Dall’Egitto a Torino, un riccio di mare che ha attraversato i millenni
Giandujotto scettico n°203 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Il Museo Egizio di Torino: corridoi pieni di sarcofagi, papiri, statue antiche…. E poi, all’improvviso, un riccio di mare fossile. Non dorato, non incastonato in un gioiello prezioso. Soltanto un fossile di echinoide, leggermente ovale, largo circa otto centimetri. Di sicuro, non il genere di reperto che ci si aspetterebbe di trovare in quelle sale. Ma cosa ci fa in un museo di antichità egizie?
La risposta a questa domanda ci porta in viaggio attraverso la geologia, l’archeologia e la storia delle religioni, e ci mostra come, migliaia di anni prima che nascesse la paleontologia, gli esseri umani fossero già attratti da questi strani oggetti che emergevano dalle rocce.
Il riccio di Tjanefer
Il fossile venne scoperto nel 1903 dall’archeologo piemontese Ernesto Schiaparelli durante gli scavi del tempio di Eliopoli, l’antica città sacra al dio sole Ra, oggi un sito importante in un sobborgo del Cairo. Nel 2017, la Rivista del Museo Egizio di Torino ha pubblicato un articolo in francese, opera di Christina Karlshausen e Thierry De Putter, che analizza in dettaglio il reperto e la sua storia (Un oursin pour le dieu. L’oursin de Tjanefer [Turin Suppl. 2761]).
Il fossile era stato depositato in una cavità ricavata nella parete di un corridoio con la volta in mattoni insieme ad altri oggetti votivi. Non era stato semplicemente abbandonato lì: era stato scelto, trasportato e conservato con cura tra gli oggetti preziosi del tempio. Alla base del fossile, si vede tuttora un’iscrizione in geroglifico che recita:
“Trovato a sud di Ik dal padre divino Tjanefer”
“Padre divino” è un titolo comune: nel Nuovo Regno, si riferiva a una classe sacerdotale molto elevata, a cui era consentito vedere le statue dedicate al culto e persino trasportarle – prerogative che erano riservate alle gerarchie più importanti. Le offerte votive agli dei, nell’antico Egitto erano comuni, mentre era più raro che un devoto si prendesse la briga di specificare il proprio nome o il luogo esatto dove aveva trovato ciò che stava offrendo.
Le analisi moderne hanno identificato il fossile come un Echinolampas africanus, un riccio di mare estinto che visse durante l’Eocene medio, tra 47,8 e 41,2 milioni di anni fa. All’epoca, quella che oggi è la regione del Cairo giaceva sotto un mare caldo e poco profondo. Quando i mari si ritirarono e le placche tettoniche sollevarono i fondali, quegli antichi organismi rimasero imprigionati nelle rocce calcaree che oggi formano le colline del Mokattam, a sud della capitale egiziana. L’Echinolampas africanus è particolarmente abbondante proprio in quelle cave. Tjanefer doveva essersi imbattuto in uno di questi strati mentre attraversava la zona delle cave “a sud di Ik”. Ma perché offrire un riccio di mare a un tempio?

Il fascino di una pietra “stellare”
Christina Karlshausen e Thierry De Putter sottolineano un fatto importante: stando agli autori classici greci e romani, a cominciare da Erodoto, i sacerdoti egizi sapevano che il loro paese era stato un tempo coperto dal mare: si spiegavano così, abbastanza correttamente, la presenza di conchiglie sulle montagne. Non abbiamo però fonti di prima mano su quello che pensassero in merito alla “pietrificazione”, o su che cosa rappresentassero i fossili per loro.
I due egittologi ipotizzano che Tjanefer e i suoi contemporanei fossero affascinati dalla particolarissima forma dei ricci di mare. Gli echinoidi hanno infatti una simmetria pentaradiale: presentano cinque “petali” perfettamente distribuiti attorno a un centro, come una stella a cinque punte. Un motivo che, a un uomo del tempo, avrebbe forse potuto ricordare un disco solare stilizzato, oppure le stelle a cinque punte che venivano così spesso dipinte sui soffitti delle tombe egizie. Oppure, ancora, il geroglifico della duat, l’oltretomba egizio, spesso rappresentato con il geroglifico di una stella a cinque punte inscritta in un cerchio (Gardiner N15).
Scoprire un oggetto perfettamente geometrico e pietrificato in un luogo desertico, doveva sembrare una “meraviglia”, un miracolo della natura, Tanto più se si considera il luogo del ritrovamento: “a sud di Ik”, un toponimo che designava una zona di cave nella regione meridionale di Eliopoli, probabilmente tra il Gebel Ahmar (la “Montagna Rossa”) e le cave del Mokattam. Ma Ik non era solo un toponimo geografico, era anche un luogo mitologico: nei testi di epoca tolemaica, infatti, era il luogo dove erano stati sconfitti i nemici di Ra. È sulla “collina di Ik” che il serpente Apophis, incarnazione del caos, viene ucciso ogni notte per permettere al Sole di risorgere.
Era, in altre parole, il luogo dove il dio Sole trionfava sui suoi nemici. Il fossile diventava così una reliquia in senso pieno: un oggetto materiale che collegava il presente al mito.
Il “tesoro della cattedrale”
Ma il fossile di Tjanefer solleva un’ultima questione interessante. Che cos’era esattamente il luogo presso il quale fu depositato? Gli archeologi hanno trovato in altri depositi votivi tracce di simili giochi della natura: pietre di forme curiose, selci, persino altri fossili. Ricci di mare simili a quello del Museo egizio di Torino sono stati trovati all’interno di un tempietto dedicato a Hathor nella valle del Timna, e anche nel tempio di Soknebtunis, a Tebtunis. Thutmose IV depositò in un naos una pietra la cui forma richiamava un falco e che, secondo le iscrizioni, era stata trovata dal futuro faraone “nella sua giovinezza”.
Alcuni studiosi hanno parlato di una sorta di “museo” o “gabinetto delle curiosità” ante litteram, ma al riguardo Karlshausen e De Putter sono più cauti. Questi oggetti erano probabilmente conservati in cripte o depositi sotterranei, accessibili soltanto ai sacerdoti; non erano esposti al pubblico come in un museo moderno.
L’analogia migliore, suggeriscono, è perciò quella con i tesori delle cattedrali medievali: collezioni di oggetti preziosi e reliquie conservate per perpetuare la memoria storica e religiosa della comunità, ma visibili solo in occasioni speciali e a persone autorizzate. Che si trattasse di un protomuseo oppure di un tesoro sacro, comunque la funzione era simile: preservare oggetti che incarnavano la meraviglia, il mistero e la connessione tra il mondo materiale e quello sacro.
Non solo in Egitto
Il reperto conservato oggi al Museo egizio ci fa intuire qualcosa sul senso di meraviglia che probabilmente un uomo del passato doveva provare nell’imbattersi in un riccio di mare fossile. Un bel libro da poco pubblicato, opera del giornalista e divulgatore Diego Sala (Ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli. Scoperte, curiosità ed errori prima della nascita della paleontologia, Codice, 2025) ci racconta che, in questo sentimento, gli Egizi erano in buona compagnia.
In Europa, fossili di echinoidi sono stati trovati in sepolture del neolitico e dell’Età del Bronzo, spesso come parte del corredo funerario. In alcuni casi erano stati deliberatamente trasportati per chilometri dalla loro fonte geologica originaria. Nel 1887, ad esempio, venne scoperta nella zona delle Dunstable Downs, nell’Inghilterra meridionale, una tomba dell’Età del Bronzo (circa 3000 anni fa) con gli scheletri di una donna e di un bambino stretti ancora in un materno abbraccio dopo 4000 anni. Intorno a loro, erano state posizionate centinaia di sfere di pietra, ciascuna con dei solchi a forma di stella: fossili di ricci di mare. Nel sito neolitico di Ain Ghazal in Giordania, risalente a quasi 11.000 anni fa, sono stati rinvenuti reperti simili in cui era stato praticato un foro che consentiva di appenderli (forse, con funzione protettiva). A Héricourt, nella Francia sudorientale (sempre un sito dell’Età del Bronzo), verso la fine dell’Ottocento venne scoperto un tumulo con ossa umane completamente ricoperto da fossili di ricci di mare. Ce n’erano tra i 20000 e 30000.
Questi reperti sono stati trovati anche in contesti archeologici più recenti: a Bury St. Edmunds, nel Suffolk, è stata rinvenuta la sepoltura di una donna del V secolo d.C.: teneva tra le mani il fossile di un riccio di mare. Una scoperta analoga arriva dai pressi di Cambridge, dove una donna dello stesso periodo fu sotterrata con una borsa di cuoio intorno al collo, al cui interno c’era un fossile di riccio di mare. Viene da chiedersi se questi oggetti, così enigmatici agli occhi di una persona del tempo, non avessero un significato particolare, legato magari all’immortalità dell’anima.
La forma perfettamente simmetrica, il pattern a stella, il fatto di trovarli “fuori posto” rispetto al loro ambiente originario – tutto questo li rendeva probabilmente oggetti affascinanti, quasi magici. Prima ancora di disporre di una teoria sulla formazione dei fossili, gli esseri umani riconoscevano in questi reperti qualcosa di speciale, forse qualcosa che richiamava loro il mondo spirituale.
Anche Tjanefer, con ogni probabilità, vedeva nell’echinoide un collegamento con il divino. Noi, oggi, riconosciamo in quel reperto un collegamento con ere geologiche remotissime. Due meraviglie diverse, ma, a loro modo, “sacre”.
Immagine di apertura da Wikimedia Commons, pubblico dominio
