16 Luglio 2024
Giandujotto scettico

I giganti di Vercelli e il dente di san Cristoforo

Giandujotto scettico n° 166, di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Una città italiana costruita da un nipote di Noè, abitata dai giganti in tempi remotissimi, tanto che se ne possono trovare ancora i resti. Una città assai più titolata di Milano, o di qualsiasi altra, a dirla tutta: perché, in un certo senso, i suoi abitanti moderni sono i discendenti dei sopravvissuti al Diluvio universale. Quella città è Vercelli, quasi al confine tra il Piemonte e la Lombardia. Non ci credete? Bene, mettetevi comodi e consentiteci di presentarvi le prove di questa storia.

Un erudito secentesco e i suoi giganti

Giovanni Battista Modena Bichieri (1557-1633), fu una notevole figura di ecclesiastico cattolico vercellese, particolarmente interessato alla storia della sua zona e all’antiquariato. Com’era caratteristico dei suoi tempi, scrisse una rassegna sulle vicende della sua città, Dell’antichità e nobiltà della città di Vercelli e delli fatti occorsi in essa e sua provintia, raccolti da Gio’ Batta Modena Bichieri canonico di essa città, l’anno 1617, che però rimase sotto forma di manoscritto e non vide mai la stampa, come gran parte della sua produzione. Il manoscritto della storia vercellese è conservato presso gli archivi del Duomo cittadino, ed è una sua copia digitale che ha potuto esaminare Luigi Bavagnoli, fondatore dell’associazione Teses, studioso di leggende e appassionato di speleologia in cavità artificiali (qui l’esito della sua ricerca).

Modena era convintissimo che ai tempi del Diluvio universale di biblica memoria la zona di Vercelli fosse abitata da giganti. Quella dei giganti è una storia potentissima che attraversa tutta la tradizione occidentale. Come ben noto, deriva dalla traduzione dall’ebraico del versetto 4 del capitolo 6 della Genesi, in cui si racconta di un tempo passato in cui la terra ne era abitata:

In quel tempo c’erano sulla terra i giganti, e ci furono anche in seguito, quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini, ed ebbero da loro dei figli. Questi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi. (trad. Nuova Riveduta)

Questa tradizione nella storia moderna e contemporanea è stata fatta propria da parecchi movimenti occultistici e da parti più estreme del movimento ufologico, in particolare fra coloro che sostengono le teorie sugli Antichi Astronauti. Ai tempi in cui Modena operava, tuttavia, la tradizione biblica sui giganti cominciava a incontrarsi – e a scontrarsi – con le prime scoperte e riflessioni sui fossili umani e animali, in particolare con i ritrovamenti di ossa di grandi dimensioni, che a studiosi come Modena sembravano avvalorare l’idea che, anche nelle piane vercellesi, fossero vissuti i giganti della Genesi.

Giganti campanilisti

Modena aveva però una ragione in più per credere ai giganti: dimostravano che Vercelli era più antica di Milano. Non era soddisfatto che gli storici e le persone colte del suo tempo considerassero più importante la città lombarda, allora sotto dominio spagnolo, come l’intero ducato. Anche per questo, sperava di contribuire alla fama della sua patria raccontando dei giganti che in antico prosperavano in quella zona. 

Per lui, Vercelli era più antica di Milano – anzi, per essere più precisi, era stata edificata ai tempi del Diluvio da uno dei nipoti di Noè, cioè Put, figlio di Cam, uno dei tre rampolli generati dal patriarca a cinquecento anni di età. Ora, siccome il capitolo 10 della Genesi scrive che a Put era stato assegnato il governo della Libia – con il termine s’intendevano vaste parti dell’Africa settentrionale – Modena in qualche modo doveva spiegare com’era possibile che la nascita di Vercelli fosse dovuta a quel nipote di Noè. Il tentativo di render conto della cosa è tanto interessante quanto fantasioso. Per Modena, Put e i suoi erano venuti in Italia del nord – vi risparmiamo i dettagli pseudo-filologici – e i Libui, il popolo ligure che abitava la regione, non erano altro che i “libici” di Put. Scacco matto, Mediolanum!

Il ritrovamento del 1622

Per Modena, dunque, Vercelli era antichissima, e in quei tempi così remoti era abitata da giganti. La loro presenza sarebbe stata “chiara e manifesta”, e corroborata anche da alcuni ritrovamenti archeologici, sui quali si soffermava a lungo, compiaciuto. 

Ed è cosa chiara, e manifesta, che in questo paese, e Territorio di Vercelli vi sono stati Giganti, come conclude il dottor P. Tornielli [il riferimento è a Gregorio Tornielli (1543-1622), NdR] in detti suoi annali, dove porta l’autorità d’un dente gigantesco che si conserva in Vercelli nella chiesa di S. Cristoforo, sotto il nome di dente di San Cristoforo. Come pure nella Chiesa Cathedrale se ne conserva uno per autorità, che è di due oncie in quadro, cosa stupenda da vedersi che più disputar, e metter in dubio questa verità…

L’attribuzione di un dente gigante a san Cristoforo non è casuale: nella tradizione cattolica questo santo era identificato a volte come un cinocefalo (un uomo dalla testa di cane), a volte con un gigante; comunque, appartenente a uno di quei “popoli mostruosi” di cui parlavano le cronache antiche. Secondo la versione più celebre della leggenda, Cristoforo era un uomo alto dodici cubiti, che accettò di trasportare sulle spalle un fanciullo attraverso un fiume; ma ad ogni passo, le acque si gonfiavano e il bambino diventava via via più pesante. Giunti sull’altra sponda, il fanciullo rivelò di essere Gesù Cristo: portando lui sulle spalle, il gigante aveva portato con sé anche tutto il peso del mondo. Il nome Cristoforo deriva appunto dal greco Χριστοφορος (Christophoros), cioè “colui che porta Cristo”.

Ma le scoperte di Modena non si limitavano al dente di questo santo. La nobiltà e la diretta ascendenza biblica di Vercelli era dimostrata da un ritrovamento recentissimo:

Quest’anno 1622, cavandosi un fosso nel luogo della Saletta, fini di Tricerro [un comune poco a sud-ovest della città capoluogo, NdR], Territorio di Vercelli, non molto discosto dalla città, si è trovato un corpo di Gigante, d’altezza e grossezza indicibile, ed io stesso l’ho veduto, e misurato, e detto corpo è restato in potere del serenissimo duca di Monferato. Concludo dunque, che Vercelli, e suo territorio era abitato avanti il Diluvio.

A riprova del fatto che si trattasse di un corpo antichissimo, Modena affermava che fosse stato ritrovato sepolto nella sabbia, o forse nella creta; comunque era totalmente indurito, fino ad essere diventato quasi pietra. Questo dettaglio potrebbe far pensare che nel 1622, a Saletta, fosse venuto alla luce un fossile. 

Non sarebbe così strano: resti di animali fossilizzati ritrovati in quei secoli erano comunemente scambiati per giganti antidiluviani, e per questo a volte esposti nelle chiese o nei palazzi cittadini. Ne è un esempio l’osso di mammut tuttora conservato presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Vienna, che venne probabilmente ritrovato durante i lavori di scavo del duomo di Santo Stefano e lì esposto per lungo tempo. Oppure le ossa di elefante trovate nel Delfinato francese nel 1616, che furono interpretate come quelle appartenenti al mitico gigante Teutobochus.

Indagini moderne sul dente di san Cristoforo

La storia dei giganti vercellesi potrebbe concludersi qui, con i tentativi di Modena di accreditare la sua terra come antichissima – che più antica non si può – mescolati ai balbettii della paleoantropologia e della paleozoologia: difficile che il “corpo di gigante” in questione sia ancora da qualche parte del Monferrato. Di qualsiasi cosa si trattasse, probabilmente è andata persa per sempre. 

La fama di un dente gigantesco conservato in una chiesa del Vercellese è invece arrivata fino ai giorni nostri. Un interessante compendio della storia di questa reliquia è stato pubblicato da tre studiosi – Michele Augusto Riva, Emanuele Molteni e Vittorio Alessandro – negli Atti del III Congresso europeo di Storia dell’Odontostomatologia, svoltosi a Torino nel 2019:

In Italia un esempio di falsa reliquia, sebbene clamoroso e degno di nota, è sconosciuto ai più: si tratta della reliquia del dente gigante di San Cristoforo, che fu custodita per secoli nella chiesa omonima a Vercelli. […] A Vercelli era conservato appunto come reliquia un dente gigantesco, che i frati dell’Ordine degli Umiliati, cui era affidata la chiesa, avevano portato probabilmente nel Basso Medioevo e conservavano in una teca, mostrandolo come prova delle enormi dimensioni del santo. Tale era la devozione verso S. Cristoforo, che pellegrini da tutte le parti d’Europa giungevano a pregare e ad ammirarla. Juan Luis Vives (1492- 1540), un umanista spagnolo, la descrisse come “un molare più grande di un pugno” (“dens molaris pugno major”). Dopo la soppressione dell’Ordine degli Umiliati nel 1571, subentrarono i padri Barnabiti che continuarono a venerare la reliquia fino alla fine del XVIII secolo, quando un naturalista la analizzò e, sorprendentemente, dichiarò trattarsi di un dente d’ippopotamo. Così, i sacerdoti decisero di toglierla dagli altari e proibirne la pubblica venerazione. Qualche decade dopo, il predicatore italiano Alessandro Gavazzi (1809- 1889) riportò l’episodio in un discorso contro l’uso cattolico di venerare le reliquie, affermando che i Barnabiti conservavano una falsa reliquia esibendola come una curiosità nella loro casa di Vercelli.

Ma la leggenda del dente gigantesco è tuttora parte del “folklore misterioso” del Vercellese. A testimoniarlo è Luigi Bavagnoli, che racconta di averne sentito parlare fin da bambino. Appassionato di miti e leggende, Bavagnoli ha cercato a lungo quella reliquia. Ha interrogato i sacerdoti delle due chiese menzionate da Modena, senza alcun successo; ma, indirizzato verso un’altra chiesa del Pavese che avrebbe potuto conservare il prezioso dente, ne ha intervistato l’anziano parroco, don Stefano, ormai in pensione, che in gioventù aveva prestato servizio a Vercelli. Da lui è giunta una conferma: la sua chiesa conservava davvero un dente di san Cristoforo, poi affidato in custodia a un devoto parrocchiano. Per farla breve, Bavagnoli è riuscito ad entrare in possesso del cofanetto d’argento che conteneva il “dente”, e ad acquistarlo regolarmente. Eccolo:

Il dente di san Cristoforo. Si ringrazia Luigi Bavagnoli/Teses per il permesso di ripubblicazione

Si tratta probabilmente della mandibola di una capra. La storia del ritrovamento è raccontata per esteso in questo documento e in questo video YouTube. Malgrado il lungo tempo trascorso e i passaggi di mano, Bavagnoli è fiducioso che quell’osso sia davvero quello esposto nel Seicento a Vercelli, come ci ha confermato anche privatamente. 

Comunque stiano le cose, si tratta di un testimonianza interessante: se non della presenza di autentici giganti, almeno delle leggende sul loro conto che hanno costellato la nostra storia, dal Diciassettesimo secolo ad oggi.