Antonio Fogazzaro e il rapporto con gli spiriti
di Paolo Cortesi
Antonio Fogazzaro (1842-1911), scrittore famosissimo ai primi del Novecento, oggi molto meno, aveva due figlie, Gina e Maria, ed un figlio, Mariano. Secondo le consuetudini del tempo delle famiglie ricche come i Fogazzaro, mentre le femmine erano destinate ad essere mogli e madri, il massimo interesse del padre era riservato al figlio maschio, per il quale si decideva fin da bambino che tipo di persona dovesse essere e che professione avrebbe svolto.
Più il padre era uomo di successo, più alte e stringenti erano le aspettative riversate sul figlio maschio. Così, possiamo immaginare che non dovette essere sempre serena l’infanzia di Mariano Fogazzaro, perché sappiamo – dalle confessioni del padre ad amici – che il ragazzo non era affatto interessato a quella intensa spiritualità che rappresentava, invece, l’essenza di Fogazzaro uomo e scrittore.
Ciò che oggi è una normale peculiarità del carattere, più di cento anni fa era un difetto da correggere. Da correggere in ogni modo, verrebbe da dire, tant’è che Fogazzaro ricorse, oltre a paternali e predicozzi, ad una seduta spiritica.
Mariano era, per suo padre, troppo «positivo ed atto agli affari»; annotava lo scrittore:
«Bisogna ch’io mi rassegni alla sua natura positiva quanto mai, aliena da ogni sentimento d’arte, da ogni aspirazione intellettuale, non ingenerosa però. […] Quanto a sentimento religioso spontaneo, Mariano non ne ha l’ombra. Ho sempre attribuito questo alla sua mancanza di profondità morale, d’immaginazione poetica».
Un giorno del 1889, Mariano aveva quattordici anni, lo scrittore scoprì con sorpresa che suo figlio era molto interessato a “tavolini giranti” e spiritismo; forse aveva più immaginazione di quanto credesse suo padre, il quale ebbe una bella idea:
«Questo [interesse per lo spiritismo, n.d.r.] mi parve un fenomeno e pensai che potrebbe esser la via di fargli entrare l’idea, il sentimento del soprannaturale».
Nella Villa San Sebastiano a Valsolda (ora Villa Fogazzaro Roi), alla mezzanotte del 16 settembre 1889, con un «giovanotto nostro amico, buon ragazzo ma leggero alquanto, che raccontava aver fatto parecchi esperimenti con buon successo», Fogazzaro e il figlio iniziarono la strana seduta spiritica pedagogica.
Lo scrittore la raccontò così in una lettera all’amica Ellen Starbuck:
«Proprio all’ora degli spettri, verso mezzanotte, quando tutti in casa dormivano, Mariano, l’amico ed io ci sedemmo molto seriamente intorno ad un piccolo tavolino cui imponemmo le mani. Dopo una ventina di minuti circa il tavolino cominciò a muoversi e poi a piegarsi ora a destra ora a sinistra secondo i comandi che gli erano dati. Sono perfettamente sicuro che non vi aveva luogo nessuna simulazione sia per il carattere del giovane, rispettosissimo verso di me, sia perché era impossibile ottenere artificialmente, senza scoprirsi, gli effetti che si vedevano. Il tavolino poi parlò alla sua maniera, battendo un piede a terra secondo l’alfabeto convenzionale che gli avevamo suggerito e così entrammo in conversazione successivamente con tre sedicenti spiriti. Dico sedicenti perché non escludo affatto che si trattasse di un’altra forza ignota forse proveniente da noi stessi. Prima un’africana, poi uno spagnuolo di Cadice, poi un italiano ci dissero i loro nomi, il loro stato felice o infelice e risposero ad altre nostre moltissime domande. La risposta fu precisa e fatti posteriori ne hanno confermata una parte».
Se Fogazzaro voleva scatenare nel figlio una tempesta emozionale, ci era riuscito perfettamente, anzi forse troppo, tanto che proibì di ripetere l’esperienza e di parlarne con anima viva:
«Mariano fu impressionatissimo. Dopo il tocco feci cessare l’esperimento e proibii di parlarne e di ricominciare».
Tuttavia, lo scrittore fu soddisfatto della seduta spiritica educativa che aveva voluto per suo figlio:
«forse questa momentanea sensazione dell’altro mondo, vera o fallace, gli gioverà».
Purtroppo, Mariano avrebbe presto avuto conoscenza diretta dell’altro mondo, perché sarebbe morto solo sei anni più tardi, nel 1895, per malattia.
La storia della curiosa seduta a Villa San Sebastiano sembra rappresentare tutto l’atteggiamento dello scrittore vicentino nei confronti dello spiritismo: un interesse profondo ad un passo dall’adesione, trattenuta sempre da motivi morali e religiosi.
Fogazzaro visse nella stagione in cui metapsichica e spiritismo erano temi di discussione e molti scienziati li studiarono, con esiti diversi. Il modernismo che investiva la cultura suscitava domande su questioni che erano ritenute fino a quel momento immutabili e definitive. La scienza positiva lambiva dogmi di fede e credenze ataviche, causando inquietudini che in Fogazzaro ebbero espressione letteraria. Era intellettualmente onesto negare l’evoluzionismo (che presentava prove scientifiche) per obbedire alla Bibbia? Era giusto ignorare i fenomeni metapsichici di cui si aveva notizia da ogni paese? Conosciamo del tutto lo spirito umano o ci sono ancora zone e facoltà ignote? L’aldilà è come lo descrive una confessione religiosa o come lo descrivono le pretese comunicazioni dei morti stessi? E la scienza cosa può dirci su queste sedicenti comunicazioni ultraterrene?
È evidente che il problema, in Fogazzaro, sta nel rapporto tra scienza e dogma di fede, tra antiche certezze e nuovissime idee. Nel solenne Palazzo della Scienza («una reggia e insieme una cittadella»), scrive ironicamente Fogazzaro nel suo discorso Per una nuova scienza, hanno dimenticato di chiudere l’ingresso e ora
«un branco di malviventi mascherati, amici e compagni dell’ipnotismo, si precipita dentro con gran rumore. […] Questi nuovi venuti somigliano spaventosamente ai mostruosi fantasmi medioevali che anticamente possedevano il luogo. Si fanno chiamare suggestione mentale, telepatia, sdoppiamento, o forza psichica, chiaroveggenza, spiritismo, materializzazione, apparizioni di morti, di fantasmi, di vivi. Il loro apparire nelle sale suscita una vera rivoluzione».
Questi banditi mascherati – continua Fogazzaro nel suo racconto allegorico – sono accolti purché lascino «quegli abiti da saltimbanchi e certe abitudini piazzaiuole» e cioè accettino di
«rispettare scrupolosamente le leggi e i regolamenti del metodo sperimentale, sottomettendosi a tutti gli esami, a tutti gl’interrogatorii, a tutte le prove possibili».
La posizione di Fogazzaro, però, non è quella tipica che voleva applicare con rigore il metodo sperimentale positivo alle manifestazioni paranormali.
Per Fogazzaro, tutto ciò che riguarda lo spirito è sottoposto alla morale – e, per lui, alla religione cattolica – prima che alla scienza:
«Studiate l’anima umana non per curiosità ed orgoglio intellettuale, ma per un alto concetto religioso. Non accingetevi allo studio dell’anima senza una preparazione morale onde lo jockey ch’esercita il suo cavallo e sé prima della corsa non sia detto più sapiente di voi».
Fogazzaro condivide con passione l’antimaterialismo della fine di secolo, lo saluta come premessa necessaria per l’affermarsi di una nuova civiltà
«nel tempo in cui tante tristi rovine morali nell’alto e nel basso accusano di sé il materialismo scientifico, la negazione dello spirito. […] Passi questa luce sopra il secolo che cade e sia come un raggio sulla via del secolo che ascende, del secolo che ha la missione di esaltare lo spirito, di allargare con rapidità vertiginosa la signoria dell’intelligenza sulla materia, di trasformare la società con l’amore».
Queste parole risalgono all’inizio del 1895; purtroppo, il secolo che seguì fu il più atroce della storia, con molte decine di milioni di esseri umani travolti e straziati da guerre e orrori indicibili. Ma nella Belle époque si sperava con esuberante fiducia in un imminente futuro luminoso e amico.
Dunque, per Fogazzaro lo studio e l’azione dei fenomeni metapsichici (che lui riteneva reali, pur ammettendo che «quel campo è ancora troppo guasto da erbe maligne di errore e di frode») è in fondo una pratica religiosa:
«Io credo che alla natura umana sieno state infuse da Dio certe facoltà tuttora in germe, ma suscettibili di uno straordinario sviluppo, le quali, adoperate da uomini buoni per il bene, si manifestano a gloria di Chi le creò; adoperate per il male, si manifestano a prova di un’ascosa malignità ch’è nel mondo».
Gli scienziati psichici che muovevano allora i primi passi dovevano, per lo scrittore cattolico, essere spiritualisti e non spiritisti:
«Lavorate alla dimostrazione sperimentale dell’anima umana, mentre noi artisti cerchiamo comporre fantasmi che facciano apparire la nostra».
Secondo un luogo comune del Decadentismo, la scienza occidentale era criticata perché insensibile al fascino del mistero, dell’imprevisto, dell’inclassificato, e dunque era un sapere che ascoltava solo se stesso, oggi diremmo autoreferenziale:
«L’avversione al meraviglioso è carattere della nostra civiltà occidentale, intendo dire di quella civiltà che afferma avere in se stessa la propria origine, la propria forza, il proprio fine, ch’è continuamente in ammirazione di quel che sa, che mira a una soddisfazione superba dell’intelletto e a moltiplicare le comodità della vita, che glorifica la scienza come onnipotente nell’avvenire, come unica erede futura di tutte le religioni».
Anche l’evoluzionismo, per Fogazzaro, confermava la dimensione spirituale della vita:
«Nel disegno divino dell’universo, il fine della legge di evoluzione è di svolgere nelle creature intelligenza e amore, onde glorifichino Iddio».
L’evoluzione gli appariva come una creazione divina che dura in eterno, sempre più perfezionandosi in un’incessante ascesi verso la piena spiritualità. L’evoluzionismo teistico di Fogazzaro non agiva per l’affermazione del più adatto a vivere nel suo ambiente, ma consisteva invece in un universale fenomeno di purificazione, di liberazione dalla materialità:
«Più è forte l’impulso dell’animalità inferiore, più s’innalza il sentimento morale che la tien soggiogata, più grandeggia l’umanità»
È una evoluzione essenzialmente morale, tema assai diffuso in quel tempo presso tutti gli intellettuali antipositivisti.
Fogazzaro cercava una mediazione tra metapsichisti/spiritisti e Chiesa cattolica alla quale fu sempre devoto; com’era prevedibile, scontentò entrambi.
I metapsichisti non potevano accettare gli obblighi, i divieti e le censure della Chiesa.
Scriveva Antonio Bruers (1887-1954), commemorando lo scrittore vicentino:
«Mentre ci associamo a Lui con tutta l’anima per ciò che riguarda la preparazione reclamata e per l’alto afflato spirituale che informa il suo dire, ce ne stacchiamo nettamente per quanto si riferisce alle limitazioni che Egli invoca».
Decio Calvari (1863-1937), direttore della rivista teosofica Ultra, in occasione della morte dello scrittore, espresse la gratitudine nei suoi confronti per avere
«profuso a piene mani nei suoi libri accenni a dottrine e teorie che fanno parte della nostra filosofia: in “Malombra” dove chiaramente si parla della reincarnazione, nel “Mistero del poeta” in cui la possibilità della comunicazione fra le anime dei viventi durante il sonno e i rapporti spirituali, ma certi, fra chi fu e chi vive ancora quaggiù sono evidentemente ammessi; nel “Piccolo mondo antico” ove si parla di fenomeni spiritici, nelle “Ascensioni” umane ove è propugnato il concetto della esistenza una che vive e palpita in tutte le cose e il problema del dolore spiegato col considerare l’universo attuale come il prodotto di uno precedente».
Fogazzaro non poteva essere un modello per i ricercatori psichici perché, continua Calvari,
«aveva idealità strettamente confessionali e visse e morì, malgrado la guerra mossagli dalla Chiesa, secondo i precetti da questa imposta ai suoi credenti. Per noi invece il problema religioso non ha carattere confessionale ma universale».
Fogazzaro, inoltre, e questo lo allontanava irrimediabilmente dagli spiritisti, non escludeva affatto un possibile intervento diabolico nei fatti spiritici:
«Se realmente la natura umana ha potenze ancora in gran parte occulte, è certo che il Maligno vorrà mescolarvisi il più possibile».
Da parte sua, la Chiesa di Roma non poteva perdonare allo scrittore certe sue dichiarazioni, come questa, che risale al 1907:
«I progressi della scienza hanno aperto nuove vedute sull’Ignoto; la scienza stessa ravviva il nostro sentimento religioso con l’imposizione di un mistero imponderabile. Quest’elemento misterioso della Religione ci apparisce sempre più vero e sempre più impenetrabile. Ma in pari tempo, diventa sempre più evidente l’insufficienza delle forme teologiche».
Nel romanzo Il santo (1905), Fogazzaro immagina addirittura che l’eroe del romanzo, Piero Maironi, che da viveur si è fatto monaco, parli direttamente al papa, a cui illustra i quattro spiriti maligni che hanno infettato il corpo sacro della Chiesa: lo spirito di menzogna, lo spirito di dominazione del clero, lo spirito di avarizia e lo spirito d’immobilità: «I cattolici, ecclesiastici o laici, dominati dallo spirito di immobilità […] sono idolatri del passato, tutto vorrebbero immutabile nella Chiesa», ecco perché chiudono gli occhi alle manifestazioni psichiche ultraterrene.
Se avesse scritto queste parole cinquecento anni prima, forse lo scrittore vicentino sarebbe finito sul rogo o murato vivo. Il massimo danno che papa Pio X poté arrecargli fu la messa all’Indice del romanzo, il 5 aprile 1906. L’8 settembre 1907, l’enciclica Pascendi Dominici gregis condannò duramente il modernismo,
«sintesi di tutte le eresie […] succo e sangue di quanti errori circa la fede furono finora asseriti».
Fogazzaro reagì al severo provvedimento con la piena sottomissione, come scrisse in quei giorni ad un amico:
«Io ho risoluto sin dal primo momento di prestare al Decreto quella obbedienza che è mio dovere di cattolico, ossia di non discuterlo, di non operare in contraddizione ad esso autorizzando altre traduzioni e ristampe oltre quelle che sono materia di contratti precedenti al Decreto, impossibili a rompere».
Tuttavia, lo scrittore non cambiò opinione, anche per quanto riguardava la sua posizione sui rapporti con l’aldilà, cui restò sempre aderente, ignorando gli anatemi delle supreme gerarchie cattoliche, le quali – con dichiarazione della Sacra Penitenzieria del 1° febbraio 1882 – avevano proibito ai fedeli non solo di partecipare alle sedute medianiche, ma anche di assistervi come semplici spettatori.
Il 24 aprile 1905, Fogazzaro aveva accettato la presidenza onoraria della Società di Studi Psichici di Milano, che pubblicava la rivista Luce e Ombra. Il 14 giugno dello stesso anno, il Catechismo Maggiore di Pio X (Parte Terza, Capo II, 366) proibiva nuovamente ogni pratica di spiritismo.
Antonio Fogazzaro fu una figura emblematica dello snodo culturale dell’inizio del Novecento, nel quale l’architettura dogmatica vecchia di secoli mostrava tali segni irreversibili di cedimento strutturale che teorie e credenze nuove, pur se confuse e contraddittorie come la metapsichica, avevano il potente fascino della rivelazione.
Lo scrittore non credeva di dover sottostare alle prescrizioni della Chiesa, di cui pure si dichiarava devoto convinto, perché era certo che lo spiritismo come lui intendeva fosse una strada, e non un ostacolo, alla vera fede cristiana. Già questa personale libera interpretazione era, per la Chiesa, una gravissima colpa di modernismo.
Il 22 marzo 1904, Fogazzaro partecipò, invitato, all’ottava delle diciassette sedute che il medium professionista australiano Charles Bailey (1870-1947) tenne a Milano, alla Società di Studi Psichici, tra il febbraio e l’aprile di quell’anno.
Bailey era famoso per gli apporti: durante le sedute, nel buio totale, avveniva la pretesa materializzazione dei più svariati oggetti: monete antiche, presunte tavolette cuneiformi o simili, pietre dure, perline, ma anche uccelli, pesci, granchi e tartarughe, piante esotiche. Sebbene colto alcune volte a fare trucchi, Bailey divenne nell’ambiente spiritistico un medium di straordinaria fama, tanto che la Società di Studi Psichici, grazie al generoso finanziamento del suo mecenate, l’industriale Achille Brioschi (quello dell’Effervescente Brioschi), gli pagò il costoso viaggio in Italia e relativo soggiorno.
Quella sera, nel buio assoluto, Bailey evocò almeno cinque spiriti: un tal dottor Whitcombe che – diceva – in vita era stato un medico di Melbourne; Ti-pha Ka-ri, un sacerdote egizio dell’epoca dello sconosciuto faraone Thomes I; J.J.Wood, scienziato inglese; il rozzo Brooke, costruttore londinese di gabbie per uccelli, infine l’indiano Nana Sahib.
L’apporto della serata fu una massa di 395 grammi di chapati, pasta ancora molle di farina di frumento da cuocere per fare il pane indiano. Poi, ad una tenue luce rossa, Ti-pha Ka-ri, tramite il medium che si poteva muovere nella stanza, tracciò su un foglio delle figure che imitavano goffamente geroglifici egizi.
Al termine della seduta, i dieci partecipanti, tra cui erano Achille Brioschi e Angelo Marzorati, sottoscrissero il verbale redatto da Eugenio Griffini, dottore in legge e lingue orientali. Accanto alla sua firma, Antonio Fogazzaro volle aggiungere questa dichiarazione:
«Attesto la esattezza del verbale per quanto riguarda i fatti sensibili che descrive, ma riservo intieramente il mio giudizio circa la esistenza reale delle diverse entità che si sarebbero manifestate nella seduta».
