3 Giugno 2026
Approfondimenti

Credere al paranormale anche quando l’inganno è palese: il caso del medium Carancini

di Paolo Cortesi

Il caso Carancini (l’affaire Carancini, nelle pubblicazioni francesi) scoppiò il 17 agosto 1913, quando il quotidiano parigino Le matin pubblicò la foto al lampo di magnesio, scattata all’improvviso durante una seduta spiritica al buio, in cui si vedeva il medium Carancini che si era liberato una mano dal controllo e col braccio teso in alto muoveva gli oggetti posati sulla parte superiore della gabbia in cui era rinchiuso, e che sarebbero dovuti essere mossi dagli spiriti.

Che un medium fosse beccato mentre imbrogliava era piuttosto frequente e ormai non destava più scalpore; ciò che rese straordinario il caso Carancini fu la reazione di molti spiritisti i quali continuarono non solo a sostenere la genuinità del medium, ma da questo episodio imbarazzante elaborarono una teoria per affermare la necessità di tollerare (e talvolta favorire) le frodi dei medium.

Il romano Francesco Carancini veniva così presentato dall’avvocato Arturo Lancellotti, che – su The Annals of Psychical Science dell’aprile-giugno 1909 – fu tra i primi a fare conoscere il medium al pubblico degli spiritisti: 

«Pare che il clima d’Italia sia non solo propizio alla creazione di geni e tenori, ma anche di medium. Nessun altro paese, senza nemmeno escludere l’America, ha prodotto più medium. […] Il più recente, un nuovo medium, è proprio adesso l’uomo del giorno a Roma. […] Francesco Carancini ha quarantacinque anni (è nato a Roma nel 1863), di corporatura piccola e giusta, i suoi modi sono tranquilli e semplici. La sua educazione è limitata; non conosce altra lingua oltre l’italiano [ma in articoli successivi sarà scritto che parla discretamente il francese e lo comprende meglio, n.d.r.]. Per molti anni è stato pittore di scene teatrali, ora è impiegato in un laboratorio di prodotti chimici. Ha l’aspetto di un uomo di normale salute, all’apparenza non troppo robusto né troppo delicato di fisico e temperamento. È molto sensibile, una sensibilità che si è assai sviluppata in seguito agli esperimenti spiritici a cui si presta ormai da diversi anni. Soffre molto di nevralgia, soprattutto al termine di ogni seduta. Questi esperimenti provocano in lui attacchi di nervosismo e letargia». [La traduzione dall’inglese è mia].

Secondo una modalità frequentissima nel mondo dei medium, Carancini scoprì per caso la sua dote: partecipava come spettatore a una seduta in cui il medium era Augusto Politi e gli spiriti gli rivelarono che era lui pure un grande medium capace di produrre fenomeni sorprendenti.

Carancini si dette allo spiritismo e per alcuni anni, come scrive Lancellotti, 

«officiò come medium solo in circoli spiritistici. Soltanto dall’inizio dell’anno scorso [1908, n.d.r.] furono organizzati esperimenti severamente controllati».

Tali severi controlli divisero la comunità dei metapsichisti in due campi opposti e irriducibili: chi riteneva Carancini un medium a effetti fisici di straordinaria potenza; chi lo giudicava un abile prestigiatore.

Lancellotti, che partecipò a decine di sedute con Carancini, gli riconosceva il potere di evocare spiriti (o forze sconosciute) che lanciavano bambole, palle e tamburelli, muovevano e alzavano tavoli, che incidevano al buio su nerofumo brevissime frasi, spesso solo una o due parole, che producevano luci e che smaterializzavano e rimaterializzavano piccoli oggetti.

Lo spirito guida di Carancini era un non meglio specificato Giuseppe, che – tramite il medium in trance – dava istruzioni su come svolgere le sedute; Giuseppe, ad esempio, sceglieva la disposizione delle persone che formavano la catena medianica e regolava l’intensità della luce, che all’inizio era sempre rossa e debole, col proseguire della seduta veniva sempre più ridotta fino al buio totale. Era Giuseppe che, con la bocca di Carancini, esclamava “Fuoco!” quando era possibile scattare la foto al magnesio per cogliere il fenomeno ottenuto: un tavolo spostato, un violino a mezz’aria, un tavolino appoggiato alla schiena del medium. Tra le condizioni per partecipare alle sedute, c’era il divieto di scattare foto senza l’ordine dello spirito, e già questo suggerisce ad uno scettico ovvi ragionevoli sospetti. Vedremo cosa accadde quando fu scattata una foto senza il permesso di Giuseppe.

Ancora Lancellotti diede a Carancini una grandissima popolarità quando ne scrisse sull’Almanacco Italiano Bemporad del 1912, dedicandogli ben cinque pagine ed alcune fotografie scattate durante le sedute. Lancellotti garantiva di avere «osservato e controllato rigorosamente» e, a ogni buon fine, dava l’elenco delle personalità che avevano assistito come lui ai prodigi di Carancini: il Duca di Cardinale, il Conte di Violara, il Marchese Lanza, la Contessa Baglioni, gli Onorevoli Oliva e Sanarelli, Arnaldo Cervesato, il professor Schiller dell’Università di Oxford; il sillogismo che Lancellotti (sue sono tutte quelle maiuscole) propone sottotraccia è evidente: come potrebbe un incolto ometto, un borgataro de Roma ingannare l’eccellenza della società?

Il giornalista Enrico Monnosi, sul Giornale d’Italia, nel 1908 fece uscire una serie di articoli dedicati alle sedute che Carancini tenne a Roma, nella casa del barone von Erhardt, un pittore appassionato di spiritismo. In ogni seduta, assicurava Monnosi, erano avvenuti fenomeni eccezionali, come levitazione di oggetti e spostamento di un tavolino che era finito sulle spalle del medium. Il giornalista escludeva la possibilità di trucco: 

«Da parte mia, non solo affermo la sicura autenticità dei fatti di cui parlo, ma dichiaro di non potere neppure comprendere la possibilità di imbroglio, a parte l’ipotesi di una complicità cosciente dei controllori».

Anche Luce e Ombra, rivista della Società di Studi Psichici di Roma e Milano, si occupò più volte di Carancini. La rivista vantava una rigorosa cautela sui fenomeni medianici che derivava, in gran parte, dall’intellettualismo concettoso di Angelo Marzorati (1862-1931) e Antonio Bruers (1887-1954). Tuttavia, tra le righe, non è affatto difficile rendersi conto che quegli studiosi erano più che disposti a considerare Carancini un medium autentico e potente. La rivista, a lode di Carancini, pubblicò il parere dell’illusionista, prestigiatore e ipnotizzatore Amedeo Majeroni (1871-1932): 

«Per quanto ho potuto constatare, escludo che i fenomeni direttamente percepiti si possano in modo alcuno simulare, date le condizioni del rigoroso controllo sempre mantenuto».

Come vedremo, quando Carancini sarà fotograficamente colto a truffare, Luce e Ombra sosterrà la sostanziale irrilevanza delle frodi 

«in un campo oscuro, insidioso ed ambiguo come quello della medianità in cui i fenomeni veri si intrecciano ai simulati e si innestano sopra un medesimo tronco». 

E aggiunge: 

«Non di rado ciò che prima si era presentato coi caratteri del trucco si verifica in seguito con tutta l’evidenza del fenomeno, o viceversa». 

Osservazione davvero bizzarra, necessaria per mantenere la fede nelle doti di Carancini («il povero Carancini», scrive Marzorati) ma che se fosse vera, paralizzerebbe ogni possibilità di conoscenza sperimentale.

Anche Marcel Mangin (1852-1915), pittore con la passione per lo spiritismo, era certo delle facoltà del medium romano. Dopo avere partecipato a molte sedute (Carancini fu un medium professionista attivissimo: solo a Roma, nella casa del barone von Erhardt, tenne più di 150 sedute), Mangin abbozzò anche un’ipotesi di spiegazione dei fenomeni che per lui erano assolutamente autentici: essi erano prodotti da una forza psichica nella quale «mi sembra innanzi tutto» come scrisse su Annales des Sciences Psychiques del luglio 1912 

«di vedere una parentela tra questa e l’elettricità. […] Si è tentati di dire che il medium si carica e si scarica. Si carica a spese di qualcuno che assiste o di più d’uno? […] Infine, che il medium arrivi carico o che si carichi a spese dell’ambiente eterico, ciò che mi sembra quasi certo, è il bisogno che ha di caricare l’oggetto che deve muovere. Da qui vengono quei movimenti delle mani e della testa diretti ansiosamente verso gli oggetti. Bisogna stare in guardia, è ovvio, perché potrebbero essere indizi di frode». [La traduzione dal francese è mia].

Ma questa blanda cautela teorica è tutto quanto Mangin concede alla ragionevolezza; in realtà non mette mai in pratica un vero rigore durante le sedute, nelle quali – qualunque cosa accada – non ha un dubbio su Carancini. Un solo esempio della interpretazione univoca dei fatti, tutti sempre visti a favore del medium: Mangin scrive spesso che Carancini agisce con una illuminazione a luce rossa «perfettamente sufficiente per vedere i movimenti di mobili e degli oggetti un po’ voluminosi come ad esempio una chitarra o un grosso pallone». Però, per ottenere fenomeni più spettacolari, lo spirito-guida Giuseppe chiede che sia fatto il buio; Mangin non ha mai il minimo sospetto che ci possa essere un legame fra oscurità e manipolazione cosciente del medium, che può così agire senza il timore di essere visto imbrogliare.

Così come trova del tutto normale che Carancini-Giuseppe esiga che i partecipanti alla seduta, soprattutto i due controllori che tengono le mani del medium, parlino sempre a voce alta, continuamente, talvolta chiede che si canti:

«questo è fastidioso, evidentemente» commenta Mangin «molto fastidioso soprattutto per certi controllori che non hanno la capacità di dedicare tutta la loro attenzione quando sono costretti a parlare d’altro».

Mangin non prende in considerazione, neppure per confutarla, la possibilità che questo parlare continuo serva proprio a distrarre l’attenzione dei controllori, per ingannarli più facilmente. Nei primissimi anni del Novecento, Carancini si era affermato come uno dei più notevoli medium ad effetti fisici, e la sua fama era arrivata fuori d’Italia.

Nel febbraio e marzo 1910, Carancini aveva tenuto sedute presso il Laboratorio di Psicologia di Ginevra, cui aveva partecipato anche lo psicologo Édouard Claparéde (1873-1940), che al termine dette un giudizio molto severo:

«Le sedute, una decina» leggiamo su Coenobium del luglio-agosto 1910 «non hanno potuto mettere in luce nessun fenomeno che non fosse spiegabile con una frode più o meno grossolana. Il medium riusciva dopo un certo tempo a liberarsi uno dei piedi od una delle mani, e a produrre così, in una oscurità più o meno completa, degli spostamenti di oggetti (tavolini, tende, piccoli oggetti)».

Claparéde segnalò otto fattori che «vengono ad inceppare il controllo delle persone preposte alla sorveglianza del medium». Si va dalla semplice stanchezza di attendere al buio non si sa cosa, all’illusione di simultaneità di fenomeni successivi o di successione di fenomeni simultanei, al desiderio di vedere apparire un evento, al timore di essere criticato come incapace e dichiarare perciò un perfetto controllo che in realtà non c’era.

In luglio e agosto del 1909, il medium romano fu invitato dalla Society for Psychical Research a Londra, dove tenne tredici sedute, a quattro delle quali partecipò Sir William Crookes. La relazione (pubblicata sul numero del gennaio 1910 del Journal of Society for Psychical Research) che ne fece William Wortley Baggally (morto nel 1928), socio della SPR dal 1896, fu decisamente sfavorevole a Carancini:

«tutti i fenomeni ottenuti con Carancini sono stati di natura insoddisfacente [of an unsatisfactory nature]. Con l’eccezione dei colpi (raps), tutti avvennero nel buio completo. Il medium, o Giuseppe, fu scoperto più volte mentre eseguiva il trucco della sostituzione delle mani, dopo di che i partecipanti venivano toccati. Quando non gli era possibile eseguire la sostituzione, a causa delle mani legate, ci furono indicazioni che abbia usato la sua testa per toccare i presenti».

Durante una seduta, furono viste delle luci accanto al gabinetto medianico, ovvero un angolo della stanza delimitato da una tenda, che chiude una sorta di spazio in cui si formerebbero i fenomeni supernormali. 

Anche per queste luci, Baggally ha una spiegazione molto ragionevole:

«Le luci viste durante la seduta, all’interno o in prossimità del gabinetto, sono apparse dopo che Carancini è entrato da solo nel gabinetto e di conseguenza quando non era più sotto controllo. Si è seduto su una sedia all’interno del gabinetto con uno stendibiancheria che lo circondava; ma questa precauzione, suggerita da lui stesso, non gli avrebbe impedito di salire sulla sedia, poiché non c’era una rete sulla parte superiore dello stendibiancheria. Si è udito un rumore sospetto, come se il medium stesse salendo sulla sedia, poco prima che le luci apparissero in alto verso il soffitto. 

Una delle partecipanti alla catena, la signora Paton, ha fatto questa osservazione in quel momento: “Sembra che stia salendo sulla sedia”. Il medium si è tolto la giacca con le strisce di materiale fosforescente prima di sedersi nel gabinetto. Si trattava di un’azione molto sospetta da parte sua. Suggeriva che non desiderasse che la posizione delle sue mani fosse rintracciabile al momento dell’apparizione delle luci. Quando la seduta fu terminata, perquisii il medium e trovai nella sua tasca una scatola di fiammiferi di sicurezza, tra cui alcuni fiammiferi al fosforo».

La conclusione del lungo rapporto di Baggally era una pesante pietra tombale sulle pretese facoltà medianiche di Francesco Carancini:

«Alla luce di tutte queste esperienze, sono giunto a un’opinione definitivamente contraria all’autenticità di tutti i fenomeni verificatisi durante le dieci sedute a cui ho assistito. Riguardo a queste sedute, mi sono convinto non solo che Carancini avesse barato, ma che avesse barato sempre e ogni volta che aveva potuto. Pertanto, i risultati furono deludenti, non solo per la totale assenza di fenomeni autentici, ma anche per la presenza di trucchi fraudolenti perpetrati dal medium».

E arriviamo alla fotografia pubblicata da Le matin, il 17 agosto 1913. La faccenda iniziò mesi prima, a marzo, quando da Roma «una persona che si interessava vivamente a Francesco Carancini» (probabilmente il barone von Erhardt) pregò Cesare De Vesme (1862-1938), redattore capo degli Annales des Science Psychiques, organo della Société Universale d’Études psychiques diretta da Charles Richet, di aiutare Carancini, che aveva moglie, sei figli ed era al momento disoccupato.

De Vesme fece venire Carancini a Parigi perché si esibisse in sedute medianiche controllate da un comitato scelto dalla Société. Tali esperimenti furono giudicati ben riusciti. Forse per un ulteriore guadagno – e sappiamo che ne aveva bisogno – Carancini accettò di tenere sedute anche con i fratelli Henri (1887-1963), Gaston (1885-1971) e André Durville (1896-1979). Questi erano magnetizzatori ipnotizzatori, ma anche qualcosa di più: avevano formulato una teoria medica che oggi potremmo chiamare di psicosomatica estrema, secondo la quale il pensiero – attivato tramite procedure iniziatiche –  modella le forme della vita, guarisce le malattie e forma una volontà invincibile.

Si tratta, in poche parole, di uno psichismo portato alle sue estreme e inverosimili potenzialità, che consentirebbe la conoscenza e l’impiego pratico delle profonde dinamiche ed energie spirituali, dalla telepatia e chiaroveggenza alla fotografia delle radiazioni vitali emesse dagli esseri umani. La pretesa forza magnetica curativa veniva promessa da strumenti come braccialetti, piastre e cinture magnetiche, venduti a prezzi non proprio popolari.

I Durville non erano spiritisti; lo dichiararono con forza:

«Non dobbiamo essere confusi con gli spiritisti. Noi non crediamo affatto all’intervento degli spiriti. Ma abbiamo l’assoluta convinzione che si diffonda dal corpo umano un fluido che può prendere aspetto in base alla sensibilità più o meno sviluppata del soggetto. Questa sensibilità dà forma esteriore ad una massa fluidica alla quale diamo il nome di fantasma e che costituisce il doppio della persona ipnotizzata. Questo doppio agisce, circola, obbedisce senza che il medium si sposti dalla sua sedia». (Intervista apparsa su Le matin del 17 agosto 1913).

Per i Durville, la forza fluidica poteva spostare oggetti leggerissimi, certamente non un tavolo o un violino, come invece accadeva con il medium romano. Conoscesse o no il pensiero dei Durville, fatto sta che Carancini finì nella gola del lupo, perché Henri, André e Gaston erano prevenuti nei suoi confronti non solo per le prove negative di cui si sapeva, ma soprattutto perché negavano a livello teorico le sue dichiarate facoltà. Le sedute organizzate dai fratelli Durville (giugno 1913) funzionavano così: Carancini era seduto all’interno di una ampia gabbia a reti metalliche, che aveva solo due aperture semicircolari dalle quali uscivano le mani, posate su un tavolo, controllate da Henri e André Durville, i quali premevano i propri ginocchi su quelli del medium, per verificare il movimento delle sue gambe. Sul tetto della gabbia, anch’esso fatto di rete metallica, erano posati alcuni oggetti che gli spiriti o la forza misteriosa avrebbero dovuto muovere, tra cui un mandolino. Nel buio, Carancini riusciva lentamente a liberare una mano, portando quelle di entrambi i controllori sopra la sua che non si era mossa: era il trucco che, fin dal 1892, era stato scoperto nelle sedute di Eusapia Palladino.

Alla sesta (e ultima, pour cause!) seduta, quando fu chiesto allo spirito di suonare il mandolino, André Durville fece improvvisamente esplodere il lampo di magnesio al momento opportuno: la fotografia sviluppata mostrava Carancini che con le dita della mano destra, tenuta al polso dalla sinistra di Henri, toccava il dorso della mano destra di André, il quale con la sinistra azionava il pulsante elettrico al termine di un lungo cavo; il braccio sinistro di Carancini era teso verso l’alto, per raggiungere le corde del mandolino. Colto in flagrante imbroglio, Carancini fu sconvolto. I Durville gli proposero di riscattarsi con un’altra seduta, e lui accettò; ma poco dopo scrisse una lettera spiegando che era malato e non si fece mai più vedere.

Dunque, tutto chiaro? Eh no, perché i sostenitori di Carancini insorsero contro quello che definirono un gravissimo errore metodologico, una grossolana ingenuità, un sopruso, un inganno. Fin dal numero di settembre 1910 di Luce e Ombra, lo psichiatra Carlo Alzona (1881-1961) sottolineava la specialissima natura della seduta medianica, che era determinata da così tante e diverse influenze da risultare quasi inattingibile da una effettiva indagine sperimentale:

«Le condizioni di una seduta medianica dipendono da combinazioni di fattori ignoti, dallo stato mentale del medium e degli sperimentatori. Chi considera il medium come un motore il quale deve in un tempo dato produrre un dato lavoro, rinuncia a sperimentare con metodo e stabilisce già dei presupposti. Dalla consuetudine delle esperienze con medium a manifestazioni svariate, balza la constatazione che i fenomeni medianici solo eccezionalmente seguono una linea direttiva qualsiasi; nella quasi totalità dei casi dobbiamo limitarci ad osservare con un controllo rigoroso quanto sarebbe vano richiedere. Ora, in base a quale metodo psicologico possiamo noi imporre al medium di eseguire un movimento senza contatto, dicendogli in poche parole: o voi fate muovere questo oggetto (che può essere anche la leva di un apparecchio) o la vostra medianità non esiste?».

Francamente, se una persona si dichiara medium, cioè in grado di fare ciò che è impossibile alla stragrande maggioranza degli esseri umani, mi sembra più che lecito e ragionevole chiedergli di darne la prova con i fatti. Ma il caso Carancini rivelò qual era la posizione dei metapsichisti sulle pretese doti di un medium: se essi erano convinti della sua capacità medianica, nessuna sua frode sarebbe bastata a fare cambiare il loro giudizio. E sottoporre il medium a verifiche stringenti e definitive come una fotografia scattata durante l’azione ingannevole era ritenuto un atto offensivo.

Antonio Bruers arrivò a riconoscere che «tutti i medium possono truccare, ma nello stesso tempo che il trucco rientra come elemento sconcertante ma fatale, nell’ambito stesso della medianità»; e ancora:

«Anziché darsi alla facile occupazione di scoprire frodi e squalificare medium, sarebbe ben più utile da parte degli studiosi il dedicarsi alla ricerca delle cause che possono indurre i soggetti a simulare, in date circostanze, un fenomeno che, magari alla medesima seduta, si verifica, senza dubbio, genuino». (Luce e Ombra, marzo 1912).

Ma il dotto studioso non si era mai chiesto se il cosiddetto fenomeno autentico non potesse essere un trucco che non era stato scoperto?

Per quanto riguardava Carancini, le cause che potevano averlo indotto a simulare sono facilmente ipotizzabili: era un medium professionista, manteneva la famiglia numerosa con le sedute medianiche; nel maggio 1912, gli spiritisti parigini della Société Universelle d’Études Psychiques raccolsero 622 franchi «pour les séances du médium Carancini», una somma che era più del doppio del salario mensile di un operaio generico.

Marcel Mangin, dopo che il medium romano era stato colto nei suoi primi trucchi, arrivò a teorizzare la necessità di lasciare imbrogliare:

«A rischio di scandalizzare certi severi calvinisti, certi anglosassoni rigoristi, direi che bisogna avere il coraggio, prima di entrare nella sala delle sedute medianiche, di lasciare al guardaroba la morale di tutti i giorni. Sì, io, che in tutt’altra circostanza sono il nemico accanito dell’indulgenza, io che sono convinto che moriremo se non rinunciamo al più presto al disastroso umanitarismo che ha allentato tutte le fibre della società, qui, soltanto qui, mi intenerisco, non mi ribello quando vedo un medium imbrogliare. Mi dico: è colpa nostra; perché non abbiamo preso questa precauzione? Smascherarlo per questa piccola furberia goffa [cette petite ruse maladroite], sarà prosciugare la sorgente del fenomeno a lungo e forse per sempre». (Annales des Sciences Psychiques, luglio 1912).

Con il suo consueto stile sussiegoso, Bruers spiegava che, in una dimensione così sfuggente e oscura come la medianità, era praticamente impossibile segnare confini netti tra fenomeno vero e fenomeno falso, suggerendo che il trucco poteva essere indotto anche dalle condizioni psichiche ambientali; insomma: tutto pur di non riconoscere alcuna responsabilità al medium:

«Noi crediamo che uno studio severo e completo della medianità importi anzitutto quello del soggetto medianico in sé stesso – sia la sua natura patologica o normale – in rapporto agli stati più o meno labili di coscienza che, nel campo sociale, hanno dato luogo a una nuova giurisdizione del delitto. A questo studio preliminare è necessario passare a un altro non meno arduo: quello del valore specifico dello stato di trance, che troppo spesso e sommariamente viene confuso con quello ipnotico. Né l’ambiente deve essere dimenticato, trattandosi di fenomeni i cui coefficienti non sono ancora ben stabiliti: la condizione morale, il pensiero dominante, la disposizione ostile – anche se dissimulata – possono influire sul dinamismo dei fatti. Soltanto quando saranno risolte queste pregiudiziali noi potremo affrontare con sicura coscienza, il problema della responsabilità dei soggetti». (Luce e Ombra, luglio 1913).

Dopo la pubblicazione della fatale foto del trucco, gli spiritisti si indignarono contro i fratelli Durville, con toni e motivazioni diversi, ma comunque assai decisi. Gabriel Delanne (1857-1926), spiritista kardechiano, uno dei fondatori dell’Union Spirite Française, ha scritto:

«Malgrado la loro pretesa all’imparzialità, sembra che i fratelli Durville fossero più desiderosi di riuscire a sorprendere il medium in frode, che di sapere s’egli possedesse una reale facoltà medianica». (Luce e Ombra, settembre 1913).

Mi sembra che i due termini non siano così inconciliabili come vuole Delanne: un medium che imbroglia non sta in questo modo rivelando di non possedere doti supernormali? Ma Delanne non vacilla nella sua granitica certezza:

«il fatto solo della frode non dimostra che l’individuo che la pratica non possa essere un vero medium».

E allora c’è da chiedersi cosa bisogna fare per dimostrare di non essere medium.

Del resto, per Delanne il medium può imbrogliare senza saperlo e senza volerlo:

«È indubitabile che la suggestione può agire sul medium e che l’idea decisa degli sperimentatori ch’egli trucca può indurlo a simulare i fenomeni, soprattutto quando non vi ci si opponga fisicamente in modo energico. Ma senza giungere a tanto, la trance è uno stato psico-fisiologico che toglie al soggetto una parte del controllo ch’egli deve esercitare sui suoi movimenti e che riduce in modo considerevole la sua responsabilità». 

Louis Darget (1847-1923), specialista in fotografie di fluidi spiritici e ufficiale di cavalleria (si firmava sempre il Comandante Darget) credeva di avere trovato la prova del tranello ordito dai fratelli Durville contro il povero medium:

«Il fatto è che quando ho visto la fotografia di Carancini che alzava la mano e André Durville che guardava quella mano mentre premeva l’interruttore per il lampo di magnesio, ho esclamato: Ma Carancini è stato indotto a commettere questo gesto, forse inconsciamente, e il responsabile è colui che gli ha lasciato la mano, il che gli ha permesso di cogliere di sfuggita, con il suo lampo di magnesio, il cosiddetto flagrante atto di frode che più lo preoccupava». (Revue scientifique et morale du spiritisme, settembre 1913).

Cesare de Vesme (1862-1938), spiritista e storico dello spiritismo, negava ogni valore alla verifica oggettiva fatta dai Durville:

«Un medium a cui si permette di frodare è spinto ad approfittarne. Di conseguenza, la prova che essi pretendono di avere raggiunto, con i mezzi deplorevoli cui ho poc’anzi fatto allusione [la fotografia, n.d.r.], se essa è irrefutabile per i prestigiatori e per il grande pubblico in generale, non ha assolutamente alcun valore per le persone che conoscono la teoria e la pratica del mediumismo». (Annales des Sciences Psychiques, agosto 1913). 

Ancora il De Vesme dichiarava non avere mai ottenuto un’autentica prova delle facoltà di Carancini, e tuttavia era certo che il romano fosse un vero medium in un ambiente che favorisse la sua attività:

«Da parte mia, ricordando che ho sempre ammesso di non avere mai potuto ottenere ciò che si chiama – a torto o a ragione – la prova scientifica dell’autenticità di alcun fenomeno di Carancini, sebbene sia stato convinto di avere assistito con lui a molti fenomeni truccati, dichiaro tuttavia di ritenere che Carancini possa manifestarsi come un vero medium, ogni volta che il cerchio degli sperimentatori sia costituito in modo da favorire la produzione dei fenomeni».

Fernand Girod, segretario generale della rivista La vie mysterieuse, ribadiva l’accusa fatta dagli spiritisti ai Durville:

«Se, secondo la vostra propria espressione, voi avete colto quest’uomo in flagrante delitto di frode, è che voi gli avete dato la possibilità di frodare, voi lo avete fatto frodare ». (Le Fraterniste, ottobre 1913).

Ma questi che condannavano l’inatteso lampo al magnesio dei Durville, non ricordavano o ignoravano che impedendo al medium la possibilità di frodare (come essi, giustamente, esigevano) si azzeravano i fenomeni, come faceva notare Henri Durville:

«con Carancini non si ottiene alcun fenomeno se il controllo è troppo rigoroso; mentre se ci si attiene agli ordini del medium, i fenomeni si succedono con una rapidità che incanta». (Journal du magnetisme et du psychisme experimental, agosto 1913).

Il caso Carancini dimostra quanta parte avevano la fede e l’emotività in persone che pure si dichiaravano in perfetta buona fede indagatori razionali, osservatori scrupolosi e onesti.

Credo che oggi tale atteggiamento non sia veramente cambiato. Ma questa è una mia opinione personale.

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