Fernando Asuero, il medico che prendeva i pazienti per il naso… letteralmente
Giandujotto scettico n°201 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Torino, 10 gennaio 1930. Alle quattro e mezzo del pomeriggio, in un appartamento al numero 7 di via IV marzo, entrano tre uomini. Ai loro occhi si presenta un salotto elegante e pieno di persone in attesa: aspettano il loro turno per una miracolosa operazione. Quei tre, invece, non sono lì per una visita medica: quello impellicciato è il cavalier Ciminelli, incaricato della Prefettura, che si è fatto accompagnare lì da due marescialli della Pubblica Sicurezza. La scena, descritta il giorno dopo da La Stampa, è questa:
Su due poltrone chirurgiche stavano immobili due pazienti di diverso sesso. Sul loro viso le lampade proiettavano fasci luminosi che appositi specchi rinforzavano. Gli operatori, nei loro candidi camici, armati di quei ferrettini misteriosi che il medico spagnuolo ha messo in onore, si approntavano a frugare le narici del malati, preventivamente dilatate, quando, per l’improvvisa entrata in scena dei tre nuovi personaggi, sostarono per lo stupore da ogni attività.
– Signori, fermi tutti! – L’intimazione, fatta con quell’autoritario timbro di voce che è una vera specialità dei funzionari addetti alle così dette “sorprese”, rese immobili gli attori di quella scena. – Qui non si opera più. Gli ammalati possono andarsene a casa.
Le lampade a riflettore furono spente. In breve, nell’alloggio non rimasero che i tre giovani medici (i quali si erano tolti gli ormai inutili camici e avevano riposto gli ancor più inutili apparecchi e ferri chirurgici), il domestico, il funzionario ed i due marescialli.
Finivano così i fasti torinesi dell’asueroterapia, una a dir poco discussa pratica medica che dal 1929 era sulla bocca di tutti. O, forse sarebbe meglio dire, nel naso…
Fernando Asuero: dalla Spagna con furore
Facciamo un passo indietro. Come si era arrivati al blitz del 10 gennaio 1930? E soprattutto: chi era questo misterioso dottore spagnolo che aveva messo “in onore” quei “ferrettini misteriosi“?
Fernando Asuero (1887-1942) era un medico di San Sebastián, nei Paesi baschi spagnoli, che nel maggio del 1929 era diventato improvvisamente una celebrità internazionale. Suo padre era stato il medico personale di Francisco de Asís, marito della regina Isabella II di Spagna, morta nel 1904. Fernando aveva deciso di seguire le orme paterne e si era specializzato in otorinolaringoiatria, arrivando ad aprire una piccola clinica nella sua città natale.
La sua fama esplose quando i giornali spagnoli – per esempio El Pueblo Vasco, El Sol e La Voz – iniziarono a raccontare di guarigioni prodigiose dovute a un suo nuovo metodo: paralitici che arrivavano da lui in sedia a rotelle e che se ne andavano camminando, epilettici che smettevano di avere crisi, ciechi che tornavano a vedere, sordi che riacquistavano l’udito.
Il successo fu travolgente. La sua consulta privata di calle Loyola si rivelò subito troppo piccola per accogliere la folla di malati che accorreva da tutta la Spagna. Asuero dovette trasferirsi all’Hotel Príncipe, dove affittò tre stanze e assunse due medici, due infermiere e personale amministrativo. Gli hotel di San Sebastián registravano il tutto esaurito, le strade intorno alla clinica erano bloccate dalle code. Nei primi tre mesi del 1929, il dottore visitò circa duemilacinquecento pazienti, con sedute che si prolungavano fino a sedici ore al giorno. Quando Asuero si recò a Madrid, una folla immensa circondò il palazzo dove alloggiava, e malati che, lì davanti, si inginocchiavano implorando una visita. Fu ricevuto persino dal dittatore del tempo, Miguel Primo de Rivera.
In che cosa consisteva il “nuovo metodo” inventato da Asuero? In questo: il medico inseriva nella narice del paziente uno stiletto terminante a forma di rosetta – uno strumento che aveva personalmente brevettato – riscaldato alla fiamma o a freddo. Con quello, stimolava la mucosa nasale per alcuni secondi, in particolare il nervo trigemino. L’operazione durava pochissimo, non richiedeva anestesia, e, secondo il medico, permetteva di curare un elenco lunghissimo di patologie: asma, epilessia, ulcere varicose, nevralgie, e persino le paralisi indotte dalla poliomielite.
Asuero sosteneva che stimolando il trigemino – che è connesso con il sistema simpatico – si potevano in qualche modo “riequilibrare” tutti i centri nervosi. Tuttavia, quando gli si chiedeva di spiegare scientificamente come funzionava il suo metodo, il dottore tergiversava. “Non pretendo altra cosa”, si difendeva, “che disporre di tempo per attendere a tutti i malati senza dar luogo a controversie”.
Asuero in Italia
Anche in Italia i giornali parlavano dell’asueroterapia. Il 22 maggio 1929, per esempio, La Stampa pubblicò un articolo dal sobrio titolo Il medico che fa i miracoli. Il vero dibattito, però, iniziò nel dicembre 1929, quando Asuero arrivò a Roma nel corso di un tour internazionale, per mostrare al mondo i suoi presunti miracoli. In quell’occasione due professori dell’Università di Roma, Piero Caccialupi, ginecologo, e Giorgio Ferreri, otorinolaringoiatra, accompagnarono da lui un collega affetto da sciatica ribelle. L’uomo non ne ebbe alcun giovamento.
“Volevamo renderci conto coi nostri occhi della serietà di codesta terapia e di un’eventuale base scientifica“, spiegò poi Ferreri in una lettera al Giornale d’Italia. “Purtroppo siamo usciti con la convinzione assolutamente contraria”. Caccialupi rincarava la dose:
“Si è tanto parlato e si parla in Italia di corsi e di titoli di specializzazione professionale a migliore garanzia del popolo nostro, e siamo a questo punto! Esprimo esplicito il mio pensiero: prima di permettere a un medico, e per di più straniero, l’esercizio lucrosissimo, qui in casa nostra, della sua professione, si controlli e si giudichi, e poi si permetta”.
I due concludevano sollecitando un intervento del Sindacato medico fascista: dopo tutto, c’era gente che usava i propri risparmi per farsi curare da Asuero.
Le lettere non piacquero a Benedetto Vicenzini, che aveva studiato il metodo nella clinica Asuero di San Sebastiàn, e che obiettò alle critiche con una lunga sfilza di lettere di riconoscenza da parte dei pazienti risanati dallo spagnolo. Per lui le mancate guarigioni avevano un’unica spiegazione: a volte per alcune malattie erano necessari diversi interventi, replicati a congrua distanza di tempo.
Frattanto, l’appello di Caccialupi e Ferreri non era caduto nel vuoto. A intervenire era stato il Sindacato medico fascista di Roma, con un comunicato:
“Il Sindacato medico fascista e l’Ordine dei medici di Roma, in perfetto accordo col Sindacato medico fascista nazionale, mettono in guardia il pubblico contro una pretesa nuova terapia seguita in questi giorni in Roma dal sedicente dott. Asuero, che non ha alcuna base scientifica. Ordine e Sindacato invitano l’Asuero e i suoi collaboratori a voler sottoporre al controllo di una commissione scientifica, nominata dalle predette autorità, i loro pretesi risultati e metodi di cura. Frattanto l’Ordine e il Sindacato medico fascista invitano il pubblico a non lasciarsi illudere e attrarre da sistemi reclamistici che per la loro natura sensazionale dovrebbero per se stessi suscitare la legittima diffidenza del malati. Inoltre hanno delegato i loro rappresentanti politici prof. Ermanno Fioretti e prof. Amedeo Perna a presentare un’interrogazione al Ministro dell’Interno”.
Ormai, però, Asuero aveva lasciato Roma alla volta di Napoli, e da lì sarebbe presto andato a Nizza.
Un seguace a Torino
Nel frattempo, il metodo Asuero si era guadagnato una nutrita schiera di ammiratori. Al riguardo il 10 dicembre 1929, La Stampa si interrogava: Un emulo del dottor Asuero a Torino? L’articolo raccontava di Livio Prati, neuropatologo, tra i primissimi sperimentatori in Italia del metodo dello spagnolo: una notizia che aveva “destato molte speranze tra gli affetti dalle più eteroclite e disparate malattie”. L’uomo spiegava di aver saputo del metodo da un suo cliente, che aveva una figlia malata da anni.
Alle mie risposte, non del tutto scevre di scetticismo, egli oppose la fiducia, che gli veniva dal suo cuore addolorato di padre sfortunato, mi chiese se avrei acconsentito ad accompagnare lui e la figlia presso l’Asuero. Io, che uso ogni estate far viaggi anche lunghi in automobile, non dissi di no, e, nella seconda quindicina di luglio, si partì alla volta di Barcellona […] Fummo ricevuti, ed egli fece le “applicazioni”: tre alla figlia, una al padre ed alla madre, che la accompagnavano, ed una anche a me, questa, però gratuita, per spirito di colleganza.
Gli altri pagarono seimila lire per ogni applicazione, in totale trentamila lire – una discreta sommetta, all’epoca. Soldi ben spesi, per il medico torinese:
“Che cosa vogliono che le dica, vedono le mie dita, – e ci accenna ai due mignoli, – non li poteva piegare, inizio di dolori artritici; ora li piego benissimo… – E la sua cliente, guarita anche essa? – Guarita no, migliorata, molto migliorata, tutto il sistema circolatorio riattivato, la temperatura aumentata stabilmente, sta meglio”.
Prati sperimentava il metodo anche sui suoi pazienti, ma ci teneva a specificare (e lo fece il giorno dopo, sempre sulle pagine de La Stampa) che la terapia aveva “necessità di severo controllo scientifico” e che non era ancora “in possesso di dati sperimentali sufficienti per poter esprimere un giudizio sicuro”.
Mussolini parla
Tra i giorni 11 e 19 dicembre 1929 accadde di tutto. Caccialupi continuava a tuonare contro la “campagna giornalistica” su Asuero, favorita dai “sottoposti alla terapia con risultato nullo che non hanno il coraggio e più spesso la volontà di denunciare l’insuccesso”. Gli dava man forte il professor Casimiro Franck, docente di neuropatologia alla Regia Università di Roma, che sul Giornale d’Italia concludeva: “Il dottor Asuero nulla fa di scientifico, ma afferma di farlo”. Adombrava, però, la possibilità che alcuni pazienti guarissero non in virtù della stimolazione nasale, bensì grazie al magnetismo animale.
Dal canto suo, il dottor Benedetto Vicenzini, parmense, nonché “unico medico italiano autorizzato ed abilitato ad esercitare il metodo di Asuero”, rispondeva con due casi miracolosi: quello di Maria Molinari, colpita a due anni da paralisi infantile, che ora riusciva a camminare “abbastanza speditamente”, e quello di una giovane, la signorina C., paralizzata da quindici anni, che dopo la stimolazione del nervo trigemino aveva lacrimato copiosamente, si era alzata di scatto e ora camminava. Il Sindacato medico fascista di Parma però ridimensionava di gran lunga l’accaduto, affermando che non si poteva “parlare di guarigione improvvisa e tanto meno completa e definitiva”. Anche i vari miglioramenti erano “risultati troppo incerti e modesti per essere presi in seria considerazione”.
Nel frattempo, però, la questione era arrivata in ben altri luoghi: in Parlamento, grazie a un’interrogazione del senatore Alessandro Guaccero, medico, massone, che domandava al ministro dell’Interno – che poi, da tre anni, non era altri che lo stesso Mussolini:
se non sia il caso di provvedere urgentemente a che cessi l’azione del medico spagnuolo Asuero, che abusivamente esercita un presunto miracolismo avvalendosi di manovre endonasali senza base scientifica, e di pratiche suggestive “ipnotiche”.
Il 14 dicembre la questione venne discussa in aula e all’interrogazione si prese la briga di rispondere a voce Mussolini in persona. Per lui si trattava di una roba da poco: i danni degli interventi di Asuero erano tutt’al più pecuniari. E comunque, spiegò il Duce,
Asuero dice che ha la panacea per guarire tutti i mali, perciò siamo in una sfera differente da quella delle professioni sanitarie. Siamo nella sfera dei miracoli. Ora l’on. Guaccero mi insegna che per fare miracoli bisogna essere in due: il miracolista e soprattutto colui che crede nel miracolo. Ora io tengo ad affermare nella maniera più perentoria che l’arte sanitaria appartiene al Ministero dell’Interno, ma che l’arte dei miracoli esula nella maniera più assoluta dalle competenze specifiche del Ministero dell’Interno del Regno d’Italia.
E così, tra scrosci di applausi, cadde definitivamente la questione politica.

Ancora a Torino
La questione scientifica, al contrario, andò avanti ancora per un po’. Ne parlò ad esempio Arnaldo Malan, otorinolaringoiatra e professore all’Università di Torino, in una conferenza per il Rotary Club della capitale sabauda. Anche lui vedeva le guarigioni come frutto di un’azione suggestiva esercitata sul paziente dalla personalità del medico, più che del trattamento in sé.
Questo non impediva che l’asueroterapia continuasse ad essere praticata. Vicenzini aveva fatto proseliti a Genova, dove alcuni medici cominciarono ben presto a praticare la stimolazione endonasale. Non conosciamo i loro nomi, ma sappiamo che nel gennaio del 1930, viste le numerose richieste, questi medici decisero di organizzare un tour a Torino, presso l’Hotel Métropole Bonne Femme di via Pietro Micca. Per non dar adito a polemiche, gli organizzatori furono cauti: la “nuova pratica terapeutica” non aveva la pretesa di compiere miracoli e non si proclamava il toccasana di ogni male. Per questo i pazienti, prima dell’intervento, sarebbero stati visitati, e sarebbero stati esclusi quelli “affetti da forme morbose intrattabili”. Anche così, la notizia richiamò comunque lunghe code di pazienti, e il prefetto intervenne vietando ai discepoli di Asuero di esercitare in un luogo pubblico.
L’Istituto di Asueroterapia si trasferì quindi in un locale privato della Torino vecchia, in via IV marzo. Raccontava La Stampa, l’8 gennaio 1930:
Qui è accorsa da ieri pomeriggio, accolta da un cameriere in cravatta bianca, qualche diecina di clienti: giovani e vecchi, ricchi e poveri. Molti hanno pianto per il solletico esercitato sulle pareti delle fosso nasali, molti hanno pianto perché nulla di miracoloso era avvenuto, e perché alla illusione cullata da mesi nel cuore, di poter essere guariti dal novissimo metodo, era succeduto lo sconforto d’una delusione di più.
E si arriva così al blitz che avevamo descritto in partenza, quello del 10 gennaio 1930. Il prefetto aveva deciso di chiudere anche quella clinica privata improvvisata. Se proprio i medici avessero voluto continuare con l’asueroterapia, potevano al massimo andare a casa dei pazienti. I seguaci di Asuero chinarono il capo e non fecero obiezioni.
L’effetto placebo scorre potente
La stella di Asuero, così brillante nel 1929, si spense rapidamente. Un carro allegorico ispirato al medico spagnolo fece capolino nel marzo 1930 al Carnevale di Ivrea. Vicenzini continuò per anni a praticare le tecniche del suo mentore (anche a Torino, almeno fino al 1935-36, come si può vedere dalle pubblicità che comparivano di tanto in tanto su La Stampa), ma il clamore dei primi giorni era ormai cosa lontana.
Di asueroterapia si tornò a parlare solo nel 1958, per una curiosa circostanza: uno degli assistenti di Vicenzini, Riccardo Galeazzo Lisi, negli anni aveva fatto carriera fino a diventare archiatra pontificio (cioè, medico personale del papa, come si chiamava allora quell’incarico secondo l’antica dicitura vaticana), ma si distinse per una condotta a dir poco spregiudicata – per esempio, tentò di vendere ai giornali le foto di Pio XII, ormai morente. È oggi purtroppo noto come il medico che fece esplodere un papa: alla morte del pontefice, decise di imbalsamarlo con una tecnica da lui inventata, ma le cose presero una piega disdicevole. Quando l’ordine dei medici avviò un procedimento nei suoi confronti, i giornali rispolverarono la sua antica passione per l’asueroterapia e per i metodi discutibilissimi del suo mentore:
A Parma tutti ricordano l’episodio di uno studente presentatosi al dott. Vicenzini con un busto di ferro e curvo per una grave paralisi. Il caso era gravissimo, ma un sol intervento guariva il giovane: lo studente buttava all’aria il busto di ferro ed usciva dall’albergo urlando al miracolo. Si seppe poi che lo studente era sanissimo ed era stato pagato per fare la commedia.
Quanto ad Asuero, dopo aver pubblicato nel 1930 il libro ¡Ahora hablo yo! (“Adesso parlo io!”) per difendersi dalle tante accuse che aveva ricevuto in patria e all’estero, tentò un tour internazionale che si rivelò disastroso. In Argentina, dove era stato ricevuto addirittura dal presidente Hipólito Yrigoyen, venne arrestato dalla polizia e dovette imbarcarsi frettolosamente per tornare in Spagna, dopo appena 67 giorni.
Nel suo libro, Asuero aveva finalmente ammesso ciò che molti sospettavano:
“Il mio metodo possiede un fattore personale difficile da definire che contribuisce alla formazione di uno stato psichico”.
In altre parole, riconosceva che era lui stesso, con la sua personalità carismatica e la sua capacità di infondere speranza, il vero “ingrediente attivo” della terapia. I suoi seguaci, compresi quelli torinesi, non ottennero mai gli stessi risultati spettacolari. Quando Asuero morì a San Sebastián il 22 dicembre 1942, a soli 55 anni, per un attacco fatale di angina pectoris, l’asueroterapia era ormai un ricordo sbiadito. La sua fama era durata appena due anni.
Immagine in evidenza: da Unsplash, foto di Alexander Krivitskiy – Kyiv, Ucraina.
