Il pellegrino dei cieli: la misteriosa incisione di Flammarion (e di Jung)
Questo articolo è parte del programma di “Stregati dalla Luna”, iniziativa del CICAP in collaborazione con diversi gruppi astrofili italiani, giunta quest’anno alla seconda edizione. L’obiettivo è quello di raccontare e sfatare le principali fake news e leggende metropolitane riguardanti la Luna e lo spazio, con l’intento di gettare le basi per una corretta informazione scientifica. Tutte le iniziative qui.
di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Nel luglio del 1958, a Zurigo usciva uno dei libri più famosi sugli Ufo. Si trattava di Ein moderner Mythus, conseguenza dell’interesse che per la questione nutriva da anni una delle personalità più influenti del secolo scorso: lo psicologo Carl Gustav Jung. Un testo tutto sommato succinto, quello dello studioso svizzero, con poche illustrazioni scelte con cura da Jung perché gli sembravano importanti per la sua tesi: gli Ufo rilevano quasi esclusivamente come fatto simbolico, interamente leggibile alla luce delle sue idee sugli archetipi psichici.
Oggi vi raccontiamo di una di quelle illustrazioni: un’immagine dalla storia interessante, che finì per diventare iconica in ambiti molto diversi dall’ufologia.
Da Jung sino al cielo
Ein moderner Mythus uscì in italiano per la prima volta nel 1960 grazie all’editore Bompiani, sotto il titolo Su cose che si vedono nel cielo. Rimandiamo altrove per una valutazione generale del libro e dell’interesse di Jung per gli Ufo (G. Stilo, Il quinto cavaliere dell’Apocalisse – vol. 1, UPIAR, Torino, 2006, pp. 41-53). L’illustrazione che ci interessa compare nel capitoletto intitolato Contributo alla storia del fenomeno degli UFO. Non illudiamoci: Jung usa il termine storia a modo suo. La sua è una storia della psiche umana e dei suoi simboli, che nel tempo si presentano all’uomo e lo accompagnano. In questa “storia” assai particolare Jung commenta quadri, disegni, sogni, opuscoli e – anche – quella che chiama “una incisione del secolo XVII”, che per lui mostra una visione “presumibilmente legata ai Rosacroce”.

Dunque, Jung data e colloca l’incisione in un preciso contesto spazio-temporale. Scrive che si tratta di un pellegrino spirituale, che scopre un mondo al di là del conosciuto. Si è aperto un varco nel cielo conosciuto, dove spiccano il Sole e la Luna, e vede ore un universo soprannaturale che comprende nubi e strani oggetti, come forme rotonde e discoidali, le sfere celesti del cosmo tolemaico, ma anche le ruote di Ezechiele, cioè, le rappresentazioni della stranissima visione celeste che il profeta Ezechiele descrive nella Bibbia.
Questo, dice Jung, è un prototipo della visione degli Ufo serbata in sorte agli illuminati. Non si tratta del mondo empirico ma dei “rotunda proiettati dal mondo interiore, quadridimensionale”. In effetti l’individuo rappresentato, sebbene porti con sé il classico bastone da viandante-pellegrino, indossa una veste lunga, elegante, da studioso: si direbbe una persona di alto rango intellettuale. Jung si rammarica di non conoscere la fonte dell’incisione, la cui riproduzione gli è stata fornita da un corrispondente olandese. Ed è qui che – non per Jung, ma per noi – cominciano i guai.
Nei decenni più recenti, quell’immagine è diventata una vera e propria icona del nostro tempo. Affascinò lo psicologo americano Gregory L. Little, per il quale le esperienze Ufo (e molti altri incontri con esseri fantastici) sarebbero il frutto del rapporto della nostra psiche con gli archetipi della psicologia analitica dello studioso svizzero. Dall’occultismo è passata all’ambito della New Age, modificata, colorata, reinterpretata in mille modi. Infine, senza più collegamenti diretti al pensiero esoterico, è arrivata ai più vari ambiti disciplinari, soprattutto a ornare volumi, atti di congressi, siti e blog che si occupano di filosofia, di psicologia e di medicina – ma anche di controcultura e psichedelia. In generale, sta ad alludere a un contesto pensoso, di studiosi profondamente devoti alla riflessione e al progresso della loro materia. Una specie di simbolo della nobiltà del pensiero, in cui la scienza mainstream e le intuizioni più ardite s’intrecciano senza soluzione di continuità. Gironzolando in rete ne troverete esempi per ogni gusto.
Più complicato l’incontro con l’immaginario ufologico moderno: nell’ambiente Ufo, di norma poco avvezzo alle sottigliezze concettuali, le raffinatezze di Jung sono passate quasi inosservate. Ma c’è qualche eccezione: vediamo quale porta d’accesso utilizzarono alcuni appassionati di dischi volanti.
Da Ezechiele allo spazio: la fortuna di un’immagine
Nella nostra incisione c’è una parte che spicca fra le altre. Jung l’aveva notata subito: sulla sinistra, in alto, ci sono due ruote che s’intersecano fra loro. Tutti le hanno identificate con quelle, misteriosissime, descritte dal profeta Ezechiele, in apertura al suo lungo libro contenuto nella parte ebraica della Bibbia. Nel primo capitolo, Ezechiele vive la prima delle tante strane esperienze che costellano il lungo racconto: viene rapito da un vento che lo trasporta in cielo, dove gli viene mostrata la “gloria di Yhwh”. Il profeta descrive nei dettagli la sua visione in un linguaggio difficile, non riuscendone a trasmettere interamente il senso: parla, ad esempio, di “ruote l’una dentro l’altra […] che potevano muoversi in tutte le direzioni, procedendo senza girarsi” sormontate da “quattro esseri viventi dotati di quattro ali” (il cosiddetto tetramorfo).
Da questo strano racconto, ecco i mille tentativi di rappresentare quella visione simbolica, che si si estendono per tutta la storia dell’arte cristiana. Questa incisione, per esempio, è celeberrima, e si deve a William Blake. Lungo tutto l’Ottocento, e anche nel secolo scorso, numerosi sono gli esempi di pastori e teologi protestanti che hanno considerato i racconti di Ezechiele una realtà storica, e che hanno dunque cercato di riprodurre su carta la “vera” forma di quello che aveva visto il profeta, o si sono ingegnati per costruirne dei modellini in scala.
Nel 1912, per esempio, il reverendo anglicano australiano A. Hampden Lee fu tra i primi a definire quanto visto da Ezechiele un “aeroplano di tipo spirituale”. Attraverso percorsi di questo genere, la “ruota di Ezechiele” fu via via reificata, cioè, fu trasformata progressivamente in un oggetto solido, volante constatabile e persino funzionante, a vantaggio del pubblico, sia dei credenti, sia dei curiosi.
Quando nel 1947 comparve il mito dei dischi volanti, poi Ufo, quasi subito si fece strada l’idea che le visioni descritte nei testi sacri di varie religioni fossero in realtà astronavi extraterrestri. Toccò ben presto anche al racconto di Ezechiele, per esempio in Other Tongues Other Fleshes (1957), opera di uno dei fondatori del mito degli Antichi Astronauti, l’americano George Hunt Williamson, e poi in mille altri. La presentazione dell’incisione misteriosa nel libro di Jung, nel 1958, fornì una spinta decisiva per l’uso “ufologico” del racconto della visione di Ezechiele.
Da quel momento in poi, gli impieghi in ambito esoterico, quelli legati agli Ufo e quelli che abbiamo chiamato filosofico-sapienziali sono diventati quasi un tutt’uno, difficilmente slegabili l’uno dall’altro. Tutti insieme, indicano lo status di icona post-moderna che ha assunto l’incisione
Camille Flammarion e il suo pellegrino dei cieli
Quasi di certo Jung non sapeva da dove arrivasse l’immagine che lo aveva così tanto colpito. Oggi sappiamo che la prima volta in cui è documentata non è certo all’epoca della letteratura rosicruciana, cioè nel Seicento, come supponeva Jung. Compare assai dopo, nel 1888, alla p. 163 di L’Atmosphère, Météorologie populaire, opera dell’astronomo, divulgatore, spiritista e scrittore francese Camille Flammarion – uno dei padri del moderno interesse per i fenomeni misteriosi del cielo, della natura e del “paranormale” del Ventesimo secolo, teosofo, nonché amico personale di uno dei padri dello spiritismo, Allan Kardec.

Nemmeno Flammarion, però, spiega da dove ha preso l’immagine. Ma la fa accompagnare da una didascalia curiosa:
“Un missionario del Medioevo racconta di aver trovato il punto in cui la Terra e il Cielo si toccano…”.
Un cielo e una terra trasfigurate, dunque, e la rappresentazione di un punto di contatto in cui un pellegrino spirituale vestito con toga da sapiente trova un varco simbolico, iniziatico: quello in cui dalla mera realtà dei fenomeni accede alle sfere superiori, quella della vera essenza delle cose. L’immagine è curiosa: il pellegrino sembra rimirare qualcosa in cielo che nell’immagine non si vede, e anche la ruota di Ezechiele appare non completa. Forse l’immagine usata da Flammarion fu tagliata da un’altra versione? Un dettaglio importante è anche un altro: mentre in Jung l’immagine è scontornata, nel libro francese è dotata di una cornice: come mai questa variante? Come vedremo, anche questo è un indizio che conduce verso interpretazioni attendibili circa la vera natura dell’incisione.
La plausibile origine
Malgrado nella sua breve spiegazione Flammarion faccia riferimento a un pellegrino medievale, anche a un occhio poco esperto di storia dell’arte risulterà chiaro che l’immagine presenta un qualcosa – forse un’incisione su legno – in stile rinascimentale, magari di area centro-europea. Cominciò a esser notata da alcuni astronomi soltanto molti anni dopo, ma senza, a quanto pare, che nessuno ne conoscesse la fonte prima, cioè il libro di Flammarion. Un po’ tutti tentarono delle datazioni, a cominciare dalla citazione fattane dall’astronomo tedesco Willhelm Julius Foerster (1832-1921), intorno al 1903, fino al suo collega Bruno Hans Bürgel (1875-1948). Ancora più netto fu, nel 1957, il professor Ernst Zinner, (1886-1970) docente di astronomia presso l’Università di Monaco di Baviera, che collocò l’opera a un po’ prima della metà del Cinquecento, discutendone a lungo sulla Börsenblatt für den Deutschen Buchhandel, la rivista dei librai antiquari tedeschi..
Soltanto l’anno dopo, cioè nel 1958, quando Jung rese davvero celebre al pubblico moderno l’immagine, uno storico della scienza ceco-tedesco, Arthur Beer (1900-1980) dell’Università di Cambridge, ne scoprì l’origine, aprendo così la strada a una lettura più corretta dell’intera questione e del senso di quella rappresentazione. Si accorse che tutto faceva capo al libro di Flammarion e, pur senza spingersi oltre, notò con perplessità che Flammarion non diceva nulla circa la provenienza di quella curiosa illustrazione.
Ormai la strada ai dubbi sull’antichità dell’incisione era aperta. Il contributo decisivo per stabilire che, con ogni probabilità, l’immagine era stata realizzata assai dopo il Rinascimento giunse nel 1973 da un bibliotecario zurighese, Bruno Weber, sulla rivista Gutenberg-Jahrbuch (vol. 48, pp. 381-408): analizzandola, lo studioso si accorse che si trattava sì di un’illustrazione che riproduceva un’incisione su legno, ma realizzata con il bulino, che per il legno è entrato in uso soltanto nel Settecento.
Fatto ancora più rilevante, si rese conto che l’incisione era una composizione di motivi presenti in un’opera celebre, la Cosmographia di Sebastian Münster (1544), e che, nel complesso, era ispirata alla leggenda di un santo venerato dalla chiesa copta, san Macario il Grande. Ebbene, in un’opera precedente a quella in cui Flammarion aveva pubblicato l’incisione, cioè Les mondes imaginaires et les mondes réels, uscita nel 1865, Flammarion si era soffermato a lungo e con ammirazione sulla leggenda di san Macario, descrivendo in modo simile l’avventura dell’anacoreta orientale rispetto a quanto, ventitré anni dopo, mostrerà visivamente ne L’Atmosphère.
Quattro anni dopo, sulla rivista americana Sky & Telescope (maggio 1977, p. 356), l’astronomo Joseph Ashbrook (1900-1980), dello Smithsonian Observatory, giunse alla conclusione più logica. L’incisione misteriosa era stata creata nell’Ottocento, forse per opera dello stesso Flammarion che, si noti, aveva seguito corsi da incisore, e del quale qualche opera di quel tipo è sopravvissuta sino ad oggi.
Qualche dubbio residuo
Tutto a posto, dunque? Quasi. Diciamo quasi, perché è provato che in Francia dovevano circolare (sempre in tempi moderni, sia chiaro) altre versioni, un po’ più complete, dell’incisione di Flammarion. Per esempio, se ne trova una che, come nel libro di Jung, mostra meglio la parte inferiore dell’immagine, senza presentare però la cornice che invece c’è in Flammarion: la sua scoperta è descritta in un articolo pubblicato nel 1952 su un numero speciale della rivista di divulgazione francese Science & Vie, opera del pioniere dell’astronautica Alexander Ananoff (1910-1992).
Lungi dallo smentire le indicazioni di B. Weber e quelle di J. Ashbrook, per conto nostro tutto questo non fa che rafforzare l’ipotesi di un’origine ottocentesca dell’incisione, cioè, di un’imitazione di un’opera più antica, forse (ma è impossibile per ora esserne certi), dovuta allo stesso Flammarion, uomo a modo suo dotato di grande spiritualità e interessato al “misterioso” e al sovramondano. A ogni modo, torniamo a ribadirlo: per quanti sforzi si siano fatti, nessuno è mai riuscito a trovare l’immagine prima che la pubblicasse Flammarion. Gli indizi di “colpevolezza” puntano tutti a lui.
Sotto molti profili Flammarion è stato un genio della comunicazione pubblica. Molto del gusto, dei modi di occuparsi del “mistero”, e in particolare delle storie relative a presunti fenomeni misteriosi in cielo, gli è sopravvissuta, e si è trasmessa ad altri, sino alle prime generazioni di ufologi e, più in generale, di appassionati di “anomalistica”: Il successo universale della presunta incisione del “pellegrino spirituale”, più che mai presente nell’immaginario visivo del Ventunesimo secolo, è un segno ulteriore della capacità dello scrittore francese di intercettare non soltanto il gusto delle persone del suo tempo, ma anche quello di chi è venuto dopo.
Che Flammarion ci avesse visto lungo è confermato da un lungo saggio di Laurence Browne, storico della filosofia australiano, uscito nel 2021 sulla rivista junghiana Psychological Perspectives e dedicato alle ricadute simboliche dell’incisione. È il degno suggello a una lunga storia ricca di passi falsi e di ambiguità comunicative, ma anche l’occasione per toccare con mano come aree d’ombra, volute omissioni, oscurità, strumenti retorici non siano da considerarsi, razionalisticamente, meri “trucchi”, ma parti essenziali di un modo di argomentare e di proporsi al mondo.
