29 Giugno 2026
Misteri vintage

Spectropia: ovvero, come (non) spiegare i fantasmi

di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

La seconda metà dell’Ottocento vide una specie di marcia trionfale dello spiritismo: tavolini che giravano, case infestate e gabinetti medianici erano ovunque. Se le storie degli scienziati che aderirono allo spiritismo sono abbastanza note, meno conosciute sono quelle di coloro che cercarono di porre un freno a quella mania – con scarso successo, peraltro. Oggi vi raccontiamo di Spettropia, un libro decisamente bizzarro che si proponeva esplicitamente di contrastare quelle che definiva “le assurde follie del spiritualismo”. 

Ma su quali basi il suo autore aveva deciso di farlo? Beh, cercando di spiegare tutte le apparizioni di trapassati e simili come prodotti di una particolare illusione ottica… 

Un libro contro gli spettri

Spectropia (Spectropia, or, surprising spectral illusions showing ghosts everywhere and of any colour) uscì per la prima volta a New York nel 1864 grazie all’editore James Gregory. Del suo autore, John Henry Brown (forse uno pseudonimo), si sa pochissimo. Il volumetto comparve poi a Londra per i tipi di Griffith & Farran, e fu tradotto in italiano meno di due anni dopo, agli inizi del 1866, quando l’edizione inglese era già arrivata alla quinta ristampa. 

A renderlo disponibile nella nostra lingua fu un importantissimo stampatore di Fiume, all’epoca parte dell’Impero austro-ungarico e ora la Rijeka croata: il giornalista, politico, editore e litografo Emidio Mohovich (1838-1898), fondatore di riviste come La bilancia e il Giornale di Fiume. Oggi questa versione (intitolata Spettropia ovvero l’apparizione degli spettri resa visibile mediante illusione ottica con una descrizione popolare e scientifica di tale fenomeno illustrata da sedici tavole colorite), decisamente rara e vendibile al prezzo di fiorini 1, è completamente digitalizzata e disponibile su Internet Archive.

Sarebbe interessante capire quanto il libro circolò in Italia, visto che uscì all’estero. Sappiamo che ebbe una seconda edizione nel 1868, ma, per il resto, abbiamo trovato traccia della sua ricezione soltanto nelle pubblicità di una rivista di passatempi, trucchi, enigmistica, astrologia e chi più ha più ne metta, La sala di conversazione, o il Carnevale in famiglia, che uscì a Milano per qualche anno a partire dal 1872. Leggete che cosa si prometteva al lettore:

Dunque, di che cosa raccontava, il libro? Nell’introduzione, Brown spiegava di voler contrastare la moda imperante dello spiritismo:

Gli è un fatto curioso, che in questa età di ricerche scientifiche, le assurde follie del spiritualismo debbano trovare un aumento di seguaci; ma le epidemie mentali sembra che a certe epoche invadano le nostre menti, ed una delle più antiche malattie morali di simil fatta, la stregoneria, nuovamente prevale in questo secolo XIX sotto le abbiette forme di spiriti che battono e delle tavole che si volgono.

Erano passati appena sedici anni da quando, nel 1848, le sorelle Maggie e Kate Fox avevano cominciato a raccontare di spiriti che mandavano loro messaggi attraverso colpi misteriosi. Quarant’anni dopo Maggie confesserà che quei rumori erano prodotti grazie allo scrocchiare di nocche, articolazioni e dita dei piedi. Nel 1864, però, buona parte del mondo (in Italia si era appena agli inizi) stava vivendo la prima grande stagione dello spiritismo, quella in cui medium e sedute spiritiche erano diventati popolarissimi nei salotti di Europa e Stati Uniti. 

Per porre un freno a tutto questo, Brown si prefiggeva di dimostrare 

alcune delle molteplici forme in cui i nostri sensi possono essere ingannati, e quindi che realmente nessun fantasma è giammai apparso senza che la sua presenza possa riferirsi a errore di mente o di fisiologia.

Una dimostrazione che avrebbe portato, nelle sue ingenue aspettative di positivista, all’estinzione della “credenza superstiziosa che le apparizioni sieno realmente spiriti”.

Fantasmi evanescenti nei nostri occhi

Nei dettagli, che cos’erano i fantasmi che la gente affermava di avvistare, di tanto in tanto, durante le sedute spiritiche o magari nelle case infestate, o anche per strada, di sera? Brown chiamava in causa il fenomeno delle cosiddette post-immagini. Provate a fissare la tavola XI del volume, in cui uno scheletro che emerge da una specie di nuvola. Guardatela per circa venti secondi, senza distrarvi, né spostare lo sguardo.

Poi, rivolgetevi verso una superficie liscia, come una parete oppure un foglio di carta. Vedrete lo scheletro, bianco, stagliarsi per qualche istante al di sopra della superficie scelta. Se l’immagine originale è colorata, l’after-image avrà colori complementari rispetto a quelli di partenza.

Oggi sappiamo che questo fenomeno dipende da un meccanismo adattativo della vista: accade perché i coni, cioè i fotorecettori che si trovano sulla retina, diventano meno sensibili a un certo colore dopo aver osservato a lungo un oggetto di quella tonalità. Ma è un effetto di breve durata, che scompare dopo al massimo uno o due secondi. 

Spectropia presentava sedici tavole che rappresentavano fantasmi, mani scheletriche o figure incappucciate, che il lettore avrebbe potuto divertirsi a far “apparire” per qualche istante. Per Brown, che faceva precedere le immagini da una pagina di istruzioni e da un piccolo “saggio divulgativo” sulla visione, il meccanismo delle post-immagini era sufficiente a spiegare la maggior parte dei fantasmi:

Una persona può, guardando fermamente e come spesso succede senza determinata volontà per un breve spazio di tempo, figure stampate o dipinte su carta, porcellana ecc., vedere volgendo il suo capo in altra direzione uno spettro colossale (poiché lo spettro appare tanto più grande, quanto è maggiore la distanza della superficie di rincontro alla quale egli è veduto), e vi può esser poco dubbio che moltissimi de’ più celebri spettri siano stati originati in tal maniera. 

Tutti gli altri potevano essere spiegati da errori di percezione o da caratteristiche della visione, come i punti ciechi dell’occhio o magari le cosiddette “mosche volanti” (muscae volitantes). Del resto, una cosa simile accadde negli Stati Uniti nel luglio del 1947, nelle settimane della prima mania per i dischi volanti, quelli che poi saranno chiamati Ufo, a opera di un oculista.

Un gioco da salotto?

Il debunking di Brown appare oggi, anche agli occhi di uno scettico inveterato, abbastanza grossolano e ben poco “razionale”. Brown sperava davvero di poter ridurre lo spiritismo a un glitch della percezione,  mentre si era davanti a un fenomeno culturale complesso, al quale concorsero dinamiche assai diverse: dai trucchi dei medium, al desiderio di sperare di chi aveva perso un proprio caro, dall’arroganza di alcuni scienziati che non pensavano di poter essere ingannati da “gente del popolo”, ai meccanismi di propagazione delle voci, sino agli scherzi, al contemporaneo sorgere dell’occultismo moderno, al desiderio di molti di creare una nuova religione “razionale”, che provasse in maniera empirica la sopravvivenza dopo la morte, al sorgere di forme moderne dell’espressività e dell’arte, a letture peculiari delle nuove scoperte scientifiche del tempo, persino pulsioni sociali e di emancipazione della donna, e molto altro.

Le fatiche di Brown non vennero ripagate come sperava: non soltanto lo spiritismo continuò a spopolare, ma i sostenitori di questa moda derubricarono le sue spiegazioni a poco più di un semplice gioco da salotto. E, per la verità, è così che il libro fu  pubblicizzato dal suo editore americano: come un metodo per divertirsi evocando 

Fantasmi in salotto! Fantasmi sul muro! Fantasmi sul soffitto! Fantasmi a comando! Fantasmi blu! Fantasmi verdi! Fantasmi arancioni! … 

Brown, comunque, non fu l’unico a tirare in ballo gli inganni della percezione per spiegare i successi dello spiritismo. Come ricorda lo Smithsonian Magazine, una particolare illusione ottica, quella del fantasma di Pepper, fu invocata da alcuni giornali per render conto delle performance dei fratelli Davenport, due medium che si esibivano chiusi in un armadio, la cosiddetta “cabina spiritica”: pur essendo entrambi legati a una sedia, riuscivano a produrre colpi, suonare strumenti musicali e scambiarsi i vestiti. In realtà i due applicavano presumibilmente tecniche di escapologia per liberarsi e ri-legarsi. Per mettere in scena l’illusione di Pepper, invece, era necessaria una stanza nascosta e dunque una particolarissima configurazione del teatro, che difficilmente poteva essere ottenuta in ogni posto dove i due performers si esibivano. 

Come spesso accade, i trucchi dei fratelli Davenport – così come quelli di molti medium – erano meno elaborati, quasi banali, e anche per questo decisamente più efficaci. E se i “razionali” che commentavano le loro esibizioni avevano ragione a pensare che i fantasmi non c’entravano nulla, sulle tecniche usate, persone di buona volontà come John Henry Brown sbagliavano clamorosamente. 

Immagine di apertura da Wikimedia Commons, pubblico dominio