18 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Gli abitanti della Luna: Primo Levi e il popolo dei seleniti

Questo articolo è parte del programma di “Stregati dalla Luna”, iniziativa del CICAP in collaborazione con diversi gruppi astrofili italiani, giunta quest’anno alla seconda edizione. L’obiettivo è quello di raccontare e sfatare le principali fake news e leggende metropolitane riguardanti la Luna e lo spazio, con l’intento di gettare le basi per una corretta informazione scientifica. Tutte le iniziative qui.

Giandujotto scettico n°197 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Quando si parla di autori italiani di fantascienza, forse quello di Primo Levi non è il primo nome che viene in mente. Quasi tutti lo conoscono per Se questo è un uomo (1947), La tregua (1963) e I sommersi e i salvati (1986), le sue opere autobiografiche sulla tragica prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz e sul suo accidentato percorso per ritornare a casa. Eppure, Levi ci ha lasciato anche racconti deliziosi che spaziano dal fantastico alla letteratura di anticipazione. Oggi vi presentiamo uno di questi, Visto di lontano, una storia che parla di abitanti della Luna, di fraintendimenti scientifici e dei limiti delle osservazioni astronomiche.  

L’ultimo racconto lunare

Visto di lontano uscì per la prima volta nel 1967 come parte del volume collettivo Racconti italiani – Selezione del Reader’s Digest, per poi essere incluso nella raccolta Vizio di forma, pubblicata da Einaudi nel 1971. Quando Levi lo scrisse, la corsa allo spazio era al culmine, e le due grandi potenze mondiali – Unione Sovietica e Stati Uniti – si davano battaglia per essere i primi a sbarcare sulla Luna. Per questo, Levi fece precedere il suo racconto da questa premessa:

Ci è stato promesso che entro pochissimi anni, forse addirittura entro il corrente anno 1967, esseri umani porranno piede sulla luna, portandovi irreversibilmente i nostri meccanismi cellulari, le nostre infezioni e la nostra civiltà. Al momento in cui questo avverrà, ed in cui il primo rapporto dei primi visitatori sarà pubblicato, verranno sbaragliate e rese vane tutte le fantasie, illustri e meno illustri, che le letterature di tutti i tempi hanno espresso sui Seleniti. Perciò, sarei lieto se il presente saggio venisse letto e inteso come un ultimo reverente omaggio a Luciano di Samosata, Voltaire, Swedenborg, Rostand, E. A. Poe, Flammarion ed H. G. Wells.  

Visto di lontano era, per Levi, l’ultima possibile fantasia lunare, prima che i dati reali arrivassero a spazzar via secoli di elucubrazioni e di racconti fantastici sugli abitanti del nostro satellite. Curioso, per i tempi, che, tra i tanti autori di fantascienza citati, Levi includesse anche Emanuel Swedenborg, mistico e visionario svedese che nel Diciottesimo secolo aveva descritto con cura infinita i suoi contatti con “angeli” di altri pianeti. Ma veniamo al nostro racconto.

Un rapporto scientifico che arriva dalla Luna

Visto di lontano immagina l’intercettazione di un rapporto scientifico stilato dagli scienziati seleniti. I terrestri ne affidano la decifrazione ai tecnici dell’FBI, che ne trascrivono il testo traducendolo in termini terrestri, interpretandone il senso e identificando gli oggetti osservati dai lunari. 

Si scopre così che gli astronomi della Luna, nello studio da lontano del nostro pianeta, hanno potuto notare soltanto i cambiamenti più macroscopici, come la presenza di luce notturna nelle città o l’esistenza di un ritmo da loro definito “DSG”:

3. PERIODICITÀ NON ASTRONOMICHE. Un certo numero di fenomeni osservati sulla terra segue un ritmo di sette giorni. Soltanto i mezzi ottici di cui disponiamo da qualche decina d’anni hanno permesso di mettere in rilievo questa singolarità, perciò non siamo in grado di stabilire se essa abbia origini recenti o remote, o se addirittura non risalga alla solidificazione della crosta terrestre. Non si tratta certamente di un ritmo astronomico: come è noto, né il mese (sinodico o sidereo) né l’anno (solare o sidereo) terrestri contengono un numero di giorni multiplo di sette.

Il ritmo settimanale è estremamente rigido. I fenomeni che chiameremo DSG (Del Settimo Giorno), e che interessano principalmente le città e i loro dintorni immediati, hanno luogo simultaneamente su tutta la superficie terrestre: al netto, beninteso, delle differenze di ora locale. Il fatto non è spiegato, né sono state proposte ipotesi veramente soddisfacenti: a titolo di curiosità segnaliamo che da alcuni osservatori è stata formulata la supposizione di un ritmo biologico. La eventuale vita (vegetale e/o animale) sulla Terra, che in questa ipotesi dovrebbe essere accettata come rigorosamente monogenetica, sarebbe soggetta ad un ciclo estremamente generale, in cui l’attività e il riposo (o viceversa) si succedono con periodi di sei giorni e un giorno.

Gli scienziati seleniti e i loro fraintendimenti

Potendo osservare soltanto fenomeni di questo tipo, i seleniti vanno incontro a una serie di fraintendimenti. Notano una serie di “crateri” presenti nelle città, che rispondono al ritmo DSG e che vengono “oscurati” ogni sette giorni: in realtà sono gli stadi, che gli scienziati extraterrestri ipotizzano erroneamente essere prodotti dell’attività vulcanica del pianeta. 

La presenza delle città e lo studio dei loro ritmi di accrescimento, invece, gli fa dedurre trattarsi di strutture cristalline (e, dunque, naturali): 

2.2. ACCRESCIMENTO. Come accennato, molte Città appaiono in attivo accrescimento. Esso, in generale, rispetta la struttura del reticolo preesistente: le Città raggiate si accrescono lungo i raggi, le Città reticolari si accrescono con nuovi strati a reticolo ortogonale. L’analogia con l’accrescimento cristallino è evidente, e lascia supporre che le Città siano vaste zone della superficie terrestre caratterizzate da pronunciata cristallinità: del resto, ne abbiamo un esempio sulla Luna, nelle imponenti formazioni di ortoclasio ben cristallizzato che ricoprono vari ettari di terreno entro il circo di Aristarco. 

L’ipotesi della natura cristallina delle Città è rafforzata dalla recente scoperta di strutture di forma regolare, da ascriversi apparentemente al sistema trimetrico, che si innalzano per varie centinaia di metri al di sopra del piano-città. Esse sono agevolmente osservabili durante i crepuscoli grazie alla loro ombra: hanno sezione rettangolare o quadrata, e in qualche caso è stato possibile assistere alla loro formazione, che avviene alla velocità di 10-20 metri al mese lungo l’asse verticale. È assai raro che esse si presentino al di fuori delle aree urbane. Alcune, in condizioni geometriche opportune, riflettono specularmente la luce solare, il che ha reso agevole la misura delle costanti cristallografiche. 

Un altro fenomeno studiato dagli scienziati seleniti è quello delle navi, divise in “periodiche” e “aperiodiche”, a seconda che si muovano sempre sulla stessa rotta o meno. E su di esse, ecco la congettura che formulano:

4.1.3. IPOTESI SULLA NATURA DELLE NAVI. È escluso oramai che si tratti di blocchi galleggianti di pomice o di ghiaccio. Merita attenzione una recente audace teoria secondo cui esse non sarebbero che animali acquatici, intelligenti quelle periodiche, meno intelligenti (o meno dotate di istinto d’orientamento) le altre. Le prime si alimenterebbero a spese di qualche materiale o specie vivente reperibile nei Porti, le altre, forse, a spese di navi più piccole (a noi invisibili) in mare aperto: però, secondo alcune osservazioni, esse manifesterebbero un tropismo per gli idrocarburi. Molte navi aperiodiche, infatti, frequentano Porti situati in zone ove l’atmosfera rivela tracce di metano e di etano. Ancora nei Porti avrebbe luogo il ciclo riproduttivo di entrambe le varietà, per ora a noi oscuro.

Osservandoci da anni, i seleniti sono riusciti anche a verificare l’esistenza di un “periodo anomalo” caratterizzato, in una parte della superficie terrestre, da un’interruzione del fenomeno della luce serale e da un aumento delle navi aperiodiche, nonché dall’improvvisa scomparsa di molte navi che prima si muovevano  in mare aperto. Il periodo anomalo si era concluso con due grandi lampi di luce, accuratamente registrati dagli astronomi della Luna, a cui era seguito un sostanziale ritorno alla normalità. 

Per chi non l’avesse ancora intuito, questo periodo “caratterizzato da numerose deviazioni dalla norma terrestre” corrisponde ai nostri anni 1939-45, dunque, alla Seconda Guerra Mondiale e, i due lampi, al loro esito ultimo: l’esplosione delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

La scienza, passione di Levi

Il racconto di Levi è, dunque, una divertita allusione ai fraintendimenti a cui anche noi avremmo potuto andare incontro osservando i pianeti “di lontano”. L’interesse dello scrittore per l’astronomia non deve stupire: Levi, come noto, ha sempre avuto un occhio di riguardo per la scienza, una passione trasmessagli da suo padre, ingegnere elettronico. Lui stesso era laureato in chimica e, dopo la guerra, lavorò a lungo per una ditta di Settimo Torinese che produceva vernici, di cui fu anche direttore. Il sistema periodico (1975), con suoi i capitoli dedicati alle diverse sostanze chimiche, è un omaggio a quella disciplina. 

In questo senso, però, ancora più indicativi sono i suoi racconti: ne I sintetici, Levi affronta il tema dei bambini nati da uteri artificiali, ne Il mimete quello della clonazione umana, mentre Ottima è l’acqua analizza i catastrofici effetti di un aumento di viscosità dell’acqua. E ancora, Protezione descrive le conseguenze sociali di un mondo minacciato da micrometeoriti; Il Versificatore e A fin di bene, incentrati rispettivamente su una macchina che compone poesie e su due telefoni che cominciano a parlare autonomamente tra di loro, sembrano preconizzare alcuni effetti dell’intelligenza artificiale

Levi definiva la genesi dei suoi racconti “puntiforme”: partiva da un’idea, spesso minima, come una nuova invenzione o scoperta scientifica, e la usava per approfondire conseguenze, reazioni, sentimenti umani a fronte ad essa. Nel racconto che vi abbiamo presentato in questo episodio, la domanda iniziale è: a quali fraintendimenti potrebbe andare incontro un popolo di alieni che ci osserva dalla Luna senza poterci raggiungere? E, in maniera speculare: a quali errori potremmo essere andati incontro noi?

È possibile che, nella genesi del  racconto, abbiano giocato un ruolo le storie sui canali di Marte “scoperti” tra il 1886 e il 1890 dall’astronomo saviglianese Giovanni Virginio Schiaparelli. Il dibattito sulla loro natura fu alimentato anche da una scelta infelice di traduzione: in inglese fu infatti utilizzato il termine canals, che indica i canali artificiali, al posto di channels, che indica quelli naturali. Per anni si scatenò una corsa a tracciarne mappe, osservarne le variazioni nel tempo, studiarne l’attività. Solo nel 1909 fu chiaro che queste rilevazioni erano il frutto di illusioni ottiche e della tendenza a “unire i puntini”, collegando macchie separate in un’unica linea. Ma non tutti si rassegnarono all’idea, e negli Anni 20 del Novecento si potevano ancora trovare opere come Sistema idraulico del pianete Marte, opera dell’ingegnere Lorenzo Tortarolo.

Un fenomeno che ha investito, sia pure in maniera minore, anche la Luna: fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, alcuni astronomi che osservavano esplosioni sul nostro satellite ipotizzavano ancora fossero frutto di attività intelligente. Congetture spazzate via con le prime fotografie da satelliti, a partire dalla missione sovietica Luna 1 del 1959. Ma anche quelle, a ben vedere, erano osservazioni “di lontano”, per dirla con Levi. 

Il racconto, come dicevamo all’inizio, fu dato alle stampe nel 1967. Appena due anni dopo si passò al “visto da vicino” con l’allunaggio di Apollo 11 e con i primi uomini a scendere su un corpo celeste diverso dalla Terra. Possiamo solo dire che, nonostante le preoccupazioni di Levi, il suo racconto non fu certo l’ultima “fantasia lunare” della storia: ipotesi ufologiche, elucubrazioni “teoriche” e idee complottiste sul nostro satellite hanno superato indenni l’allunaggio. Anzi, come mostra un’ampia evidenza, lo hanno ormai decisamente doppiato.