La contessa Aurelia, la veggente dei vip di Roma (che non aveva previsto i suoi eredi)
di Paolo Cortesi
Tra l’ultimo quarto del XIX secolo ed il primo del XX, la condizione sociale di chi si occupava di metapsichica era ben distinta in due grandi categorie generali. Chi era considerato medium – cioè, per intenderci, chi cadeva in trance ed era ritenuto generatore o catalizzatore di apporti, ectoplasmi, materializzazioni, voci dirette, levitazioni, luci, suoni, scrittura automatica, eccetera – era, nella grandissima maggioranza, un piccolo o minimo borghese, artigiano, commerciante o impiegato, di scarsa o nessuna cultura: Francesco Carancini, Amedeo Zuccarini, Augusto Politi, Lucia Sordi, Pasquale Erto, Nino Pecoraro, Olimpia di Simone, i fratelli Urania e Filippo Randone, per citare i più noti in Italia. E non dimentichiamo il caso più celebre, quella Eusapia Palladino che il suo scopritore, Ercole Chiaia, definì «donnicciola di infima classe».
Cesare Lombroso, nel suo articolo Sui fenomeni spiritici e la loro interpretazione (1906), scriveva: «I medii sono in genere persone volgari»; e anche:
« […] la maggior parte dei medii sono d’una volgarità che contrasta stranamente con quelle manifestazioni apparentemente sovrannaturali di cui darebbero prova».
Poiché la metapsichica era fenomeno per lo più urbano, si nota la mancanza di medium agricoltori, marinai o allevatori.
All’altra estremità della linea sociale, direi alla vetta dell’asse sociale, si trovava chi studiava i medium; qui abbiamo soltanto persone colte, dell’alta borghesia, della nobiltà, del corpo ufficiali, della cultura accademica.
In un’occasione gli operatori dell’occulto erano – o mostravano di essere – di ceto elevato, ed era nell’arte della chiromanzia e dell’astrologia. In queste due mantiche, non c’era la fisicità spesso brutale delle sedute medianiche; non si udivano gemiti, rantoli, urla e soffi della trance; non c’erano camicie strappate, ectoplasmi vomitati o lanci di oggetti nell’oscurità.
Al contrario, tutto avveniva nella signorile compostezza, in eleganti salottini profumati o in cabinets de consultation in cui si era introdotti da cameriere con crestina di pizzo, che si trovavano in palazzi delle zone residenziali di lusso della città.
Chiromanti e astrologi si presentavano come l’intellettualità dell’occultismo; si presentavano – e spesso erano – quali aristocratici ed i loro onorari erano così alti da selezionare la clientela fra chi poteva spendere belle cifre per avere un responso sul futuro. Spesso erano donne, e questo rimarcava la dimensione raffinata in cui esse agivano con naturale distinzione.
Alcune di esse furono famosissime, e ancora oggi ne ricordiamo i nomi: Madame de Thèbes (Anne Victorine Savigny, 1845-1916); Evangeline Adams (1868-1932); Madame Fraya (Valentine Dencausse, 1871-1954); Elsa Gorlizia (Elsbeth Ebertin, 1880-1944).
Una veggente e qualche guaio
In Italia, nei primi decenni del secolo scorso, raggiunse una straordinaria notorietà la Contessa Aurelia, nom de scène di Rosa Aurelia Saporetti (1857-1927), moglie (poi vedova) del conte Gastone Gabrielli di Livorno, figlia di Mariano Saporetti, garibaldino di Ravenna.
La prima traccia documentaria di lei che ho trovato è un annuncio sul quotidiano Le Progrès di Lione del 29 novembre 1895, in cui si avvisa che la Contessa Aurelia
«la celebre extra-cartomante fin-de-siécle di passaggio in questa città dà consultazioni al pubblico in place d’Albon 3, secondo piano».
Nel gennaio 1910, la Comtesse Aurelia aveva il suo salone di consultazione a Parigi, al 5 di rue Cadet (per i complottisti ad oltranza, aggiungo che al 16 della stessa via si trovava, e si trova tuttora, la sede centrale del Grande Oriente di Francia, la maggior obbedienza massonica di quel paese).
Ma nel 1911, la Contessa Aurelia riceveva i suoi clienti a Nizza, al 7 del boulevard Dubouchage. A quel tempo, la cinquantaquattrenne veggente era una matrona corpulenta, dal mento forte e la mascella quadrata, il naso grosso, il collo tozzo; insomma, un donnone che collana, fiocchi e polsini ricamati non riuscivano a rendere vezzosa.
A Nizza accadde un brutto episodio.
Il 14 marzo 1912, la Contessa Aurelia fu arrestata con l’accusa di avere estorto denaro con minacce. Dai diversi giornali che se ne occuparono (Paris-Journal, The Menton & Monte Carlo news, Le Petit Marseillais, The Tatler) apprendiamo che il fatto, nella sua essenza, fu questo: una dama aveva consultato la Contessa Aurelia, ma non aveva versato il compenso richiesto, forse perché ritenuto follemente eccessivo: si parla di una somma che va da 10.000 a 40.000 franchi.
La signora che si era rivolta alla veggente venne definita una dama tedesca, ma anche inglese, e pure austriaca. Il motivo della consultazione è invece lo stesso nelle varie versioni: la signora voleva sapere se la figlia avrebbe sposato un ufficiale inglese. La Contessa Aurelia, secondo l’accusa, sarebbe ricorsa a minacce per avere il denaro che pretendeva come onorario.
Una diversa descrizione dei fatti vuole invece che la chiromante fosse stata denunciata da una ricca dama tedesca ben conosciuta a Nizza. Un ufficiale russo aveva prestato notevole attenzione sia alla signora che alla sua giovane figlia, e la prima era naturalmente ansiosa di scoprire con certezza chi, fra lei o la ragazza, fosse il vero oggetto delle galanti premure del gentiluomo in divisa. Per ottenere queste informazioni, l’infatuata signora tedesca diede alla Contessa Aurelia non meno di 1.520 sterline in diverse rate. Quando la signora cominciò ad avere dubbi sulla validità dei consulti esoterici e smise di pagare, la maga minacciò di rendere nota l’intera storia e la dama tedesca si rivolse alla polizia.
Non sappiamo come si concluse la faccenda. Se la Contessa finì in galera, nel 1916 ne era fuori, perché in quell’anno si trasferì a Roma, la città dove sarebbe rimasta fino alla morte.

Profezie per la guerra
Nella capitale, aprì nella centralissima via dei Pontefici il suo gabinetto occulto che un giornalista, il quale evidentemente ci era stato, descrisse così:
«Questo, in cui si entrava sollevando una duplice, pesantissima coltre di velluto nero, non mancava di produrre un notevole effetto, non di rado sconcertante, sui clienti, tra i quali molti di “alta importanza”, come la Contessa diceva. Appoggiato ad una parete era un grande scaffale, protetto da cristalli, nel quale si scorgevano un piccolo armamentario di oggetti disparati e indispensabili alla scienza occulta. La Contessa riceveva stando su di una specie di trono verde, donde la sua figura altissima ed opulenta appariva in una specie di solennità: dinanzi a lei era un gran tavolo presso il quale si sedeva il paziente tra un secondo teschio che gli sorrideva benignamente e vari mazzi di carte, pronti per i necessari sondaggi dell’imperscrutabile».
Un altro giornalista raffigurava così l’ambiente:
«Teschi, serpenti, clepsidre, pugnali, coccodrilli, una grossa bambola, segni astrologici, mezzelune, tutto insomma l’arredamento di prim’ordine al quale non manchino i ferri chirurgici per le più complicate operazioni».
All’inizio della carriera, la Contessa Aurelia si presentava come cartomante, ma ben presto allargò l’orizzonte delle sue fantastiche doti: veggente, astrologa, chiromante, sensitiva, in una parola lei era una profetessa che svelava il futuro con i mezzi che riteneva più adatti per il cliente di turno.
Alla fine del 1915, o nei primi giorni del 1916 pubblicò un opuscolo di 24 pagine, Profezie per il 1916 della veggente Contessa Aurelia che, secondo Mario Verdone, furono in realtà scritte da Anton Giulio Bragaglia (1890-1960), regista e critico cinematografico, che – ancora fervoroso di fotodinamismo futurista in chiave spiritualista – in quel tempo era molto interessato alla magia.
In effetti, il testo di questo opuscolo è diverso dai seguenti: è febbrilmente visionario, denso quasi gravato di troppi simboli oscuri, incalzanti, suggestivi, in vortici cinematografici, nell’estetismo che sembra la versione occultista, e un po’ ingenua, dello stile dannunziano allora in voga.
Le profezie degli anni successivi, pur sempre con linguaggio allegorico, sono meno immaginifiche, meno elaborate. Ecco un efficace confronto testuale, tra le prime righe del testo per il 1916 e le prime delle profezie per il 1917:
Profezie per il 1916: «Palpitava la vermiglia notte della Veggenza, sotto la Sacra Mano, immensa, dominante. Innanzi ai cieli in baleno la mia anima fluiva, plastica, come cera calda, sotto la Tremenda Dolcissima. L’Astrolabio degli Atlantidi, rivelatovi da Plinio e dal siculo Diodoro; la Scienza caldaica, denudata da Alessandro; la Legge dei Libri dei Védas; il Gnemone dei chinesi; gli Iddii Interpreti degli Assiri, m’erano fatti presenti, mi erano fatti inebrianti da Belo il Vecchio, il Rivelatore».
Profezie per il 1917: «È la notte del Destino. Il firmamento, limpido, con i risplendenti corpi celesti, è nella più ampia maestà. Il silenzio, la calma della notte, aumentano l’incanto ed il fascino; tutto avvolge lo spirito bramoso di sapere. La verità imposta dai Cieli, eccita ansie, timori. Il mistero rende l’emozione più intensa. In scrupoloso raccoglimento, attendo l’istante solenne. E l’istante arriva».
Cosa prevedeva la Contessa Aurelia per il 1916? Ovviamente, non c’è nessuna indicazione univoca chiara; come tutte le profezie, anche questa è così enigmatica e vaga che, con un po’ di fantasia, ci si può trovare dentro di tutto e il suo contrario. La Contessa Aurelia (o Bragaglia, a cui lei forse dettava il “materiale grezzo” della profezia, che lui poi metteva in bella copia simbolista) è più accessibile solo quando parla bene dell’Italia, del suo re e dei suoi alleati, Francia per prima:
«Lo Specchio rovente del mio Spirito vertiginoso, aperto sotto i Firmamenti illuminati, occhieggianti di cifre, guarda oggi la Stella reale Regulus, che, nascendo Vittorio Emanuele III Re, scintillava all’Oriente, nel segno invitto del Leone, che nello Zodiaco domina la Francia e l’Italia sorella».
Vittorio Emanuele III, il re alla guida della nazione scaraventata in una guerra tremenda, ha tutte le benedizioni cosmiche:
«Il Leone detta forza, volontà, superiorità illuminata. La Luna, col trigone di Marte e con il quadrato di Urano, esorta il coraggio del reale protetto. Mercurio, nel quadrato di Marte, lo fa saggio e gli dona uno spirito pratico. […] La Sacra Mano protegge con i propizi suoi Segni il Contemplato, che guida un esercito felice».
Manco a dirlo, la Contessa Aurelia prevede che la guerra sarà vinta dall’esercito felice, e lo Stellone d’Italia brillerà come faro tra le genti:
«Ed io vedo una Stella rifulgente come faro. Ed io vedo una Stella rifulgente come faro»
Proprio così: lo scrive due volte di seguito, e lo ripeterà ancora più avanti, come un mantra. Per non lasciare dubbi, alcune profezie sono particolarmente chiare:
«La bella gloria riderà ai latini! […] E la Grande Bastarda sarà ossessionata dall’Orrore. E il turbine travolgente la scaglierà di contro a molti scogli: ed essa ne avrà gran piaghe, e putride. Così l’Infamia sarà di nazione austriaca. Così il solo livore, sarà cuore austriaco».
Le profezie per il 1917, se sono meno ampollose e manierate nella scrittura, sono un poco più comprensibili nel senso. L’argomento delle predizioni è sempre, ovviamente, la guerra, sul cui esito si mantiene alto l’ottimismo patriottico della Contessa:
«Vedo una stella rifulgente come faro. Quel pianeta d’Italia, è nel suo pieno splendore. Vedo la lotta. Lotta contro barbari oppressori, ed in terre, ove l’idioma è di Dante. Il Duce dei Duci [Vittorio Emanuele III, n.d.r.], guida un esercito di eroi. L’Aquila romana gli aleggia d’intorno. La vittoria vi è. Sempre vi sarà. È scritto nei Cieli».
Altrettanto chiaramente è prevista la disfatta dell’Impero Austroungarico:
«Scorgo un’altra aquila – ma è bicipide (sic). Una delle teste pendola (sic) – infranta è la corona cadendo. Il vegliardo (Francesco Giuseppe, n.d.r.), al di là, è accasciato».
Le previsioni sono eccellenti anche per gli alleati d’Italia, i componenti della Triplice Intesa, Francia, Gran Bretagna e Russia:
«Ma scruto l’astro della fratellanza. E veggo: il Gallo, aver messo rostro di acciaio; la sorella forte, invincibile; la bionda Albione, vigile ed eroica; il russo, inesorabile. Tremano i barbari. […] Ma scorgo per tutto la Vittoria sfuggire agli empi, e rinsaldarsi vieppiù i legami di fratellanza latina. Il Leone glorioso ritornerà donde partì. Gl’indomiti eroi, riavranno le terre natie. La grande Russia diverrà ancor più grande. Le stelle propizie lo assicurano».
Queste stesse stelle propizie, tuttavia, non dicono nulla dell’imminente rivoluzione russa. Le profezie della Contessa Aurelia terminano con un leitmotiv dell’irredentismo: Trieste tornerà italiana:
«Ma il “va fuori d’Italia straniero” non è più un semplice canto. Squillino le trombe, rullino i tamburi, i sacri bronzi aggiungano la loro voce. Sventolino le bandiere, i concerti intuonino gl’inni della patria. Lo stendardo della fede, della speranza, della gloria, redime la sorella di Venezia [Trieste, n.d.r.]. I martiri sono vendicati [Cesare Battisti, Guglielmo Oberdan, n.d.r.]. I cieli lo vollero. La stella d’Italia è ancor più rifulgente».
Come tutti i profeti, dunque, la Contessa Aurelia prevedeva quello che il suo pubblico desiderava che accadesse; ma senza mai sbilanciarsi troppo, senza mai fare affermazioni chiare, esplicite, e soprattutto senza mai indicare una data.
Sarebbe stato il suo trionfo professionale indicare nel 1918 la fine della guerra, ma la Contessa non lo fece. In una intervista, apparsa su La Tribuna del 2 gennaio 1918, la veggente confermò per l’ennesima volta la sua fede nella stella d’Italia («Nell’avvenire la Stella d’Italia rifulgerà come faro»), che lei ripeteva con la monotona costanza d’un rosario, poi seguivano opinioni e auspici che si sentivano dappertutto, dalle scene di teatro alle aule scolastiche, dalle prediche dei parroci ai comizi di propaganda:
«La guerra andrà meglio di quello che crediamo. Quello che abbiamo perduto riacquisteremo. I figli d’Italia non faranno mai una pace che li disonori. Tutto il sangue versato grida vendetta. L’Italia risorgerà più luminosa di prima, ma con pazienza, ma con l’unione di tutte le forze, senza defezioni né scoraggiamenti».
Il giornalista le chiese se prima della fine della guerra sarebbero avvenuti «altri parziali insuccessi», un delicato eufemismo con cui si alludeva alla tragica sconfitta di Caporetto (ottobre 1917); alla Contessa inumidirono gli occhi e rispose:
«Ho fede, ho fede e credo fermamente nello sforzo eroico dei nostri»
Ovvero, ciò che avrebbe detto ogni italiana, anche non dotata di facoltà profetiche, anche senza scrutare i corpi celesti splendenti nel limpido firmamento. Eppure, nonostante (o grazie a?) queste ovvietà, la Contessa Aurelia divenne la veggente dei Vip.
Aurelia, il fascismo e la statua che non ebbe
Ai primi anni Venti del secolo scorso, nei primi tempi dopo la marcia su Roma, si diceva che Mussolini fosse suo cliente e la Contessa, ovviamente, non faceva nulla per smentire, ma si arroccava su un no comment che doveva tradursi “certo che sì”. Leggiamo in una intervista pubblicata su La Nuova Italia, giornale di Tripoli, dell’11 luglio 1924:
«-Vedo tanti busti di Mussolini; è stato qui?
-Non ricordo.
-Cercate di ricordarvi.
-Impossibile. Tuttavia scorsi nel suo destino e sento che vincerà su tutto, contro tutti coloro che trameranno contro di lui: è vicina una terribile prova che il Duce supererà».
Con la sua attività, la Contessa Aurelia aveva messo da parte una grossa somma di denaro. Alla sua morte, avvenuta (non prevista) il 3 maggio 1927, si favoleggiava di quattro o cinque milioni di lire, soprattutto perché la Contessa amava esibire il suo stato sociale con modi forse un po’ pacchiani, ma che – proprio come lei voleva – colpivano la fantasia e l’ammirazione invidiosa del popolino: tutte le sere, i passanti su Corso Umberto I (oggi Via del Corso) mostravano a dito la lussuosa automobile con chauffeur sulla quale la Contessa faceva la sua passeggiata.
Poi la stima del patrimonio fu corretta in mezzo milione, che era al tempo comunque una fortuna.
L’ultima sorpresa di quella donna sorprendente fu il suo testamento. La Contessa dispose che ogni suo bene mobile e immobile fosse venduto e
«il ricavato sia erogato alla erezione di un monumento nel cimitero del Verano a Roma che mi ricordi alla posterità».
Ma, a differenza di quanto credeva Aurelia, esistevano suoi parenti collaterali ed essi poterono legalmente impugnare il testamento. Così, le tante lire che la Contessa Aurelia aveva accumulato raccontando storie col verbo al futuro, nel giugno 1928 finirono in tasca ad Aurelia Giulianini in Tramontini, Paolina Linari vedova Saporetti e i loro figli minori.
Questo, la Contessa Aurelia non lo aveva previsto.
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