21 Luglio 2026
Giandujotto scettico

Il crocifisso sanguinante di Asti, tra presunti miracoli e sacerdoti ribelli

Giandujotto scettico n° 195 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

L’11 agosto 1933 Maria Tartaglino, una donna di 46 anni che soggiornava nell’ospizio di Santa Chiara ad Asti, cominciò a chiamare a gran voce le altre donne dell’istituto: un crocifisso che si trovava nella sua stanza, un oggetto in scagliola con croce e basamento in legno a cui era solita rivolgere le sue preghiere, aveva preso a sanguinare. Il miracolo si ripetè circa un mese dopo, il 27 settembre. In entrambi i casi, molte persone accorsero sul posto, e la voce del prodigio si diffuse rapidamente in città, generando stupore e commozione, ma anche furiose polemiche e le ire del Sant’Uffizio.

Questa vicenda è stata studiata negli ultimi anni da due storici, Paolo Cozzo e Livio Ciappetta, che ne hanno parlato rispettivamente in Archivio italiano per la storia della pietà (Prodigi ematici nell’Italia degli anni Trenta del Novecento: crocifissi sanguinanti, stigmate e apparizioni fra Asti e Voltago, XXXVI, 2023) e in Rivista di storia del cristianesimo («Il più progredito di questi psicopatici». Il crocifisso sanguinante di Asti e l’approccio psichiatrico dell’Inquisizione nella prima metà del Novecento, 21, 1/2024). Si tratta di una storia complessa e affascinante, che si svolse in un periodo intenso per l’Italia e per la Chiesa cattolica. 

Il contesto del miracolo: un’ondata di prodigi ematici

Gli Anni Trenta del Novecento sono passati alla storia come quelli del consenso della stragrande maggioranza degli italiani verso la dittatura fascista. Il regime aveva incassato da poco l’accordo con il Vaticano, quello dei Patti lateranensi del 1929, e dopo qualche ulteriore, successiva tensione, i rapporti fra questi due poli della tranquilla coscienza della nazione erano buoni. La propaganda non perdeva occasione per esaltare il ruolo del fascismo come baluardo del Cattolicesimo verso il bolscevismo. La chiesa di Roma, con alla testa Pio XI, viveva una fase di nuova mobilitazione non solo contro la tirannia anti-religiosa sovietica, ma anche contro governi come quello messicano e quello repubblicano spagnolo, apertamente anticlericali. In questo contesto, in Italia si verificò in Italia un’ondata di “prodigi ematici”, ossia di presunti miracoli legati al sangue: l’episodio astigiano che vi racconteremo  ne è parte, ma spicca in questa serie sia per la molteplicità dei fenomeni, sia per la complessità delle dinamiche innescate e per la varietà degli attori coinvolti. 

Il presunto sanguinamento avvenne nella Casa madre degli Oblati di san Giuseppe, congregazione fondata nel 1879 dal sacerdote torinese Giuseppe Marello (1844-1895). Protagonista della vicenda fu, come già detto, Maria Tartaglino, che nel 1933 aveva 46 anni e viveva dal 1925 nell’annesso Istituto di Santa Chiara, affidato dai Giuseppini alle Suore della Pietà. L’11 agosto 1933, e poi nuovamente il 27 settembre, la Tartaglino avrebbe assistito al prodigioso sanguinamento di un suo crocifisso di sua proprietà. Tra le testimoni del miracolo c’era anche la Madre superiora, che nel corso del processo diocesano avrebbe poi dichiarato di aver assistito in prima persona al sanguinamento: 

Stavamo osservando con commozione, ecco che vidi la ferita del costato, in cui il sangue si era già raggrumato, ravvivarsi di nuovo ed arrossarsi, poi aprirsi come si aprono due labbra, e scendere una goccia, mentre noi stavamo osservando tutte tremanti.

La notizia si diffuse all’istante in tutta Asti, alimentando curiosità e devozione. Erano anche i giorni in cui la Chiesa celebrava il XIX centenario della Redenzione con un trionfalistico Giubileo straordinario: un’occasione che aveva ricondotto al centro della devozione popolare il tema la Passione del Cristo, con conseguente, solenne ostensione della Sindone. D’altro canto,  Asti non era nuova a fenomeni prodigiosi legati al sangue: già nel XVI e nel XVIII secolo era stata teatro di miracoli eucaristici, in cui l’ostia avrebbe sanguinato – una circostanza che aveva contribuito a darle la fama dai toni controriformati di Città del preziosissimo Sangue.

Fatto “vero e reale”?

Attorno al crocifisso sanguinante, conservato nella chiesa degli Oblati, si generò presto un intenso fervore popolare, che però almeno in una prima fase non parve allarmare le autorità ecclesiastiche locali. Il vescovo di Asti, Umberto Rossi (1879-1952), si era insediato da poco: informato del fatto, aveva istituito una commissione d’esame, come previsto dal diritto canonico del tempo. Il tribunale ecclesiastico astigiano fece analizzare il sangue nei laboratori dell’Università di Torino e sottopose il crocifisso a radiografia. Le analisi conclusero che si trattava di sangue umano e che il crocifisso non presentava cavità interne atte a contenere liquidi. 

Chi segue il CICAP però probabilmente lo sa: questi esami non sono sufficienti a escludere un inganno. Non escludono, ad esempio, che il sangue possa essere applicato direttamente sulla statua da una persona intenzionata a inscenare il miracolo. In questo senso anche dichiarazioni come quella della Madre superiora non possono essere dirimenti: in quei momenti di stupore e di emozione, è difficile capire se il sangue stia davvero uscendo dalla statua, o se non possa essere stato semplicemente applicato dall’esterno. In casi simili è accaduto, per esempio, che testimoni in buona fede abbiano dichiarato di aver assistito al sanguinamento della statua anche quando le fotografie non mostravano cambiamenti nella conformazione delle macchie.

Nel caso di Asti, purtroppo, la prudenza della diocesi fu ben presto abbandonata. Il 14 maggio del 1934 arrivò infatti la sentenza del Tribunale ecclesiastico: il sanguinamento era un “fatto vero e reale, comprovato dal numero e dalla credibilità dei testimoni”, nonché dalle analisi di laboratorio. Il prodigio era un “fatto straordinario non spiegabile umanamente colle sole forze naturali”. Lo stesso vescovo Rossi parlò del “nuovo miracolo di sangue” nella sua lettera pastorale per la quaresima del 1934, definendolo: 

una grande gloria e una grande misericordia per la congregazione degli oblati di san Giuseppe, per la città e per la diocesi di Asti.

Nel marzo 1934, folle di devoti attirate dal “miracolo” si riversarono ad Asti. Le prime fotografie del crocifisso “sanguinante” furono scattate dal canonico don Maurizio Barosso, rettore del Santuario della Madonna del Portone di Asti, appassionato sostenitore delle visioni di Fatima del 1917 e di altre apparizioni, e la loro diffusione contribuì ancora di più alla vicenda. Tenete a mente il nome di questo prete: avrà un ruolo importante nella nostra vicenda. 

Entra in scena il Sant’Uffizio

L’eco dell’evento raggiunse presto anche Torino – non ultimo, in un periodo di intenso fervore religioso per i preparativi della canonizzazione di don Bosco. Proprio a Torino, tuttavia, iniziarono a sorgere le prime perplessità sulla veridicità del miracolo. L’arcivescovo Maurilio Fossati (1876-1965) informò dei fatti il Sant’Uffizio il 10 aprile, riferendo dell’interessamento di Luigi Gedda, il medico futuro presidente dell’Azione Cattolica ai tempi delle storiche prime elezioni repubblicane dell’aprile del 1948. L’analisi del sangue eseguita da Gedda alimentò ulteriormente i dubbi: si trattava di sangue umano, certo, ma era dello stesso tipo di quello di Maria Tartaglino. Le prove del DNA non erano ancora disponibili.

Pochi giorni dopo, il 12 aprile, al Sant’Uffizio giunse un’altra lettera, questa volta da padre Agostino Gemelli, cioè da una delle personalità italiane più influenti della prima metà del Ventesimo secolo. Gemelli, che aveva esaminato celebri stigmatizzati come Pio da Pietrelcina e Teresa Neumann, si disse convinto che non vi fosse “alcun fondamento per il miracolo stesso”. Fu lui stesso, anzi, a sollecitare un intervento del Sant’Uffizio, simile a quelli richiesti in passato per altri casi controversi, anche per stemperare un “certo dissenso che sembra essere sorto fra mons. vescovo e i reverendi padri giuseppini”. 

La risposta del Sant’Uffizio non tardò: il 21 aprile la congregazione inviò ad Asti un suo consultore, il carmelitano scalzo Lorenzo di San Basilio. Come misura cautelativa, dispose la rimozione del crocifisso dalla venerazione pubblica, il suo ritiro in un luogo chiuso e appartato e il divieto di vendita e circolazione di immagini, opuscoli, medaglie e altri oggetti devozionali relativi al presunto prodigio.

Gli ordini del Sant’Uffizio furono un colpo per  gli Oblati di san Giuseppe, che si erano adoperati in ogni modo per diffondere la fama del crocifisso, anche grazie alla loro efficiente tipografia e tramite medagliette a tema. Questo zelo, agli occhi di molti, non appariva del tutto disinteressato, tanto che si diffusero voci secondo le quali i Giuseppini avessero “già guadagnato sul traffico delle immagini oltre 100 mila lire” – una somma ragguardevole, al tempo. 

Il Sant’Uffizio dice basta

Anche Lorenzo di San Basilio, il consultore del Sant’Uffizio inviato da Roma, ricavò un’impressione negativa dalla sua visita: per lui non c’era “niente di soprannaturale” nei fenomeni di Asti, trattandosi invece di “veri trucchi architettati dalla Tartaglino”. Il carmelitano descrisse la donna come una “buona figlia”, ma “soggetta ad illusioni isteriche, che le fanno commettere stranezze” surrettiziamente “ritenute per fatti soprannaturali”. 

Anche perché – seppur la cosa fosse stata tenuta nascosta – il consultore aveva potuto appurare che la donna era soggetta a un’infinità di altri fenomeni mistici: prima del 1933 avrebbe avuto ripetute esperienze estatiche, aveva assistito ad apparizioni e aveva  ricevuto le stigmate. Sulla base delle testimonianze, Lorenzo di San Basilio ipotizzò che Maria si fosse servita di qualche strumento metallico arroventato per prodursi le piaghe ai piedi, alle mani e al costato che aveva manifestato fino al 1932. In seguito, le stigmate sarebbero tornate, ma in forma “invisibile”, come zone dolorose. Inoltre, la donna sarebbe stata in precedenza vessata dal demonio che le compariva in forma di serpi e rospi, o come un “uomo piccolo”. Riteneva che ogni suo malanno fosse ascrivibile alle percosse del demonio – anche in quei casi per cui si sapeva benissimo l’origine del problema fisico. Quanto al crocifisso di Asti, la relazione del frate è impietosa. Sul primo sanguinamento afferma che 

in tutto ciò è così evidente il trucco che sarebbe proprio ingenuità più che puerile volerci vedere un intervento soprannaturale.

Per il secondo, suggerì che fosse stato ancora più facile da inscenare, dato che l’ambiente era “già montato” dopo i fatti di agosto. Così concluse:

Di tutte le asserite manifestazioni, parte sono fenomeni naturali, parte fenomeni di allucinazione, il resto è trucco. 

Per lui era stata la stessa Tartaglino, sofferente di frequenti emottisi, a bagnare il crocifisso, forse praticando anche piccole incisioni sullo stesso. Arrivò addirittura a proporre la distruzione del crocifisso: un intervento drastico, ma necessario per far cessare i pellegrinaggi. Non ultimo, criticò le autorità ecclesiastiche locali, che avevano avallato il miracolo, attirando devoti dalle diocesi vicine e persino “qualche turista tedesco”. 

La campagna del canonico Barosso

Nonostante la relazione del consultore, il crocifisso non venne distrutto e la sua devozione continuò a diffondersi, superando i confini della regione. A Roma Ildebrando Rossi, autore nella prima metà degli Anni Trenta di diverse opere millenaristiche e apocalittiche con conseguenti previsioni che si estendevano sino al 1999, pubblicò un opuscoletto intitolato Il sangue di Cristo in Asti e ne inviò una copia a papa Pio XI. Diversi devoti – spesso legati alla congregazione degli Oblati di san Giuseppe – si rivolsero direttamente alla Santa Sede, chiedendo la revoca delle restrizioni.

Il più attivo sostenitore della veridicità del prodigio però fu il già menzionato canonico don Maurizio Barosso. Barosso lanciò una vivace campagna di stampa a favore del miracolo, soprattutto attraverso le pagine del bollettino del suo santuario, Maria in famiglia. Era sicuro che non fosse un trucco: raccontava di essere stato testimone diretto di un sanguinamento, avvenuto il 23 settembre 1933, del quale aveva scattato una fotografia, e di un altro episodio simile occorso il 10 agosto 1934. Secondo Barosso questi eventi, verificatisi senza la presenza di Maria Tartaglino, smentivano le accuse di mistificazione. Nella sua corrispondenza con Pio XI, Barosso espresse il timore che il “mondo malvagio” stesse cercando di umiliare “una diocesi intera col suo vescovo”.

Nonostante il divieto ufficiale, Barosso continuò la sua opera, facendo circolare fotografie del crocifisso con didascalie polemiche. Accostava  il presunto miracolo di Asti a fenomeni prodigiosi simili avvenuti in Italia e all’estero, in particolare in Belgio, dove fra il 1933 e il 1934 si era verificata una vera ondata di apparizioni mariane con annessi segni celesti (luci in cielo, “soli rotanti”)  e di crocifissi sanguinanti. Dalle pagine del suo bollettino, Barosso presentava questi eventi come segni dei tempi, interpretandoli in chiave religiosa, piuttosto che neuropsichiatrica. Era lontanissimo dalla linea interpretativa, in sostanza positivistica, che in ultima analisi in quei decenni era riconducibile all’autorità di padre Gemelli. Nel 1937 Barosso si gettò a capofitto in un’altra storia di apparizioni mariane, quella che vedeva per protagonisti un gruppo di bambini di Voltago, nel Bellunese: la vedremo meglio fra poco.

La campagna di don Barosso attrasse ben presto l’attenzione accigliata del Sant’Uffizio, preoccupato che Maria in Famiglia avesse l’imprimatur della curia episcopale. Per il consultore di Roma, le motivazioni dietro a tanto attivismo erano tutt’altro che spirituali: i racconti di prodigi aumentavano abbonamenti ed offerte, permettendo al sacerdote di far fronte ai debiti contratti per i lavori del santuario. Richiamato dalle autorità ecclesiastiche, Barosso nel giugno 1936 fu costretto a interrompere la pubblicazione di Maria in famiglia; già nel mese successivo, tuttavia, il giornale riappariva sotto un altro titolo, Porta Paradisi. Soltanto un fermo avvertimento del Sant’Uffizio al vescovo Rossi, nel novembre 1936, mise fine alla vicenda: Barosso, seriamente rampognato, fu sostituito alla direzione del bollettino, e la situazione ad Asti tornò relativamente tranquilla.

Da Asti a Voltago: un nuovo capitolo

La vicenda, tuttavia, era destinata a conoscere un nuovo sviluppo, ancora una volta con Barosso come protagonista. Ve ne avevamo già accennato. Nel luglio del 1937, il sacerdote  era in vacanza a Voltago, nella diocesi di Belluno, dove alcune giovani ragazze dichiaravano di aver avuto apparizioni della Madonna

Le mariofanie, divulgate dalla stampa, furono ben presto screditate dal clero locale e censurate dall’autorità diocesana. Nonostante ciò, Barosso intercettò le veggenti, disobbedendo alle disposizioni del vescovo e autoproclamandosi loro direttore spirituale. Sotto la sua guida, i pellegrinaggi a Voltago ripresero, generando disordini e tensioni. Una piccola curiosità: tra coloro che parteciparono alla velocissima inchiesta diocesana sulle apparizioni, che stabilì la “non sovrannaturalità” dei fenomeni, c’era anche un giovane prete del posto, Albino Luciani – il futuro papa Giovanni Paolo I.

Barosso però non ci stava. Le presunte estasi e le stigmate delle giovani di Voltago furono collegate dal sacerdote agli eventi di Asti. Barosso portò due delle veggenti bellunesi, Maria Miana ed Elsa Miana, presso il santuario del Portone che ancora dirigeva, e lì ebbero luogo nuove apparizioni mistiche. La mossa esasperò ulteriormente il clero bellunese, che definì senza remore don Barosso ”ignorante e credulo”. Nonostante le smentite, Barosso continuò a sostenere l’autenticità delle visioni del Bellunese, anche tramite una fitta corrispondenza con lo scrittore bavarese Friedrich von Lama, anche lui interessato ai fenomeni mistici.

Poi la situazione di Voltago precipitò, con denunce al Sant’Uffizio contro Barosso e contro le veggenti. Nel novembre del 1938, il Sant’Uffizio confermò la non soprannaturalità delle apparizioni di Voltago e ordinò che le ragazze tornassero alle loro famiglie o che fossero collocate in istituti, lontano dalla cattiva influenza del Barosso. Il sacerdote fu diffidato dal continuare a interessarsi alla vicenda e fu convocato a Roma. Agli inizi disattese gli ordini, ma nei primi giorni del febbraio 1939 si presentò al Sant’Uffizio, dove ricevette “una severa ammonizione” e gli fu tolta la “facoltà di scrivere e di predicare”.

Nonostante le sanzioni, Barosso continuò in segreto la sua attività di propaganda, come testimoniato dalle sue lettere. Anche le ragazze, benché allontanate dal santuario del Portone, continuarono ad aggirarsi nell’Astigiano, alimentando vieppiù le polemiche. Soltanto nel 1942 una delle veggenti di Voltago, Maria Miana, fu condotta prima a Busto Arsizio e poi nella sua valle natale. Nel maggio 1943, sia lei sia Antonio Basso, considerato il suo “tutore” furono scomunicati, ponendo fine alla drammatica vicenda di Voltago.

L’approccio psichiatrico dell’Inquisizione

Come fa notare Livio Ciappetta nel suo studio, il caso del crocifisso sanguinante di Asti si inserisce in un contesto in cui il Sant’Uffizio, di fronte a una nuova ondata di devozioni popolari, adottava un approccio sempre più influenzato dalla psichiatria e dal positivismo psichiatrico. Già negli anni Venti e Trenta, teologi come il gesuita Joseph F. M. de Guibert (1877-1942) avevano messo in guardia dal rischio di una “invasione mistica” che potesse sfuggire al controllo della Chiesa romana. Il pontificato di Pio XI, pur aperto al riconoscimento di fenomeni di misticismo e di santità in linea con i canoni ecclesiastici, si mostrava intransigente e rigoroso nella pratica cattolica del “discernimento”, in cui, del resto, il Cattolicesimo si riteneva espertissimo.

In questo quadro, i qualificatori del Sant’Uffizio si dotarono di nuove categorie interpretative, mutuando terminologia e approcci dalla psichiatria. I dubbi sulla salute mentale delle presunte mistiche diventarono sempre più frequenti nelle indagini inquisitoriali, affiancando i tradizionali suggerimenti pastorali di prudente direzione spirituale e di preghiera di diretta derivazione controriformata. L’uso di categorie mediche non era per la chiesa cattolica una novità assoluta, ma la frequenza e la consapevolezza con cui gli inquirenti della Chiesa di Roma le utilizzavano nei primi decenni del Novecento rappresentava un cambiamento significativo. Teologia e psichiatria non erano affatto considerate discipline distinte e rivali, ma entrambe necessarie per il discernimento degli spiriti: tutto, comunque, in direzioni autoritarie e solidamente certe delle proprie fondamenta, ma convergenti.

D’altra parte, ricordiamolo, già nel caso celeberrimo di padre Pio, visitato da padre Gemelli nel 1920, era stata avanzata un’interpretazione di tipo isterico. Lo stesso, in minore, era avvenuto con Maria Tartaglino: per Lorenzo da San Basilio la donna era un “soggetto neuropatico […] con struttura fisica e psichica miserrima”. Il rettore degli Oblati, Mario Martino, non era altro che “il più progredito di questi psicopatici”, suggestionato al punto da sperimentare gli stessi dolori della Tartaglino. Giudizi tecnici degni del miglior medico alienista di inizio secolo.

Soltanto in questo ambiente predisposto al meraviglioso, era la conclusione, il trucco orchestrato dalla donna aveva potuto diventare un miracolo, cosa che non sarebbe avvenuta se le autorità ecclesiastiche locali avessero agito con maggior prudenza. Il controllo della coscienza religiosa, in sostanza, rimaneva la chiave, sia pure in versione “moderna”.

Fine di una vicenda dolorosa

Il destino di don Barosso dopo la scomunica della veggente di Voltago rimase incerto, ma non si conoscono altri provvedimenti disciplinari a suo carico. Nel 1944 terminò il suo incarico di rettore del Santuario del Portone, e poi uscì di scena. La storia del crocifisso sanguinante di Asti, così come quella delle apparizioni di Voltago, si spensero, pur lasciando tracce nella storia della pietà popolare italiana. Anche così, tuttavia, nonostante la condanna del Sant’Uffizio, la vicenda ha conosciuto tra il 2012 e il 2016 una ripresa di attenzione mediatica. Esiste ad oggi una comunità di fedeli che porta avanti il ricordo e la devozione verso il crocifisso astigiano. Di recente ne ha chiesto la restituzione e la possibilità di esercitare in modo libero la propria spiritualità. Il gruppo sottolinea l’esistenza di un presunto legame tra Maria Tartaglino e Padre Pio, che, almeno secondo fonti online, si sarebbe recato dalla donna in stato di bilocazione. 

Dal nostro punto di vista, quello scettico, poco si può aggiungere: le analisi scientifiche sul crocifisso erano già quasi un secolo fa del tutto insufficienti, e i sospetti del Sant’Uffizio probabilmente tutt’altro che campati in aria. Rimane un caso interessante per chi si interessa di paranormale religioso – un caso che offre uno spaccato della religiosità italiana degli Anni Trenta, cioè in pieno fascismo. Un episodio in cui devozione popolare e alcuni esponenti del clero locale entrarono in conflitto violento con le autorità ecclesiastiche, che si avvalsero di interpretazioni mediche e psicologiche per tacitare chi credeva nella realtà degli episodi, mentre le autorità civili, per quanto ne sappiamo, rimanevano indifferenti alla vicenda, o, forse, assecondavano le logiche illiberali delle gerarchie clericali. 

Non è sempre stato così, nella storia del paranormale religioso: in altri casi la Chiesa cattolica è stata ben più disponibile a sposare interpretazioni al confine del meraviglioso. Essere catalogati come “isterici” o “veggenti” è anche un po’ una questione di fortuna, di mode o di interpretazioni teologiche prevalenti.

Si ringrazia Roberto Labanti per le fonti fornite. Foto di Jan Krajc da Pixabay