Il mistero di via Maroncelli a Forlì
di Paolo Cortesi
Per lunghi anni la dodicenne Gabriella Tesorieri avrebbe ricordato quel pomeriggio del 21 dicembre 1949. Erano le 17 e 30 quando Gabriellina udì
«un verso che non era un urlo, che non era un miagolio, che non era neppure il lamento di un volatile migratore, discendeva dal vecchio e deserto solaio per la tromba delle scale»
(così riferiva il Giornale dell’Emilia del 25 dicembre 1949).
Gabriella e la sua famiglia abitavano al primo piano di una vecchia casetta in via Maroncelli 20 a Forlì; vi abitava anche la famiglia Rubboli. Al piano terreno era alloggiata la famiglia Antoniazzi.
Nel 1949, la situazione delle abitazioni era molto critica, e non solo a Forlì: a causa della guerra, oltre il 10% dell’intero patrimonio edilizio italiano ebbe danni, spesso irreparabili; furono distrutti quasi sei milioni di vani abitativi. Il centro storico di Forlì, in cui si trovava la casa di Gabriella, era stato gravemente colpito da bombardamenti e nella battaglia per la liberazione della città. Per questo motivo, chi aveva avuto la casa distrutta si arrangiava, ma non sempre si poteva contare sull’aiuto di parenti o amici, e pochissimi potevano disporre del denaro per comprare un altro appartamento; così si occupavano edifici pubblici e privati, e diverse famiglie erano costrette a condividere spazi angusti. Nei comuni era stata istituita la commissione alloggi (commalloggi, la chiamavano) che, sotto controllo delle prefetture, gestiva la difficilissima attribuzione delle case agli sfollati e ai senza tetto. Teniamo a mente questa terribile situazione abitativa, ne riparleremo.
Appena Gabriella udì il lamento spaventoso, chiamò la figlia dei Rubboli, e anche lei lo sentì; le ragazze chiamarono gli inquilini che salirono le scale fino alla porta del solaio da cui proveniva il gemito. Lì arrivati, tutti lo udirono e terrorizzati si precipitarono al piano terreno, corsero in strada.
In via Maroncelli fu il trambusto: i vicini accorsero alle grida di spavento, e cercarono di trovare una spiegazione al fatto; dissero che poteva essere stato un gatto, un cigolio, un uccello. Le tre famiglie rientrarono nelle loro abitazioni, ma trascorsero una brutta notte, con le orecchie tese e il pensiero ossessivo di una presenza terrificante sulle loro teste.
Il 22 dicembre, all’ora del giorno prima, «il lamento dell’uomo strozzato» (così lo definì il giornalista) fu distintamente percepito da Antonello Antoniazzi, Silvana Rubboli, Modesta, Ughetto e Lella Tesorieri. Ce n’era abbastanza per chiamare la polizia. Due agenti ispezionarono il solaio, le scale, i ripostigli ma non trovarono nulla di strano.
I poliziotti avevano appena lasciato la casa, quando Alberto Antoniazzi udì l’inquietante verso provenire dalla tromba delle scale. Altra telefonata alla questura, altro sopralluogo ma nessuna scoperta. Ancora una notte, per le tre famiglie, passata in un dormiveglia penoso.
Poco prima delle sette del mattino del 24 dicembre, nella vigilia di Natale per loro meno festosa da quando era finita la guerra, gli abitanti di via Maroncelli 20 udirono ancora il lamento, ma questa volta accompagnato da rumore di passi. Poi il fenomeno cessò; riprese alle 18,15.
Furono chiamati ancora i poliziotti, che questa volta fecero una scoperta interessante. Nel sottotetto, la corda che chiudeva dall’interno l’abbaino era stata tagliata di netto, certamente da una lama, e la botola era spalancata. La scala a pioli che serviva a salire fino all’abbaino non era stata spostata dalla parete cui era appoggiata; ciò significava che chiunque avesse aperto l’abbaino,
«doveva essere un abile acrobata per compiere il duplice salto in salita ed in discesa, per superare il dislivello di circa tre metri».
Il Giornale dell’Emilia del 27 dicembre 1949 si occupò ancora del caso misterioso: nel giorno di Natale, «il lamento dell’uomo strozzato seguito da un soffocato urlo» si udì al mattino verso le ore 9, ma non si ripetè «nel pomeriggio e nell’ora fatale che è compresa nel periodo di trapasso dal sole dominante alla luna sorgente».
Qualcuno fece notare che, in quella sera, la via Maroncelli era stata tutta illuminata per il passaggio di una processione: fu per questo motivo che lo spirito, o l’acrobata, o il licantropo (così si diceva) se n’era stato nascosto e zitto?
E ancora:
«durante la emissione dei misteriosi guaiti, il cane lupo di una famiglia abitante nell’edificio adiacente al numero 20, contrariamente alla sua abitudine, non abbaia».
Come accade spesso in questi casi, si pensò utile un consulto medianico. Una signora studiosa di fenomeni spiritici visitò l’edificio, ma il suo responso fu deludente: «Ho dinanzi agli occhi una zona interamente oscura», che è esattamente quanto sperimentavano gli esasperati abitanti della piccola casa, pur non essendo medium.
Ma questa tenebrosa parete nera, si domandò qualche vecchio abitante del quartiere, non poteva essere il cupo muro della morte? Sì, perché ci si ricordò che trentacinque anni prima, il 2 dicembre 1914, a pochi passi dalla casa dei lamenti, in via Maroncelli, nel palazzo Malmesi, era avvenuto un duplice assassinio, i corpi delle vittime non furono mai ritrovati.
Le anime straziate del conte Alberto Malmesi e la fidanzata Dionilla Dal Pozzo, ammazzati a martellate dal fattore di lui Erminio Massa, vagavano accanto alla loro abitazione terrena, gemendo per un dolore che non aveva pace?
Qualcun altro, più pragmatico, ricordò che le famiglie Antoniazzi, Tesorieri e Rubboli si erano opposte all’ingiunzione di sfratto su istanza del proprietario, e neppure la pretura era riuscita a mandarli via; ma davanti al terrore che mozzava il respiro, gli inquilini di via Maroncelli 20
«pare abbiano deciso di trasferirsi altrove pur di sottrarsi all’opprimente incubo».
«Otterrà lo spirito ciò che non è riuscito al commalloggi?», si chiedeva il Giornale dell’Emilia del 27 dicembre. Ed era una possibilità che insinuava spiegazioni umanissime, ben lontane dal soprannaturale.
Ma, come accade quasi sempre in questi casi, il mistero si esaurì con la stessa convulsa rapidità con cui era apparso. Sul giornale cittadino non apparvero più notizie del lamento dell’uomo strozzato.
Ciò che fu la più appassionante notizia in città per alcuni giorni, sparisce nell’abisso del tempo, e restano solo righe di stampa d’un quotidiano dalle pagine imbrunite e fragili.
Immagine: Forlì, foto di Sailko, da Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
