21 Luglio 2026
Misteri vintage

Ludovico il Moro e le lettere del mago ferrarese

di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Alla fine del Quattrocento, Ludovico Sforza detto il Moro, duca di Milano, era ritenuto, per astuzia, ricchezze e potenza – almeno secondo l’opinione di Machiavelli – “il signore d’Italia”. E in effetti, Ludovico fu capo politico importante e accorto, oltre che impareggiabile mecenate delle arti, ma anche piuttosto effimero nella sua gloria. Insieme a vicende personali (la perdita della moglie Beatrice d’Este, nel 1497, evento al quale reagì in maniera depressiva), la volontà di Luigi XII di Francia di riprendere il controllo dell’Italia del nord dopo la fallimentare campagna condotta nel 1494-95 dal suo predecessore, Carlo VIII di Valois, ne fece tramontare la stella nel giro di pochi anni.

Nel luglio del 1499 le forze del re di Francia, sostenute da quelle del Ducato di Venezia, attaccarono il Ducato di Milano. Il 1° settembre dello stesso anno, Ludovico preferì abbandonare la capitale e rifugiarsi con i figli in Germania, presso Massimiliano I d’Asburgo. Un tentativo velleitario di rientrare in Lombardia gli costò la prigionia e la morte in esilio, in Francia, nel 1508. 

Una figura tragica e determinante per la storia italiana, quella di Ludovico. Con i suoi maneggi, riuscì in un autentico disastro: far sì che Milano e la Lombardia cadessero sotto il dominio straniero – prima francese, poi spagnolo, poi asburgico – per 360 anni, cioè, sino al 1859 e alla Seconda Guerra d’Indipendenza, dunque, sino a poco prima della nascita dell’Italia come stato unitario.

Eppure, in quel caos di guerre, di disastri, di cambi di alleanze e di successioni intricatissime, ci fu anche chi trovò il tempo di proporsi a Ludovico il Moro come rappresentante di un potentissimo negromante, cioè di un mago in grado di evocare i defunti che avrebbe potuto rendergli grandi servigi. Una storia davvero insolita, della quale sappiamo qualcosa grazie a uno storico e archivista di notevole spessore, Pietro Ghinzoni (1828-1895), studioso di alta levatura di fonti quattro-cinquecentesche sugli Sforza e, a fine Ottocento, responsabile di fatto dell’Archivio di Stato di Milano.

Scrisse moltissimo sull’Archivio Storico Lombardo, ed è lì (vol. 6, serie 2, giugno 1899, pp. 419-24) che si trova traccia della storia del negromante filo-sforzesco. Purtroppo Ghinzoni non spiega quale collocazione avesse il documento che, con ogni evidenza, aveva scovato lui stesso nel grande archivio che dirigeva (lo studioso Roberto Labanti ipotizza sia da cercare in questa sottoserie, oppure qui).

Richieste sfrontate

Il 7 marzo del 1499, un uomo che si firmava Nicholaus de Achabelis, da Ferrara, allora centro dei domini dei duchi d’Este (in italiano, Nicholò Achabeli, o Achabelli, nei commenti di Ghinzoni) scriveva a Ludovico il Moro indirizzando una lettera da consegnare manu propria ipsius ducis, direttamente nelle mani del duca. Achabelli abitava in contrada San Giovanni Battista, e, per meglio qualificarsi, precisava di essere un fattore del prestigioso convento delle clarisse di Santa Caterina, il Monastero del Corpus Domini, posto nel cuore di Ferrara. 

Il motivo era eccezionale: un suo nipote aveva “una virtù singolare”, e lui aveva scelto di offrirla a Ludovico, uomo di virtù preclare – schernendosi, prima che altri potenti potessero chiamarlo al loro servizio. Di che cosa si trattava, dunque? Dell’arte magicha vera, vel nigromancia: Il nipote di Achobelli era in grado di far vedere e udire quilli spiriti degni in qualle forma piazerà alla ducale signoria vostra, et quella li potrà interogare de tutti li facti quali se tractano in tutto el mondo ac etiam deli secreti dela natura, sul presente, sul passato e sul futuro.

Insomma, Achobelli si faceva mallevadore di un mago potentissimo, in grado non soltanto di fare da mediatore presso spiriti potentissimi e onniscienti su quanto accadeva ovunque, ma anche a conoscenza di ogni aspetto della filosofia naturale – cioè sulla fisica e sull’alchimia, sulla meteorologia, l’astrologia, eccetera. Un negromante, dunque, una persona che in qualche modo doveva conoscere formule evocatorie degli spiriti, e, quindi, presumibilmente, il latino. Lo storico  americano delle religioni Richard Kieckhefer (1946-) ha mostrato in maniera convincente in due suoi lavori ormai classici per gli studi sul pensiero magico (Magic in the Middle Ages, Cambridge University Press, 1989; Forbidden Rites: a Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century, Pennsylvania University Press, 1998) che spesso i negromanti europei del Quattrocento erano non soltanto persone colte – le nozioni teoriche sottese alle pratiche erano altamente complesse – ma, proprio perché alfabetizzati e capaci di accedere alla letteratura sulla magia, per niente marginali rispetto alle istituzioni ecclesiastiche e, in molti casi, essi stessi esponenti del clero cattolico.

Anche per questo, forse, non sembrava strano a un impiegato di un grande convento di clarisse di un centro politico ed economico prestigioso, proporre l’utilizzo di quelle conoscenze a un capo politico illustre. 

Non a caso, proseguiva Achobelli, il nipote negromante sarebbe stato utile a Ludovico anche per altro: gli avrebbe mostrato altre cose singulare et excelse qualle serano in grande jocondità ala ducale signoria vostra. Nessuna precisazione su cosa fossero queste altre cose eccelse e singolari: considerati i toni si potrebbe pensare che il negromante fosse anche versato in qualche forma di mentalismo o di prestidigitazione, ma impossibile a dirsi.

Quel che colpisce  è il tenore che usava Achobelli: chiedeva che lui, il nipote e altre due persone fossero condotte segretamente da un messo di Ludovico nella capitale lombarda, onde dimostrarne a corte le capacità. Il tutto, a spese del Ducato di Milano. Era il caso di non indugiare, giungeva a scrivere Achobelli. Suo nipote non aveva pari in Italia, e non voleva certo che qualche altro personaggio di spicco, uditane la fama, finisse per condurlo al suo servizio. 

Negromanzia e diplomazia

La storia del negromante ferrarese sarebbe già così di un certo interesse. Il fatto è che Ghinzoni, insieme a quello di Achobelli, ritrovò anche un altro documento: una seconda lettera indirizzata a Ludovico il Moro, sempre da Ferrara, appena cinque giorni dopo la prima, cioè, il 12  marzo del 1499. A redigerla, in toni piuttosto enfatici, stavolta era stato un uomo importante. Si chiamava Leonardo Botta

Non era una persona comune. Era il più illustre dei diplomatici al servizio degli Sforza, che serviva con abilità impareggiabile da decenni. Nato intorno al 1431 a Cremona, era stimato presso tutte le corti italiane. Al tempo della nostra storia, era stato incaricato di quella che sarebbe stata la sua ultima, delicata missione. 

Nominato oratore ducale il 24 febbraio del 1499, raggiunse Ferrara ad un fine ben preciso. Con la mediazione degli Este, doveva contribuire a far finire un conflitto annoso: quello che contrapponeva Pisa a Firenze, con Venezia alleata di Pisa, in conflitto per questo anche con i fiorentini. Il mezzo sarebbe stato un arbitrato fra i belligeranti ad opera del duca Ercole I d’Este, genero di Ludovico il Moro. La legazione, con Botta in posizione preminente, si recò a Venezia in marzo, e il 6 aprile del 1499, riuscì a far sottoscrivere ai veneziani l’arbitrato proposto da Ercole I. Fu un grande successo, prima del definitivo tracollo di Ludovico da lì a pochi mesi.

Lo stesso 7 marzo, giorno in cui Achobelli aveva mandato la sua lettera a Ludovico, in maniera riservata era andato a trovare Botta, in città da diversi giorni, raccontando anche a lui del nipote (è in questo modo che sappiamo che si trattava di un uomo di circa trent’anni), in grado di far venire parecchi spiriti palexamente dove el voleva. Pur scettico, la sera del 10 marzo si era fatto portare dal negromante dall’Achobelli. Gli chiese conferma di quanto asserito dallo zio Nicholò: confermò tutto, sostenendo che poteva far comparire spiriti in forma di garzone, di damigelle, di giovani e di vecchi, e che lui stesso avrebbe potuto rivolgergli domande di ogni tipo. Botta fu colpito dall’offerta: avrebbe accettato di esser partecipe delle manifestazioni degli spiriti e di provarne le conoscenze, ma la missione diplomatica che doveva portarlo a Venezia insieme a Ludovico incalzava: la partenza era prevista per il 15 marzo. Chiese pertanto di porre, tramite il negromante, due o tre domande. Il giovane accettò.

La mattina del giorno seguente, l’11, zio e nipote si presentarono a Botta con la cedula cum le interrogacioni che aveva posto e le relative risposte. Allegò il tutto alla lettera che, poche ore dopo, fece partire con destinazione le mani di Ludovico il Moro. Purtroppo, spiega Ghinzoni, della cedula nell’Archivio di Stato di Milano non c’era traccia. Non sappiamo dunque che cosa conteneva, né quali furono le risposte del negromante ferrarese alle curiosità di Botta. 

Non bastava: il mago spiegò a Botta che Ludovico avrebbe potuto chiedergli quando sarebbe morto il papa in carica, il tremendo Alessandro VI Borgia, e chi gli sarebbe succeduto, e così via. Botta era chiaro nella sua richiesta: pensava che ascoltarlo potesse essere utile, per questo chiedeva a Ludovico il Moro  di mandare segretamente un suo famiglio, ossia un suo fiduciario, a Ferrara, perché prendesse contatto con Nicholò e lo portasse a Milano.

Di più non sappiamo, anche se già molti anni prima Botta era andato alla ricerca di astrologi che potessero rendersi utili presso la corte degli Sforza, per esempio a Venezia, nel 1475 . Del resto, come ha ampiamente documentato la storica Monica Azzolini nel suo volume The Duke and the Stars (Harvard University Press 2013), gli Sforza e altre corti italiane del XV secolo s’interessarono a lungo agli astrologi, e non solo a fini ricreativi: erano un potenziale strumento per prevedere, valutare, decidere. 

Nel suo articolo del 1899, Ghinzoni si chiedeva – e noi con lui – se la cosa ebbe un seguito e se davvero il negromante giunse al cospetto di Ludovico il Moro. Ghinzoni riteneva la cosa plausibile. “Forse – concludeva – si sperava di trovare salvezza nelle confidenze e propalazioni politiche promesse dall’Achobelli, sotto il velame dello spiritismo”.  

Noi non sappiamo. Certo è che Botta era un consigliere ascoltatissimo da Ludovico, e di grande capacità. Che poi il duca abbia assentito alle sue esortazioni, in mancanza di un’evidenza documentaria è difficile a dirsi.

Come sbagliare mira

La scoperta fatta da Ghinzoni è davvero preziosa ancora oggi, per chi cerca di capire la storia del pensiero esoterico. Ci ha fatto intravedere la figura di un uomo, Nicholò Achobelli, che quasi si proponeva presso una delle massime autorità dell’Italia del suo tempo come una specie di imprenditore moderno dell’occulto, una figura caratteristica della modernità, esplosa nell’Ottocento con la trasformazione del mesmerismo settecentesco nella mania dei magnetizzatori e delle sonnambule, e dopo, dei medium dello spiritismo, con i loro cortei di mentori, organizzatori, presentatori e promotori. Achobelli chiede lettere di presentazione, denaro, ospitalità, non soltanto ascolto o riconoscimento delle peculiarità del parente. 

Ciò detto, Ghinzoni commette un peccato di anacronismo. Non pare interessato alla storia della rinascita del pensiero magico in epoca rinascimentale, e per questo non colloca in modo adeguato la vicenda del negromante ferrarese. Invece che porsi domande sulle specificità delle tecniche usate, sul tipo di universo ideale che poteva agitare persone come quelle, figlie dell’Umanesimo e della ripresa d’interesse per il mondo classico e le sue visioni, preferiva ricondurre il tutto a quanto era di moda ai suoi tempi, e cioè allo spiritismo e ai tavolini a tre gambe per le sedute medianiche. 

Si spingeva a ipotizzare che Achobelli fosse, come nello spiritismo dei suoi tempi, il medium “veggente e parlante”, il nipote “un semplice agente sotto l’impulso del primo”, e gli altri due per i quali il ferrarese chiedeva l’accompagnamento alla corte di Ludovico, che fossero parte di una specie di squadra. Alla domanda su quale ruolo avrebbero rivestito i due in quella squadra, Ghinzoni replicava: “la risposta non sarà difficile a chi abbia assistito agli spettacoli dei moderni spiritisti”. Forse pensava ai magnetizzatori, o agli ipnotisti più o meno improbabili che ai suoi tempi calcavano le tavole dei grandi teatri. 

Scriveva poi:

[…] è strano, come in un secolo miscredente e scettico com’è il nostro, quella credenza abbia trovato e trovi ancora così tanti adepti e seguaci in tutte le sfere della Società… Se dunque lo spiritismo trovò ai nostri giorni tanti seguaci, meglio ancora ciò doveva succedere nel secolo XV. Allora la fede in esso doveva essere ben robusta, se osò sperare di trovare facile acquiescenza in Lodovico il Moro. 

Per Ghinzoni, dunque, alla fine dell’Ottocento lo “spiritismo” doveva essere meno diffuso di quattro secoli prima. Così, l’Ottocento, il tempo delle magnifiche sorti e progressive era salvo. Soltanto che, inventando quell’espressione, sessant’anni prima, Leopardi ironizzava sulle illusioni, religiose o meno che siano, che tengono lontani gli uomini dalla realtà delle cose. Il metodo storico non generalizza: individua. Prova a cercare in maniera responsabile ciò che distingue un evento o una persona dall’altra. Nicolao Achobelli e suo nipote non erano degli spiritisti dell’Italia umbertina, ma due uomini della Ferrara rinascimentale. Ciò che credevano e proponevano aveva a che fare soltanto alla lontana con correnti del pensiero occultistico che sarebbero comparse molto tempo dopo la loro dipartita. È importante dirlo anche oggi. O si prende bene la mira e si sa quello cui si fa riferimento, altrimenti – anche per questo – si risulta goffi e inefficaci. 

Immagine: Ludovico il Moro nel dipinto di Francesco Podesti, da Wikimedia Commons, pubblico dominio