Il santo, lo scrittore, il magnetizzatore: cos’hanno in comune Edgar Allan Poe e don Bosco
di Paola Frongia e Giuseppe Spanu
Cos’hanno in comune lo scrittore americano Edgar Allan Poe (1809-1849), padre dell’horror psicologico e della figura del detective dilettante, e l’educatore e fondatore dei Salesiani don Giovanni Bosco (1815-1888)? Apparentemente nulla, tranne forse che entrambi ebbero un’infanzia difficile (Poe perse i propri genitori prima di compiere tre anni, don Bosco perse il padre quando aveva solo due anni). Eppure sia Poe sia don Bosco, per quanto fossero agli antipodi, furono legati da un filo sottile, perché tutt’e due condivisero l’interesse per un fenomeno molto in voga nella prima metà dell’Ottocento tra le due sponde dell’Atlantico: il mesmerismo o magnetismo animale.
Sul magnetismo animale come metodo di cura del dottor Franz Anton Mesmer (1743-1815), basato un fantomatico fluido magnetico presente in natura, sono stati scritti fiumi d’inchiostro; basterà dire che a Parigi la commissione scientifica del 1784, composta tra gli altri da Benjamin Franklin (1706-1790) e Antoine Lavoisier (1743-1794), rilevò che il magnetismo animale non era altro che una forma di suggestione, unita al cosiddetto effetto placebo, che induceva le persone a sentirsi meglio. Da allora il mesmerismo sarà ampiamente squalificato come cura, ma diventerà ben presto un mezzo per indurre un certo “sonnambulismo artificiale” [1] su soggetti sensibili e predisposti, che, magnetizzati, dimostreranno facoltà incredibili come la chiaroveggenza, la capacità di diagnosticare malattie o la resistenza al dolore. Il mesmerismo praticato sulle sonnambule diventerà una forma di spettacolo, sia in Europa che in Nord America.
L’approccio di Poe e di don Bosco al mesmerismo fu differente: per Poe, protestante episcopaliano (l’equivalente anglicano, negli Stati Uniti), educato in Inghilterra, il magnetismo animale era un mezzo insolito e affascinante per esplorare i lati più oscuri dell’esistenza, oltre che un avvincente argomento per intrattenere i lettori; [2] per don Bosco, sacerdote cattolico, ma anche giocoliere e prestigiatore, ra un fenomeno sì strano ma comunque naturale, utilizzato semmai per quelli che per lui erano loschi fini.
Nel racconto di Poe La verità sul caso del signor Valdemar (1845), pubblicato inizialmente come resoconto di un fatto realmente accaduto (e come tale suscitò un enorme scalpore nel pubblico nordamericano fino alla rivelazione dell’autore, qualche mese più tardi, che era una sua opera di fantasia), il narratore-magnetizzatore (ossia Poe) chiarisce sin dall’inizio le sue intenzioni:
“In questi ultimi tre anni, a varie riprese, mi sono sentito attirato dal soggetto del mesmerismo; e circa nove mesi fa a un tratto mi balenò l’idea che, nella serie degli esperimenti fatti sino a oggi, vi fosse una notevolissima e inesplicabile lacuna: finora nessuno era stato magnetizzato in articulo mortis. […] Cercando intorno a me un soggetto sul quale poter provare questi punti, fui portato a gettare gli occhi sul mio amico mister Ernest Valdemar, il ben conosciuto compilatore della Biblioteca forensica e autore (con lo pseudonimo di Issachar Marx) delle traduzioni polacche del Wallenstein e del Gargantua“. [3]
Il narratore magnetizza Valdemar poco prima della sua morte per tisi, riuscendo a mantenere vigile la sua coscienza, anche se ormai non respira più e il cuore ha cessato di battere. Il mesmerismo blocca la decomposizione naturale del corpo e Valdemar può persino parlare:
“In primo luogo la voce sembrava giungere alle nostre orecchie – almeno alle mie – da una grande distanza, o da qualche profonda caverna sotterranea. […] Ho parlato di suono e di voce. Voglio dire che il suono era d’una sillabazione distinta, anzi meravigliosamente distinta. Mister Valdemar parlava”. [4]
Passati sette mesi in questo stato di sospensione dalla morte, il magnetizzatore domanda a Valdemar se desidera essere risvegliato, e quest’ultimo con una voce cavernosa acconsente:
“Nel mentre mi affrettavo a fare i passi magnetici tra le grida di ‘morto! morto!’ che letteralmente esplodevano sulla lingua e non sulle labbra del paziente, tutto il suo corpo a un tratto – e in non più di un minuto – si scompose, si sbriciolò, imputridì sotto le mie mani. Sul letto, dinanzi a tutti i testimoni, giaceva una massa fetida e quasi liquida; un’orrida putrefazione”. [5]
Il finale macabro di Poe sembra quasi un invito a non andare oltre i limiti della ricerca scientifica.

L’uso del mesmerismo da parte di don Bosco
Nel racconto di don Bosco, Conversione di una valdese (1854), il mesmerismo non è l’elemento centrale del racconto, fondato su quella che uno con le sue idee non poteva non vedere che come una provvidenziale conversione religiosa. In questo caso, il mesmerismo serve come espediente narrativo, per sbloccare una situazione di stallo e per ottenere una confessione.
Anche don Bosco, come Edgar Allan Poe, presenta il racconto come la ricostruzione di un fatto realmente accaduto in cui la giovanissima Giuseppa, protestante valdese, dopo aver parlato con alcune amiche cattoliche di alcuni dogmi religiosi, comincia a dubitare della propria fede e a coltivare il desiderio di convertirsi al cattolicesimo.
I genitori notano il suo cambiamento di umore e la mandano dal pastore protestante del villaggio, perché sveli a costui le cause della sua inquietudine. Davanti al ministro valdese Giuseppa però nega ogni turbamento e a quel punto il pastore, insospettito, decide di magnetizzarla. Il capitolo del racconto in cui Giuseppa viene mesmerizzata s’intitola proprio Il magnetismo.
“Il ministro fermo di voler sapere con qualunque mezzo il segreto di Giuseppa, dopo di averci seriamente pensato, si appigliò ad un partito, forse non mai usato a tale intendimento. Quel ministro era stato qualche tempo in Torino, ed aveva letto, studiato, e veduto quanto si pratica col magnetismo, e se n’era già altre volte con buon esito servito per divertimento e ricreazione. Del magnetismo volle pertanto servirsi, per conoscere i segreti di Giuseppa. Io non saprei dire fin dove possa giungere la forza di questo fluido magnetico: il quale altro non è che un sottilissimo vapore che, mediante certe formalità, si può comunicare da uno ad un altro. Certo è che, quando taluno è magnetizzato, è un vero sonnambulo, il quale risponde a quanto gli si domanda; e dicesi che non siavi cosa segreta, buona o rea, la quale non manifesti al magnetizzatore quando ne sia interrogato. Ed io credo che questo sia stato uno dei motivi per cui la Chiesa cattolica ha proibito l’uso del magnetismo usato nella maniera con cui fu esposto a Roma. […] Ritornato il ministro nella camera di prima, diè mano all’opera; e cominciò a guardar Giuseppa con uno sguardo fisso, poscia gesticolando, lanciava colla mano il magnetismo in faccia alla ragazza, mentre la quale stava rimirando che tendessero quei gesti, rimase assopita e diventò sonnambula”. [6]
Dopo aver – naturalmente – confessato il desiderio di farsi cattolica, nel proseguo della storia Giuseppa viene imprigionata nella mansarda di casa dai cattivi genitori, ma riesce a scappare e a rifugiarsi nel cosiddetto Ospizio dei catecumeni di Pinerolo, dove aderisce al cattolicesimo – in realtà si trattava di un luogo di triste intolleranza, dove nel Settecento, e sino alla Rivoluzione francese, giovanissimi valdesi, maschi e femmine, erano “ricondotti” alla chiesa di Roma in sostanza in maniera forzata.
Nel suo testo agiografico, don Bosco voleva vedere come il mesmerismo venisse usato per fini poco nobili (estorcere una confessione) e che a servirsene fosse non certo un sacerdote cattolico, ma uno protestante!
Con le lettere patenti del 17 febbraio 1848, il re di Sardegna Carlo Alberto poneva fine a secoli di discriminazione verso i protestanti valdesi e li equiparava nei diritti civili e politici agli altri cittadini. In Piemonte la libertà di culto estesa ai valdesi venne accolta con rabbia da gran parte della Chiesa cattolica: la libertà di fede era considerata una minaccia che poteva traviare i cattolici. Con onorevoli eccezioni, il clero cattolico reagì all’affrancamento dei protestanti (e degli ebrei!) con una pubblicistica particolarmente virulenta.
Il racconto di don Bosco si inseriva dunque nella polemica religiosa del tempo: non esitava a calunniare i ministri protestanti, accusandoli, come abbiamo visto, di usare mezzi oscuri e “occulti” come il mesmerismo. [7]
Il magnetismo animale, nella sua forma spettacolare di induzione al sonnambulismo, fu una moda davvero diffusa nella società nordamericana ed europea nella prima metà dell’Ottocento, prima che un’altra moda, lo spiritismo, lo soppiantasse. Tant’è vero che persino un deputato del Parlamento subalpino, Giorgio Asproni (1808-1876), nel 1855 si rivolgeva per consulenze mediche alla sonnambula Madama Biancani, di cui si fidava ciecamente e dalla quale si faceva prescrivere le medicine per il fegato! [8]
In maniera certo a dir poco differente, sia Poe nella libertà di New York, sia don Bosco nell’assai meno aperta Torino, ci hanno lasciato una testimonianza delle tendenze della società dell’epoca, e delle reazioni a un grande fenomeno collettivo.
Note
- [1] Cecilia Gatto Trocchi, Storia esoterica d’Italia, Piemme, Casale Monferrato (AL), 2001, p. 35
- [2] Poe scriverà ben tre racconti basati sul mesmerismo: Rivelazione mesmerica (1844), Una storia delle Ragged Mountains (1844) e La verità sul caso del signor Valdemar (1845).
- [3] Edgar Allan Poe, Opere scelte, Mondadori, Milano, 1997, pp. 888-889
- [4] Edgar Allan Poe, op. cit., p. 896
- [5] Edgar Allan Poe, op. cit., pp. 898-899
- [6] Giovanni Bosco, Conversione di una valdese, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti, 2017, pp.44-45
- [7] Curiosità: il torchio tipografico con cui don Bosco stampò Conversione di una valdese e altri scritti si trova ora in Sardegna. Si tratta di un torchio Stan Hope del 1850, il primo costruito da Amos Dell’Orto per Don Bosco. Nel 1987 il torchio è stato donato allo storico dell’ arte Gianfranco Schialvino, che nel 2021 l’ha donato a Giovanni Dettori. Oggi questo torchio continua a vivere nel Laboratorio xilografico Dettori a Porto Torres.
- [8] Giorgio Asproni, Diario politico Vol.1, Giuffrè, Milano, 1974, pp. 265-267
Immagine di apertura da Wellcome Collection, pubblico dominio
