17 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Quando un femore fossile divenne una reliquia del Diluvio universale

Gianduotto scettico n°207 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Se dovesse capitarvi di visitare il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, ricordatevi di guardare alla vostra sinistra, quando percorrerete lo scalone di accesso. Lì, ha trovato posto un reperto molto particolare: un osso fossile lungo circa un metro, dalla storia curiosa. Quando fu scoperto venne infatti scambiato per una “reliquia” del Diluvio universale. Un fraintendimento, un tempo, più comune di quanto si pensi…

Un uomo impietrito nell’Astigiano

Primi mesi del 1825, Valle Andona,  in provincia di Asti. Un contadino – non sappiamo il suo nome, ma il cognome era Quirico – sta scavando nel suo campo, quando la zappa urta qualcosa di duro. Scava ancora e trova ossa enormi, sepolte a parecchi metri di profondità. Ne aveva già trovate alcune il giorno prima, ma le aveva distrutte per usarle come sassi per riempire le buche del terreno. Poi, un vicino gli aveva fatto notare che “queste curiosità sono tenute in gran conto dai dotti” – e che, soprattutto, potevano valere qualcosa.

Quirico scava allora con più attenzione. Trova un osso particolarmente grande, con un’estremità arrotondata “grossa come la testa di un uomo, di cui avea anche un poco la figura”. L’interpretazione è immediata: è un uomo pietrificato vissuto ai tempi del Diluvio, l’inondazione universale descritta nella Genesi.

Il fossile come appare oggi. Foto degli autori

La notizia si sparge. Accorrono vicini e curiosi per ammirare quella reliquia biblica. Si raccolgono “obblazioni, spontanee o richieste”. Quirico guadagna “non iscarso danaro”, semplicemente mostrando al pubblico l’uomo pietrificato. Qualcuno gli offre somme considerevoli per acquistarlo, ma lui spera di ricavarne di più con l’esposizione al pubblico. È l’inizio di una vicenda che, nelle sue fasi iniziali, ha più i tratti di un pellegrinaggio che quelli di una scoperta scientifica.

Questo è ciò che accadde, almeno stando alla relazione contenuta nelle Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino del 25 marzo 1825. 

Perché un femore diventa un gigante: il diluvialismo

Per capire come fosse possibile che nel 1825 – quattro anni dopo che Henri Marie Ducrotay de Blainville, allievo di Georges Cuvier, aveva coniato termine “paleontologia”, ovvero “studio degli esseri antichi”  – un osso di elefante potesse essere scambiato per un “uomo del Diluvio”, occorre richiamare qualcosa circa la storia dello studio dei fossili.

Fin dal Rinascimento, quei reperti venivano interpretati come resti di animali e piante periti durante il Diluvio, che il fango, solidificandosi, aveva poi reso duri come la roccia (ma una spiegazione simile era già stata avanzata da Tertulliano, nel secondo secolo dopo Cristo). Quella teoria riusciva a spiegare anche l’esistenza di “animali fuori posto”, come le conchiglie trovate sulla cima delle montagne: erano le acque ad averli trasportati fin lassù. 

La spiegazione “diluvialista”, per quanto non condivisa da tutti gli studiosi, rimase comunque quella prevalente almeno fino al Settecento. Ci fu addirittura chi, come il naturalista britannico James Parsons (1705-1770), osservando l’esistenza di frutti maturi pietrificati nelle argille dell’isola di Sheppey, arrivò a concludere che il diluvio universale doveva essere avvenuto in autunno. Lo svizzero Johann Jakob Scheuchzer (1672-1733), trovando chicchi d’orzo pietrificato, propendeva invece per il mese di maggio. 

Reliquie antidiluviane per tutti i gusti

È naturale, quindi, che quasi tutti i ritrovamenti di fossili fossero posti in quella cornice interpretativa. Uno degli esempi più famosi fu scoperto nella miniera di Öhningen (Germania): si trattava di un fossile lungo più di un metro, formato da una colonna vertebrale unita a qualcosa che poteva ricordare un bacino. Johann Jakob Scheuchzer (1672-1733), che lo descrisse per la prima volta nel 1726, lo chiamò “Homo diluvii testis“: l’uomo testimone del diluvio, e in un libro successivo (Physica sacra, 1731) si augurò che quelle “tristi ossa di un antico peccatore” potessero ammorbidire il cuore dei nuovi “figli del male”.

Ovviamente non era così. Nel corso degli anni, lo scheletro fu identificato con quello di un pesce gatto, di una lucertola, e finalmente (nel 1811) con una gigantesca salamandra preistorica. Fu Georges Cuvier a capirlo, analizzando meglio l’esemplare (dopo la morte di Scheuchzer, il pezzo era stato acquistato dal museo Teylers di Haarlem, in Olanda, dove si trova tuttora). Quello identificato come un bacino era in realtà il cranio; in più, scavando nella matrice rocciosa, Cuvier riuscì a trovare traccia delle antiche zampe. Nel 1837, l’uomo del Diluvio ebbe un nuovo nome: Andrias scheuchzeri (“omuncolo di Scheuchzer“), in onore della sua prima classificazione.

Ma quello di Öhningen non è certo l’unico caso. In Europa circolavano decine di “antidiluviani“: dal “gigante di Lucerna” scoperto in Svizzera nel 1577, al “corpo di gigante” rinvenuto a Saletta (Vercelli) nel 1622, dall’osso di mammut tuttora conservato presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Vienna e che venne esposto a lungo come “reliquia del diluvio”, alle ossa di elefante trovate nel Delfinato, in Francia, nel 1616, che furono interpretate come quelle appartenenti al mitico gigante Teutobochus.

Quando scoccò il 1825, però, le cose avevano già cominciato a cambiare. Il caso di Val d’Andona arrivò infatti in un momento cruciale nella storia della scienza, subito dopo una grande rivoluzione che aveva portato a guardare i fossili con occhi diversi e alla consapevolezza che il tempo della Terra fosse immensamente più lungo di quanto suggerito a un letteralista biblico. Artefice di questo cambio di paradigma era stato prima di tutto Georges Cuvier (1769-1832), fondatore dell’anatomia comparata, che aveva dimostrato l’esistenza di specie estinte.

Il concetto stesso di “estinzione”, del resto, era già dibattuto, all’epoca, anche sotto il profilo teologico. Come poteva un Dio perfetto creare esseri destinati a sparire? E perché quegli esseri scomparsi sembravano appartenere a ere geologiche diverse? La risposta di Cuvier era che quegli animali non erano scomparsi tutti insieme nel Diluvio universale, ma che la Terra aveva conosciuto molteplici catastrofi naturali nel corso di milioni di anni. 

Ritorno in Valle Andona

Ma torniamo al nostro “uomo pietrificato”. La notizia della scoperta raggiunse Torino. Il conte Prospero Balbo, politico influente e presidente della Reale Accademia delle Scienze, era scettico:

“poca o niuna probabilità che quelle ossa, supponendole umane, fossero veramente fossili”.

Ma proprio perché avrebbero potuto essere importanti per la zoologia o la geologia, Balbo attivò la macchina istituzionale. Scrisse al Conte Roget de Cholex, segretario di Stato per gli Affari Interni dello stato sabaudo. Serviva un intervento rapido, prima che le ossa andassero disperse.

Il professor Stefano Borson, naturalista dell’Accademia, partì dunque per la Valle Andona. La sua missione era delicata: doveva confrontarsi con l’illusione popolare e con la “crescente cupidigia” di Quirico. La memoria della Reale Accademia di Scienze racconta con una punta di ironia la situazione “singolarissima” in cui si trovava il professore.

Alla fine Borson riuscì a convincere il contadino, anche grazie agli ordini ministeriali trasmessi all’intendente locale, a cedergli la reliquia. Borson portò a Torino il femore e altre ossa minori. Il verdetto spazzava via l’antidiluviano: 

“L’anatomia comparata non mancò in questa circostanza dal fare l’ufficio suo, e l’uomo impietrito non fu più che un grosso femore di elefante”.

Il reperto era imponente: un osso da cinquanta chili (in parte per la concrezione calcarea che lo avvolgeva), lungo 1,07 metri. Seguendo le proporzioni stabilite da Buffon, Daubenton e Cuvier – tre giganti delle scienze naturali – Borson calcolò che l’elefante doveva essere alto quasi tre metri. Oggi sappiamo che si trattava di un Anancus arvernensis, un mastodonte vissuto nel Pliocene, tra 5 e 2 milioni di anni fa. Fossili simili sono comuni nel Monferrato. Quella che per Quirico era la testa dell’uomo antidiluviano, per la paleontologia era l’estremità arrotondata di un femore antichissimo.

Oggi quel reperto vi accoglie un po’ in disparte, all’ingresso del Museo Regionale di Scienze Naturali. Eppure, per arrivare lì, ha fatto un lungo viaggio: da riempitivo per buche, a reliquia miracolosa, a reperto scientifico. È il testimone silenzioso non soltanto di un’era geologica remota, ma anche di un passaggio fondamentale per la storia della scienza. Anche per questo, vale la pena soffermarvisi un po’ davanti, come abbiamo fatto noi.

Foto di apertura: il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, da Wikimedia Commons, foto di Gianni Careddu, CC BY-SA 4.0.