Il razzo fantasma che solcò il cielo di Torino (e del mondo)
Giandujotto scettico n° 196 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Qualsiasi essere umano sano di mente che si trovi a sfogliare vecchie collezioni di giornali piemontesi, nell’incontrare trafiletti come quello che segue, quasi certamente alzerebbe le spalle e tirerebbe diritto. Lo troviamo su La Stampa del 21 settembre 1946 (e anche su altri giornali):
Torino, 20 settembre
Verso le ore 4,30 di stamane una improvvisa intermittente striscia di fuoco ha solcato il cielo di Torino. Comparso improvvisamente dalla direzione in cui si trova la basilica di Superga, il bolide infuocato, che lasciava dietro di sé una lunga striscia luminosa, dopo avere attraversato come un fulmine in direzione est-ovest la zona sovrastante Torino, si allontanava dietro le Alpi, verso le montagne della Val Chisone.
È stata una visione imponente anche se brevissima; la luce, molto simile a quella del lampo al magnesio, illuminava larga parte della zona del cielo e si infiltrava attraverso un banco di nubi. Dopo essersi persa dietro un banco di nubi è ricomparsa poco dopo per andarsene definitivamente verso le Alpi. Per gli osservatori occasionali la visione del banco di nubi illuminato dalla striscia luminosa era impressionante.
Gli osservatori del Piemonte non si sono pronunciati, ma hanno dichiarato che questa apparizione non ha alcun riferimento con fatti astronomici, per cui verrebbe avvalorata la supposizione che si tratti di proiettili a razzo, anche perché la traiettoria tesa e radente è anormale per le meteoriti celesti.
A noi invece questo trafiletto interessa, e per un motivo ben preciso: è la porta d’ingresso per un intero universo, quello del fenomeno dei “razzi fantasma”. Un panico che nel 1946 sconvolse l’Europa e l’Italia ancora coperte dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, anticipando di un anno la nascita di una ben più famosa mania mai passata di moda: quella dei dischi volanti, poi diventati UFO.
Stalin invaderà la Scandinavia?
Cominciò in sordina, nella Finlandia del febbraio 1946, per poi estendersi alla Svezia. A maggio la febbre aveva cominciato a dilagare. Sia la popolazione civile, sia parecchi militari, segnalavano ai giornali e alle autorità di aver visto passare nel cielo delle “meteore” che sembravano strane, tanto da far pensare che non si trattasse di fenomeni naturali, ma di razzi – o addirittura di missili, ossia di ordigni guidati a distanza attraverso comandi radio.
Quando il 9 luglio, in pieno giorno, uno dei “razzi” (un bolide senza alcun dubbio, a giudicare da tutto quello che sappiamo) fece impazzire i telefoni delle forze dell’ordine della Svezia centro-meridionale, le forze armate reagirono creando un gruppo di studio al quale furono chiamati a partecipare tecnici aeronautici, esperti di radar e di missili. Entro la fine dell’anno produssero migliaia di pagine sul mistero dei “razzi”.
Questi scritti descrivevano, talvolta attraverso disegni elaborati, corpi volanti allungati, con scia luminosa, soprattutto se visti di notte, e a forma di cilindro se visti di giorno, di solito a quote altissime – quote delle quali, memori di ciò che ormai tutti avevano appreso direttamente o attraverso i cinegiornali nella guerra da poco finita, si stupivano. In casi più rari, invece, alcuni testimoni parlavano di oggetti a forma di missile, magari con brevi ali, che sfrecciavano ad altezze assai modeste dal suolo.
Quasi mai i testimoni riuscirono a produrre un’evidenza fotografica. Un’eccezione celebre è costituita dall’immagine ripresa il 9 luglio dal fotografo Erik Reuterswald: mostra quasi di certo una grossa meteora.

Ma non era quello che si pensava all’epoca: quasi tutti erano convinti si trattasse di esperimenti militari missilistici sovietici. Ed ecco la conseguenza inevitabile: se si trattava di missili e razzi, alla fine della loro traiettoria, gli ordigni dovevano cadere da qualche parte. Negli archivi della storia dell’ufologia si conoscono almeno un centinaio di casi di presunte cadute di razzi fantasma: un’abbondanza, però, alla quale non fece mai riscontro nessun ritrovamento di rottami, di resti o di altra evidenza in grado di dimostrare che i fenomeni luminosi visti in cieli erano dovuti a qualcosa di tecnologico – magari, a qualcosa di tecnologicamente molto avanzato.
Anche i militari svedesi spesero un bel po’ di tempo e di risorse alla ricerca dei rottami dei presunti “missili”. Nella foto vedete un momento famoso di questi tentativi: lo scandaglio del lago Kölmjärv, nell’estremo nord svedese a opera dell’Aeronautica militare dopo la segnalazione di una “caduta”, il 19 luglio del 1946. Non si venne a capo di nulla.

La mania svedese coinvolse in pieno il resto della Scandinavia, in particolare Norvegia e Danimarca, con un buon numero di episodi anche dalla Finlandia e dalla Svezia, tanto da suscitare l’attenzione preoccupata delle ambasciate estere a Stoccolma e dei militari di altri paesi, in particolare di quelli britannici.
Neanche i diplomatici italiani presso la capitale svedese rimasero inerti. Lo dimostra un gruppo di documenti redatti dall’addetto militare della nostra legazione. Li potete leggere in un articolo apparso nel 1999 su UFO, la rivista del Centro Italiano Studi Ufologici, alle pp. 22-24.
Poi, i “razzi fantasma”, stufi dei panorami del nord, decisero di darsi al tour del resto del continente, senza disdegnare qualche puntatina extraeuropea.
…L’Europa (e non solo) contro i razzi!
Con l’inizio di settembre, le notizie che arrivavano dalla Scandinavia cominciarono a produrre i loro effetti: si ebbero avvistamenti da parecchi paesi dell’Europa occidentale e del nord-ovest, ma anche dal Portogallo, dal Maghreb, fino alla Turchia e all’India: l’eco fu davvero vasta. Poi fu il nostro turno. Oggi è possibile dire che in paesi come l’Italia, l’attenzione per i misteriosi razzi scoppiò quando, a inizio settembre, le autorità greche e quelle militari britanniche nel paese (ancora occupato, dopo la guerra) presero a riferire con preoccupazione di avvistamenti di corpi volanti con scia che in certi casi sembravano provenire dal territorio dei paesi vicini, ormai soggetti al controllo di Mosca.
Va tenuto conto che in Grecia era in corso una violentissima guerra civile dalla quale, tre anni dopo, le milizie comuniste usciranno sconfitte: in Italia si temeva che, dopo la Grecia, una simile violenza sarebbe toccata anche a noi. Anche per questo i giornali italiani presero assolutamente sul serio gli avvistamenti di “razzi” (che, dalle descrizioni, erano in tutto e per tutto meteore più o meno vistose), con conseguenze che non tardarono ad arrivare.
Razzo nostrum
Per la prima volta nell’Italia moderna, si ebbe una vera e propria ondata di avvistamenti di “cose strane” nel cielo. La notizia proveniente da Torino s’inserisce proprio in questa ondata, che durò da metà settembre a metà ottobre e che vide almeno una trentina di episodi. Come in Grecia, e altrove, sebbene i resoconti di cui disponiamo siano di norma piuttosto striminziti, tutto fa pensare che le tensioni del momento, insieme a qualche aereo di passaggio, fecero scambiare bolidi e meteore più o meno banali per “missili stranieri”.
Dopo il 20 di ottobre era tutto finito, ma era la calma dopo la tempesta: poco meno di un anno dopo, nella prima settimana di luglio del 1947, in Europa cominceranno ad arrivare le prime notizie sugli avvistamenti di misteriosi velivoli: era la nascita dei dischi volanti. Stavolta non da un paese allora marginale e poco influente, la Svezia, ma dalla superpotenza che dominava il mondo: gli Stati Uniti. Per generare uno dei miti più potenti della modernità, quello ufologico, ci voleva l’America, con la sua forza culturale ed economica. I “razzi fantasma” del 1946 saranno in seguito assorbiti dagli ufologi nella loro specialissima storiografia, in grado di accomunare tutto e il contrario di tutto: senza di loro, va detto, questa e molte altre manie, paure e mode transitorie legate all’osservazione del cielo forse sarebbero state dimenticate del tutto.
Di questo va dato atto alla parte migliore della galassia ufologica: nel caso dei razzi fantasma, gli appassionati hanno raccolto negli anni documenti militari, fonti di stampa, disegni, lettere dei testimoni (e un catalogo di circa 1500 casi di quell’anno è stato creato dall’associazione svedese “Archives for the Unexplained”, AFU, che ha, come suo compito principale, la raccolta, classificazione e trasmissione alle generazioni future dell’incredibile passione per gli UFO che ha caratterizzato il secolo scorso – una passione che continua anche oggi, ma in forme quasi del tutto diverse rispetto al Novecento). Uno di noi due (GS), sul fenomeno dei razzi fantasma ha realizzato molti anni fa un’intera monografia per le edizioni UPIAR di Torino.
Quella dell’AFU è un’iniziativa benemerita, e c’è da chiedersi come mai, di norma, gli scettici non abbiano preso esempio da questi gruppi. Molto della memoria, del lavoro e dei ragionamenti degli scettici, trascurato dalle stesse associazioni che incarnano queste idee, prive di archivi e di visione in profondità del proprio percorso, rischia di andare persa – e, con essa, il senso di ciò che è stato fatto.
Un bilancio, e molte cose utili
Le fonti grazie alle quali conosciamo la mania che nel 1946 travolse l’Europa non sono tali da far pensare a fenomeni sconosciuti alla scienza corrente (e, ancor meno, a velivoli di origine extraterrestre). Se, occupandoci di vicende come queste, ci si mantiene nell’ambito della mentalità ufologica, non si va da nessuna parte. Perché l’ufologia, anche nella migliore delle sue espressioni, è interessata a una categoria priva di significato, muta, che è quella del “non identificato” e che, in realtà, dice poco. L’insistenza sul fatto che, da secoli, ci siano osservazioni di cose strane in cielo che, a posteriori, non si riescono a spiegare in maniera ragionevole, non soltanto è una specie di buco nero dal quale nessuno riesce a costruire modelli teorici atti a far avanzare le nostre conoscenze, ma rischia – involontariamente – di imperdire a fonti, analisi, documenti, esperienze, di parlare e di dire ciò che di più interessante hanno da dire.
I modi per farlo ci sono, da sempre. Sono quelli della storiografia, dell’antropologia, della sociologia, della storia della cultura di massa, della scienza e delle tecniche, del pensiero occultistico moderno, delle scienze psicologiche, del folklore moderno, della sociologia della comunicazione e di molte altre discipline.
Nel caso dei razzi fantasma che infestarono l’Europa del 1946, il quadro è quello delle paure fortissime per uno sviluppo da parte sovietica dei progetti nazisti di armi avanzate, soprattutto aerei e missili. Non era ancora il momento giusto per la comparsa dei dischi volanti extraterrestri, ma questo non impedì la formazione di altre fantasie, per così dire, para-ufologiche. Sono importanti, perché sono l’indice di una capacità mitogenetica che lavorava a pieno regime.
Le mille spiegazioni dei razzi-fantasma
Riassumiamo in poche parole le fantasie che vennero usate per spiegare il fenomeno del 1946. Il primo gruppo è quello che collega i misteriosi “razzi” al mito del raggio della morte, l’arma letale di cui si favoleggiava da decenni (ne abbiamo parlato qui, qui, qui e qui). Diverse persone sostenevano di aver inventato vari tipi di raggi mortali in grado di mettere fuori uso i minacciosi missili stranieri (a Roma era il caso di Stelio Lanzetta e di Giambattista Lotti Paci), mentre un profugo jugoslavo, Dobrivoje Bozic, sosteneva di essere stato lui l’inventore della V-1 e della V-2 usate dai tedeschi durante la guerra e, dunque, di avere anche un apparato le cui “onde” potevano farli cadere.
In altre occasioni, il fatto che gli avvistamenti italiani fossero concentrati sulle coste orientali del paese e nel nord-est, aveva fatto comparire voci sulle basi di lancio dei supposti razzi: dovevano essere opera di militari sovietici giunti in Jugoslavia, che li facevano partire verso l’Italia dal retroterra dalmata.
Facevano però capolino anche le prime voci su una sopravvivenza occulta del Terzo Reich, che poi porteranno alla nascita del mito dei dischi volanti nazisti (lo studioso Maurizio Verga lo ha delineato qui). Verso la fine di settembre 1946 dalla stampa svizzera rimbalzavano in Italia idee curiose: forse i razzi misteriosi che solcavano i cieli erano il modo con il quale cellule di nazisti sopravvissuti alla disfatta si scambiavano messaggi postali fra i loro rifugi segreti!
Il rapporto finale della commissione svedese
Dopo la sarabanda estiva, il 10 ottobre del 1946 lo Stato Maggiore della Forze Armate svedesi si rivolse al pubblico facendo il punto su quanto era accaduto dalla primavera di quell’anno. Alcune conclusioni erano abbastanza nette: non c’erano prove che qualche tipo di missile avesse solcato il cielo svedese; i frammenti dei presunti ordigni erano stati tutti identificati: scorie industriali, minerali vari, rottami. Non era stata reperita nessuna evidenza concreta dei misteriosi “ordigni”, tuttavia, dei circa mille casi repertoriati, ben il 20% era rimasto non identificato. Anzi, si affermava, non sembrava trattarsi di aerei, di fenomeni naturali o di invenzioni.
È una dinamica, questa, che diventerà standard con l’inizio dell’era ufologica, cioè dal 1947: nessuna prova dell’esistenza di fenomeni anomali, ma un residuo di testimonianze che lasciava perplessi.
Il 23 dicembre dello stesso 1946, la Commissione militare d’indagine presentò un rapporto conclusivo al capo di stato maggiore della difesa. Come anticipato, non c’erano prove della presenza di proiettili-razzo stranieri sulla Svezia. La conclusione, però, non era univoca: da un lato, si affermava che era inutile continuare le indagini, dall’altro, si scriveva che “certi fatti” non sembravano frutto dell’immaginazione dei testimoni.
Era evidente che il grosso delle osservazioni era dovuto all’intensa attività meteorica del periodo o a passaggi di normali aerei civili e militari, ma l’ambiguità rimaneva. Oggi sappiamo bene che i sovietici non avevano ancora condotto nessun test con i missili A-4 (le “V-2”) che, a centinaia, avevano recuperato. Il primo lo effettuarono alla fine di ottobre dell’anno successivo, nel poligono di Kapustin Yar, nel Kazakhstan. Sulla Scandinavia, o sul Baltico, non facevano volare niente di niente.
Il guaio è che, di fronte a un quadro documentale di questo genere, le alternative analitiche tendono a divaricarsi. Come sempre, per motivi logici, nessuno può escludere in via assoluta che in quella massa di storie e di testimonianze si celasse qualche fenomeno “anomalo”, qualsiasi cosa si voglia intendere con questa espressione ambigua. Ma è molto probabile che fossero semplicemente meteore, aerei e altri fenomeni noti, che le paure per i sovietici e i meccanismi della stampa avevano trasformato in “mistero”.
Foto di apertura di SpaceX-Imagery da Pixabay
