Filosofia (e pseudofilosofia) del pensatore scettico. Intervista a Massimo Pigliucci
Intervista di Matteo Boccadamo
Se il confine tra scienza e pseudoscienza spesso è sottile, altrettanto difficile può risultare distinguere la filosofia dalla pseudofilosofia. È il cosiddetto “problema della demarcazione“, una questione che, se approfondita, può aiutarci a essere degli scettici migliori. Ma cosa significa essere dei “buoni scettici”? Durante il CICAP Fest 2025, Massimo Pigliucci, docente di biologia evolutiva al City College di New York, ha fornito qualche input per muoverci su questo terreno insidioso.
Professore, la pseudofilosofia ha delle implicazioni pratiche nel quotidiano? Se sì, in che modo ne produce?
L’esempio migliore risiede forse nel postmodernismo. Una filosofia nata in Francia negli anni ’60, ancora presente tra Stati Uniti ed Europa. È di tipo relativista. Nega, cioè, l’esistenza di una verità in termini assoluti, e consente a ognuno di affermare la propria. Di conseguenza, realtà come la scienza e le istituzioni scientifiche sono percepite esclusivamente come strumenti di potere e di oppressione. Sebbene la ricerca in sociologia della scienza dimostri che, in effetti, nell’ambito scientifico esistono delle strutture di potere perfettibili, i postmodernisti esasperano la questione, giungendo di fatto ad attribuire dignità e valore a pseudoscienze come l’astrologia o la medicina alternativa. Ciò ha delle implicazioni molto pericolose, se pensiamo che è il meccanismo alla base del negazionismo del cambiamento climatico o delle tesi dei no-vax. Ecco come la pseudofilosofia può avere notevoli conseguenze sulla salute umana e sull’ambiente.
Unitamente a ciò, lei parla di “epistemologia della virtù”. Cosa si intende con questa espressione? È un principio applicabile da ognuno di noi?
L’epistemologia, nell’ambito della filosofia, è la disciplina che si occupa del concetto di verità e di conoscenza. L’approccio di solito è universalista, ovvero i filosofi tendono a chiedersi cosa siano verità e conoscenza in senso generale, senza specificazione. L’epistemologia della virtù, invece, reputa sbagliato quest’approccio, cercando di ricordare che la conoscenza e la verità si riferiscono comunque a individui specifici. Sono concetti umani, pertanto non considerabili come completamente obiettivi e indipendenti dal giudizio umano. La parola “virtù” deriva dal greco ἀρετή (areté) e significa “eccellenza”, intesa come “la cosa migliore”. L’epistemologia della virtù si chiede, quindi, quali siano i modi migliori per comportarsi da buon agente epistemico. Si propone di agire nella maniera migliore per massimizzare le probabilità di raggiungere la conoscenza, senza tuttavia dimenticare che questa è limitata e provvisoria. Sono questi, in fondo, i valori della scienza e dello scetticismo. Lo stesso approccio è applicabile da ognuno di noi per cercare di essere un buon scettico.
Quali sono, allora, i primi passi da muovere per comportarsi da buoni “agenti epistemici” e buoni scettici?
È innanzitutto fondamentale, secondo me, porsi domande in termini di onestà intellettuale. In un’ipotetica discussione con un negazionista del cambiamento climatico o un antivaccinista, prima di intervenire ed esporre le nostre posizioni, dovremmo chiederci se conosciamo veramente l’argomento in questione. Se ci rendiamo conto di non possedere le conoscenze necessarie, dobbiamo cercare di acquisirle. Possiamo farlo tramite un serio lavoro di ricerca o chiedendo aiuto a un esperto. Ma contestualmente dovremmo anche chiederci a quale scopo ciò debba avvenire. Se il nostro intento, cioè, sia semplicemente quello di dimostrare di avere ragione e prevalere sull’interlocutore, o una sincera volontà di apprendere e insegnare qualcosa di utile. Per un buon agente epistemico, naturalmente, l’obiettivo virtuoso dovrebbe essere il secondo. Ma in molti casi un approccio ancora più auspicabile è proprio quello di ammettere una mancanza di conoscenze da parte nostra. “Non lo so” sono parole molto difficili da pronunciare, ma sottovalutate. Perché, oltre ad essere oneste, permettono di aprire un’inaspettata via di dialogo con l’altra persona, che magari si preparava allo scontro e invece ci vede aperti al confronto. Quindi molto meglio sospendere temporaneamente la discussione e rimandarla a un secondo momento, quando si disporrà di maggiore conoscenza sull’argomento.
La conoscenza e l’approfondimento, tuttavia, richiedono energie e tempi molto lunghi. Invece la disinformazione e le bufale corrono assai più rapidamente. Questo squilibrio può portare la scienza a inseguire una pseudoscienza sempre più irraggiungibile.
È vero, motivo per cui il dibattito, a mio avviso, non sempre è il formato migliore per contrastare le pseudoscienze. Io stesso mi sono ritrovato più volte in questa esatta situazione: coinvolto in discussioni pubbliche con creazionisti, questi mi sottoponevano una grande quantità di argomentazioni in un lasso di tempo insufficiente per affrontarle adeguatamente nel merito. Il risultato è che, potendo rispondere solo ad una parte di esse, per il pubblico avevo ignorato tutte le altre, lasciandolo con l’impressione di non conoscere il tema o non saper argomentare. Pertanto io consiglio di non sostenere dibattiti di questo tipo, né dal vivo, né sui media. Anche perché la psicologia dimostra come i confronti vengano sistematicamente vinti non da chi ha gli argomenti migliori, ma da chi ha la migliore retorica. Ragione e retorica non sono la stessa cosa. Sarebbe bene tenerlo presente, come avviene nei corsi di legge e filosofia quando si insegna Aristotele.
Cosa diceva a proposito di ciò il noto filosofo?
La filosofia e la scienza cercano la verità, mentre la retorica ha a che fare con la persuasione. Aristotele sosteneva l’esistenza di tre componenti fondamentali nella persuasione: λόγος (logos), ἦθος (ethos) e πάθος (pathos). La prima riguarda il ragionamento e si basa sull’importanza di possedere argomentazioni valide. L’ethos, invece, che ha a che fare con il carattere, con il comportamento, è il modo di porci che ci classifica come persona onesta, attendibile, delle cui parole potersi fidare. Infine c’è l’emozione: la capacità di connettersi con l’altro a livello emotivo, veicolando il messaggio che ciò che affermiamo è sinceramente volto al benessere e al miglioramento altrui.
La scienza oggi raccoglie questa eredità?
La comunità scientifica è concorde nell’attribuire al logos il suo grande valore, ma – almeno nella mia esperienza – troppo spesso ignora o, addirittura, rifiuta le altre due componenti, considerandole come una forma di manipolazione strumentale dell’interlocutore e di asservimento della verità a scopi poco nobili. In realtà non deve trattarsi affatto di questo; non è mentire, ma piuttosto un tentativo di costruire un ponte con le persone, che vada anche nelle direzioni della fiducia e dell’emozione. Affidarsi esclusivamente alla forza degli argomenti, senza far capire che hanno un’importanza pratica per la loro quotidianità o la loro salute, è inefficace. Anzi, può anche risultare controproducente, dal momento che ha spesso l’effetto di irrigidire e radicalizzare l’altro sulle proprie posizioni irrazionali. Proprio quelle che vorremmo smuovere e che invece contribuiamo a irrobustire quanto più critichiamo razionalmente, poiché assunte per partito preso, per fede politica o collocazione identitaria. Tutti aspetti, guarda caso, connessi alla sfera emozionale.
Foto di Serena Pea
