotesi alternative già circolanti nell’opinione pubblica; a sostegno si portano dati presentati come nuovi e scientifici.

Lo studio in questione non si differenzia tanto. Contiene una serie di problemi tecnici e metodologici, a partire dal fatto che non si tratta per nulla di una ricerca scientifica. Non consiste in un paper con revisione paritaria, non è affatto un articolo e nemmeno una pubblicazione da rivista predatoria. Compare su Zenodo e Preprints.org, entrambi degli archivi online su cui i ricercatori possono, a vario titolo, caricare qualunque tipo di contributo liberamente. Strumenti del genere non vanno affatto demonizzati, perché molto utili per lo scambio di software, dataset, report e proposte di idee che potrebbero anche suscitare interesse, venir prese in considerazione, discusse e persino dare avvio a ricerche propriamente dette. Il progresso della conoscenza passa indubbiamente anche da queste fasi, ma ciò che circola su queste piattaforme non ha alcuna garanzia di scientificità, per quanto di derivazione accademica.

Quello di Donini non è che un contributo personale, con idee non ancora sottoposte ad alcun confronto. La firma è del solo autore, che ha competenze diverse da quelle archeologiche e geologiche, e che non si avvale di un team per la sua ricerca multidisciplinare.

Il metodo di datazione descritto, il R.E.M., è una nuova proposta. Non si tratta di una tecnica collaudata e comprovata, e non viene impiegata dagli archeologi, né dai geologi. 

Il concetto di “costante dell’erosione”, peraltro, è qualcosa di controverso: dovrebbe trovare fondamento nella geologia, ma non vengono citate fonti a supporto. Inoltre, pur ammettendo un rapporto di proporzionalità diretta tra tempo trascorso e quantità erosa, si dà per scontato che solchi, fori e segni vari, siano unicamente il risultato di agenti atmosferici, escludendo ogni altra possibile azione meccanica usurante, umana o accidentale, avvenuta in millenni.

Sarebbe opportuno anche domandarsi come mai un metodo di datazione assoluta completamente nuovo venga applicato per la prima volta, guarda caso, proprio sui monumenti egizi più “corteggiati” dalle teorie alternative. La motivazione risiederebbe nella (presunta) mancanza di unanimità da parte degli egittologi nel proporre una datazione precisa, nonostante i secoli di ricerca. È quanto spiegato nelle premesse, con una citazione ripresa da Wikipedia. Va considerato che la precisione assoluta nelle datazioni, soprattutto su materiali inorganici, è un’opportunità molto rara in archeologia. Per questo è anche molto facile da strumentalizzare per contrastare le teorie “ufficiali”. 

Succede anche in quest’articolo, che inoltre fa leva sull’assenza di inumati nella grande piramide, come pure di fonti coeve che la attribuiscano chiaramente a Cheope, per metterne in dubbio la funzione e l’interpretazione (entrambe idee ampiamente smentite da dati e fonti). Si tira in ballo anche il classico allineamento con le stelle della cintura di Orione e si fa menzione di tesi sconvolgenti che costringerebbero a riscrivere i manuali: quelle di Armando Mei, uno tra i più agguerriti sostenitori della retrodatazione delle piramidi di Giza a decine di migliaia di anni fa, costruite da misteriosi esseri dall’aura divina. Tutta la (scarna) “bibliografia” a supporto è composta da link alle pagine d’acquisto di libri con titoli che promettono di svelare misteri e segreti degli Egizi, firmati da “ricercatori indipendenti”.

 Ecco allora che ad una lettura (neanche troppo) attenta questo contributo, apporta forse un’innovazione (pseudoscientifica) unicamente in relazione al metodo proposto, ma non fa altro che corroborare le medesime teorie controverse di sempre.

Ma che resta sempre e comunque in grado di suscitare interesse e generare enormi interazioni, soprattutto se testate giornalistiche e divulgative, anche autorevoli, gli dedicano spazio e lo commentano, limitandosi a segnalare lo scetticismo degli archeologi.

Bibliografia

Foto di Ramon Perucho da Pixabay