Perché dimentichiamo? Un nuovo libro di Sergio Della Sala indaga il funzionamento della nostra memoria
Dimenticare cose, eventi e informazioni, anche importanti, è un qualcosa accade continuamente a ognuno di noi. E, anche se tendiamo a viverlo come una mancanza o un fallimento del nostro cervello, si tratta in realtà di un processo necessario, addirittura una benedizione. Di come funziona la nostra memoria, della costruzione dei ricordi e della loro cancellazione, si è occupato Sergio Della Sala, docente di Neuroscienze cognitive umane presso l’Università di Edimburgo e presidente emerito del CICAP, nel suo ultimo libro intitolato Perché dimentichiamo, edito da Feltrinelli. La redazione di Query Online ne ha approfittato per fargli alcune domande.
In molte lingue, il termine che indica dimenticare è associato a una perdita. Spiega anche però che oblio e memoria sono due facce della stessa medaglia, cioè il nostro cervello. E che dimenticare serve a ricordare. Partiamo dal titolo del libro, allora: perché dimentichiamo? E inoltre, come ricordiamo?
Il dimenticare ha sempre avuto una cattiva reputazione, tanto nella letteratura quanto nel linguaggio comune. In italiano, il verbo “dimenticare” deriva dal latino demens, che significa “senza mente”. Anche il termine “oblio” non gode di una fama migliore: etimologicamente proviene dal latino oblivium, formato da ob (“verso”) e dalla radice liv (“scolorire”, “diventare oscuro”), così da evocare il lato oscuro della memoria. In inglese, to forget deriva dall’antico inglese forgytan, composto da for- e gietan (“afferrare”), e letteralmente significa “lasciare la presa su qualcosa”. In sloveno, il verbo pozabiti (dimenticare) porta con sé anche il significato di “seppellire”. Nella letteratura, l’oblio è spesso associato alla morte. Dimenticare viene inteso come un dissolversi, come una perdita di sé. Per Leopardi è un annullamento. Eppure, in condizioni di normalità, l’oblio non è un malfunzionamento, ma una strategia di efficienza: il cervello seleziona ciò che serve e lascia andare il superfluo. 
Se non dimenticassimo dove abbiamo parcheggiato l’auto nei giorni passati, confonderemmo le informazioni e non riusciremmo a ritrovarla oggi. Ricordare e dimenticare non sono opposti, ma due facce della stessa medaglia: la memoria vive di selezione, non di accumulo. Dimenticare è il processo che trasforma i ricordi in conoscenza e ci dà la possibilità di immaginare il futuro. L’oblio è, a tutti gli effetti, una forma di manutenzione cognitiva.
Si parla molto di bias cognitivi: come influiscono sui meccanismi del ricordo e dell’oblio?
Abbiamo visto che ricordare meglio le informazioni più recenti è un meccanismo utile al nostro agire quotidiano. Il contesto temporale e l’ordine in cui riceviamo le informazioni influenzano la nostra capacità di ricordarle. Questa caratteristica della nostra memoria è un bias cognitivo. Il concetto comune di bias, inteso come errore del nostro sistema mentale, errore che andrebbe corretto, è fuorviante. Il modo in cui dimentichiamo non è un errore del nostro sistema cognitivo, ma ne ottimizza il funzionamento. I bias cognitivi sono una componente naturale del funzionamento della mente. Rappresentano schemi di pensiero e di comportamento sistematici, quasi universali, che emergono in risposta a determinati stimoli o a situazioni con cui individui o gruppi tendono a prendere decisioni secondo schemi prevedibili. Questi meccanismi ci aiutano a interpretare il mondo, a dare coerenza all’ambiente che ci circonda e a costruire la nostra identità.
Allo stesso tempo, però, possono esporci a distorsioni percettive e a errori di giudizio, talvolta anche rilevanti. Ma i bias non sono spiegazioni – vanno semmai spiegati, e non devono essere “corretti”; vanno invece conosciuti.
Sapere che il nostro pensiero è influenzato da bias può attenuare la nostra eccessiva sicurezza, rendendoci più umili, più aperti all’ascolto e disposti a mettere in discussione le nostre certezze.
Oggi quando diciamo “memoria” pensiamo spesso a quella di dispositivi elettronici. Considerando che – come scritto nel libro – possiamo ancora leggere documenti di migliaia di anni fa ma non un floppy disk, quali sono le differenze tra la memoria umana e quella artificiale? Come e su quali supporti neurologici vengono “scritti” i nostri ricordi?
Una memoria perfetta non sarebbe un dono, ma una condanna. Lo dimostrano racconti come Funes di Borges, o anche persone realmente esistite come Solomon Šereševskij, che ricordava ogni dettaglio della propria vita, ed era però incapace però di abitare il presente.
Una mente che non dimentica è una mente che non può creare. Nel mondo contemporaneo, l’equilibrio naturale della memoria si è incrinato. Il digitale ci illude di poter conservare tutto, ma questa memoria infinita è fragile: i dati si accumulano senza ordine, presto diventano inaccessibili. Possiamo ancora leggere papiri di duemila anni fa, ma non un floppy disk di venti. La rete trattiene ogni cosa senza criterio, generando rumore e smarrendo concetti. La mente umana, invece, dimentica per poter costruire, per dare senso. Il cervello umano rappresenta il miglior compromesso tra efficienza e flessibilità. Non è un computer: non archivia tutto, non opera con esattezza, ma con significato.
Ogni volta che ricordiamo, non riproduciamo il passato, lo ricostruiamo. La memoria non è un archivio, ma un racconto. In un esperimento classico, ai partecipanti fu chiesto di elencare gli oggetti presenti nella foto di un ufficio che fu loro mostrata: molti aggiunsero elementi che non c’erano, ma che erano plausibili, come una lampada o dei libri, ma dimenticarono il pallone da calcio realmente presente. La memoria colma i vuoti con ciò che si aspetta di trovare. Il cervello è un organo predittivo. È in questo modo che creiamo coerenza, ma anche illusione.
Descrive il fenomeno dei nuovi ricordi che lasciano spazio a quelli vecchi, anche involontariamente. Aveva ragione Sherlock Holmes che considerava il cervello umano come una sorta di soffitta vuota, riempita a discrezione del proprietario? Possiamo imparare a ricordare e a dimenticare?
In Uno studio in rosso Holmes paragona il cervello a un solaio in cui bisogna scegliere con cura quali mobili (cioè, informazioni) conservare, sostenendo che un uomo saggio deve riempirlo solo con ciò che serve, proprio per evitare il disordine. Sebbene l’idea di mantenere la mente ordinata sia utile, oggi sappiamo che il cervello non è un contenitore con spazio limitato. La sua capacità di creare nuove connessioni e percorsi neuronali è praticamente illimitata. Ci sono tecniche per rendere più efficiente il nostro apprendimento. Per esempio, invece di rileggere un testo infinite volte possiamo ripetere ciò che abbiamo appena imparato, rispondendo a domande o provando a spiegare un concetto con parole nostre; ciò che generiamo si fisserà meglio nei nostri circuiti neuronali, e saremo più capaci di ripescare il materiale a distanza di tempo. Invece, dimenticare ricordi invadenti è più complicato.
Da sempre l’essere umano sogna di poter cancellare, a comando, ciò che fa soffrire. Il desiderio di eliminare il dolore attraversa i secoli, dai mitici farmaci dell’oblio fino alla fantascienza di film come Se mi lasci ti cancello. Ma anche se la scienza arrivasse davvero a cancellare selettivamente i ricordi, resterebbe una domanda essenziale: sarebbe giusto farlo? Anche i ricordi dolorosi contribuiscono a fare di noi ciò che siamo.
Nel libro si accenna a credenze neuroscientifiche fittizie in ambito scolastico. Un’errata valutazione da parte di un insegnante può influire sulla percezione degli studenti delle loro capacità di apprendimento?
Gli insegnanti svolgono un compito essenziale nella nostra società, ma i loro sforzi sono sottopagati e burocratizzati. Inoltre, vengono sommersi da informazioni pseudoscientifiche da cui devono continuamente difendersi. La moda della “neuroeducazione” ne è un esempio. Neuroscienze e scienze dell’educazione sono campi distinti, ciascuno con propri metodi e obiettivi.
Le conoscenze sul cervello, per quanto importanti per capire i meccanismi dell’apprendimento, raramente forniscono indicazioni pratiche, né tantomeno danno ricette su come insegnare meglio. Le neuroscienze possono descrivere come il cervello impara, ma non come si insegna efficacemente.
Spesso i risultati neuroscientifici vengono distorti o banalizzati per giustificare pratiche educative prive di basi scientifiche, come nel caso della teoria degli stili di apprendimento, o della presunta “stimolazione dell’emisfero destro”, che stimolerebbe la creatività. Anche quando la ricerca è solida, sapere che un processo coinvolge una certa area cerebrale non aiuta concretamente l’insegnante. Ciò che conta è l’efficacia comportamentale, non l’attivazione neurale.
Nel libro si cita Pico della Mirandola, famoso per la sua memoria prodigiosa. C’è qualcosa di vero nelle tecniche che promettono di far imparare nozioni con sistemi alternativi allo studio?
Con un allenamento specifico si possono raggiungere prestazioni straordinarie, come dimostrano i campioni mnemonisti. Ma si tratta di prestazioni su compiti specifici. L’idea che semplici esercizi, spesso in forma di gioco, possano migliorare la memoria o altre capacità mentali è popolare ma la maggior parte di questi programmi non ha basi scientifiche solide. Le ricerche mostrano che i miglioramenti restano limitati ai compiti esercitati, senza trasferirsi ad abilità generali. Questo limite deriva dal fatto che non esiste un’unica “memoria”, ma diversi sistemi mnemonici specializzati: ricordare un numero, un evento, un volto o una data coinvolge processi differenti.
Un argomento molto interessante sono i cosiddetti falsi ricordi, fenomeno problematico quando riguarda una testimonianza giudiziaria. Come funzionano?
Dopo aver letto una lista di parole tutte connesse con un dato termine, ricorderemo di aver sentito proprio quel termine, anche se non era presente nella lista. Questo accade perché la mente tende a ricostruire la memoria per associazione semantica, basandosi sulla plausibilità e sugli schemi cognitivi. Lo stesso meccanismo è stato osservato in studi celebri, come quello in cui ai partecipanti fu mostrato un volantino di Disneyland con l’immagine di Bugs Bunny, un personaggio che in realtà non appartiene all’universo Disney. Molti riferirono di ricordare l’incontro con il coniglio nel parco, fornendo persino dettagli inventati. Ciò dimostra che i ricordi sono malleabili e che possono essere alterati da informazioni suggestive che appaiono plausibili.
Tuttavia, questi esperimenti mostrano tendenze statistiche, non verità assolute, e servono a capire i meccanismi cognitivi, non a prevedere il comportamento individuale. In sintesi, la memoria non è una registrazione fedele del passato, ma una ricostruzione influenzata da associazioni, contesto e suggestioni – un processo potente ma anche fallibile.
La memoria ricostruisce, e per questo deve essere trattata con cautela. Ma non va screditata: quando le memorie convergono e si sostengono a vicenda, diventano prova storica, fondamento della verità condivisa.
L’avvento delle macchine fotografiche digitali e degli smartphone induce la gente a riprendere luoghi, eventi, momenti speciali. Delegare, come lei dice, la nostra memoria a un apparato esterno, influisce su come quei ricordi vengono elaborati?
La cosiddetta memoria fotografica è un mito. La mente non conserva immagini perfette: ricostruisce i ricordi ogni volta, e l’oblio fa parte di questo processo. Un sistema di memoria fotografica sarebbe inefficiente: conservare miliardi di immagini senza selezione renderebbe impossibile recuperare ciò che serve. È un’idea letteraria, attribuita a personaggi di fantasia più che a reali capacità della mente umana.
Invece, nella vita quotidiana, scattare fotografie sembra un modo per non dimenticare, ma la realtà è più complessa. Alcune ricerche mostrano che fotografare può indebolire la memoria: in uno studio condotto in un museo, chi immortalava gli oggetti ricordava meno dettagli rispetto a chi si limitava a osservarli. Più scatti si accumulavano, minore era l’attenzione dedicata, come se la mente cedesse il compito della memoria alla macchina.
Quando invece lo sguardo si soffermava davvero sui dettagli, la capacità di ricordare aumentava. Scattare una foto può produrre un effetto di “dimenticanza delegata”: il cervello si affida all’immagine digitale e riduce lo sforzo di ricordare. Tuttavia, quando la fotografia nasce da un interesse autentico, può anche sostenere la memoria, rinfrescandola e fungendo da archivio esterno. Le immagini possono quindi sia aiutare, sia alterare il ricordo, amplificando ciò che viene immortalato e attenuando tutto ciò che resta fuori dall’inquadratura.
Immagine in evidenza: da Pixabay – di Tumisu
