Adelelmo Furiazzi, il “santo” guaritore di Moncalieri
Giandujotto scettico n° 194 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Sabato 15 settembre 1956 i due maggiori quotidiani torinesi, La Stampa e Gazzetta del Popolo, riferivano in maniera succinta nelle loro pagine di cronaca cittadina dell’avvenuto decesso di un uomo.
La sera prima, in una casa del centro storico di Moncalieri, alla periferia sud-est del capoluogo di regione, era infatti morto in giovane età un certo Adelelmo Furiazzi. C’era anche una foto dell’uomo – sguardo ispirato, crocefisso al collo. Ecco perché si parlava di quel decesso. Furiazzi, paralizzato sin dall’infanzia a causa della poliomielite, aveva da anni assunto fama di guaritore. Lo chiamavano “Il santo di Moncalieri” perché – così si diceva – operava guarigioni nei confronti di malati per i quali i medici avevano perso ogni speranza. Anzi, il primo “miracolo” l’aveva ottenuto quando aveva appena sei anni, “semplicemente pregando”, scriveva Gazzetta del Popolo.

Era arrivato dalla sua terra d’origine qualche anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e da allora viveva in quella casa insieme ai genitori e ai fratelli, costretto su una poltrona. Da quando aveva scoperto di possedere quel curioso sesto senso – così lo chiamava La Stampa – la sua fama di diagnosta e di guaritore si era diffusa, e la gente affluiva verso la sua abitazione. Lui esortava tutti alla preghiera, capace di “individuare l’origine dei più strani mali”.
La casa del “santo”, uno spazio “sacro”
Cronache succinte, come si vede. Se siamo in grado di dire qualcosa di più su questa vicenda umana, lo dobbiamo alla Gazzetta del Popolo del giorno seguente. Un giornalista che si siglava semplicemente “u. r.” si dilungava sulla vita del “santo”, sui suoi poteri, e sulla sua abitazione. Così la descriveva il cronista, giunto sul posto:
[…] nella stanza dove il “santo” riceveva i pazienti, tra gli ex-voto d’argento e le icone, una folla di parenti e di “miracolati” parla del morto. Ci guardiamo intorno: ecco la statua di gesso della Vergine con le lampadine accese intorno alla aureola, la grande fotografia di Padre Pio benedicente, gli altarini, i messali e i libri delle devozioni; ecco la poltrona a rotelle sulla quale Adelelmo Furiazzi aveva trascorso, immobilizzato da una paralisi progressiva, molti anni della sua breve esistenza terrena conclusasi a 38 anni, emblema adesso del suo calvario agli occhi della gente semplice e commossa.
Al contrario dei due articoletti del giorno precedente, che lo davano di origine abruzzese, Gazzetta del Popolo del 16 scriveva che Furiazzi era giunto con la famiglia dalla provincia di Urbino, cioè dalle Marche. Il padre, vecchio contadino, era ammutolito, chiuso nel dolore. Sembrava stupito, per il cronista, per il viavai di gente che voleva vederne la salma. Del resto, proseguiva il giornalista con uno sguardo rispettoso ma acuto, il figlio aveva cessato di appartenergli il giorno in cui si era ammalato. La vita tutto sommato serena fra campi e la vigna era cessata, tanto più che la poliomielite, a parte rendere invalido Adelelmo, aveva ucciso un’altra sua figlioletta; una terza, sempre a causa del contagio, aveva “perso la ragione” (espressione con la quale si intendeva forse far riferimento a conseguenze neurologiche della malattia). Un’altra figlia, Emma, era andata a Torino con il padre, mentre Adelelmo era rimasto al paese. Quando nel 1946 Emma tornò a casa, trovò la salute del fratello assai peggiorata. Lo portò con sé, nella grande città del nord ancora gravata dagli esiti della guerra, sperando nei luminari della medicina. Il responso fu deludente: era chiaro che la paralisi era irreversibile.
Segue una notazione interessante. Sarebbe stata la sorella, Emma, a fronte del verdetto, a offrirgli, “sollecita”, il conforto della fede, cosa che lui avrebbe accettato “con l’ingenua umiltà del contadino”. Da qui si sarebbe innescato il processo che lo avrebbe condotto alla sua seconda fase della sua vita, quella di “mediatore” con il divino per i malati. Tornato a Urbino, “dove la madre trascorreva le sere recitando lunghe interminabili preghiere”, avrebbe avuto “una crisi religiosa”, che purtroppo ci è descritta soltanto in termini sommari. Digiuno, abbandono del gioco a carte con gli amici all’osteria, ore passate a pregare. Quando tornò a Moncalieri, dove poi visse, non si lamentò più per la sua condizione. Da qui in poi, iniziò la sua carriera di guaritore paralitico, i cui segni evidenti il cronista ravvisava nella casa del defunto: stanza diventata un santuario, ex voto, lettere di ringraziamento dei malati sanati, racconti orali dei convenuti per la morte del “santo”. È giusto, continuava u. r. con un certo pathos, “rispettare queste zone di mistero, accettare la tensione collettiva che contiene la sua invisibile presenza”.
Le affezioni che si dicevano guarite da Furiazzi sarebbero state molte: la scomparsa di “crisi di epilessia dovute ai bombardamenti bellici”, due suore guarite dopo essere state “segnate” dal santo, un imbianchino (un decoratore, come si dice in Piemonte) che soffriva di capogiri, pericolosissimi per lui che lavorava sulle impalcature, ma del tutto scomparsi dopo che il santo lo aveva toccato con un crocefisso, e così via. Tutti ora invadevano, affollandola, quella stanza dove fino a poco tempo prima Furiazzi riceveva i pazienti. E infine, il racconto di un uomo tornato dal campo di sterminio nazista di Mauthausen con la tubercolosi, che bestemmiava di continuo, e al quale Adelelmo aveva chiesto di non imprecare più, ed era guarito; e dopo un po’ era guarita anche la figlioletta sordomuta.
Furiazzi aveva preso a toccare anche gli indumenti di malati lontani, per guarire a distanza. La fama andò estendendosi all’estero: un pacco di lettere giaceva ancora sul tavolo: dalla Francia, dalla Svizzera, con foto di un bimbo guarito dal cancro o della donna già sterile diventata madre, in una processione quasi interminabile.

La sofferenza, segno del soprannaturale
Nel suo articolo,. u. r. non se la sentiva di scrivere qualcosa di più netto sulla sequela delle presunte guarigioni – comprese quelle da tumori. Forse, “la suggestione”, quella capace di liberare “dai corpi malati misteriose energie e volontà riposte”, era nata da un inganno? La sofferenza dell’uomo era interpretata, secondo la tradizione cattolica, come un “segno”, una dimostrazione che il soprannaturale aveva scelto di operare per mezzo di Adelelmo Furiazzi. Proprio lì, alla periferia di una Torino ancora lontana dal boom economico e dalle mode occultistiche che l’avrebbero scossa a partire dagli anni ‘70.
Tutti qui credono che il “santo” avesse ricevuto la missione di scontare attraverso la sua sofferenza il dolore degli altri uomini, e anche la sua morte – che allo scettico può apparire come una prova della legittimità del dubbio – viene accettata naturalmente, come il prezzo della salute restituita agli altri”.
Un guaritore ferito, Adelelmo Furiazzi, per citare il titolo di un libro del 1972 del teologo cattolico olandese Henri Nouwen (ma l’espressione arriva da C. G. Jung). E anche un archetipo culturale, quello del medico incapace di guarirsi, illustrato bene dalla storia del centauro Chirone, immortale ed esperto nell’arte medica, ma colpito al ginocchio da una freccia, e quindi costretto a consigliare rimedi per l’eternità, ma senza poter guarire se stesso.
Soltanto che Adelelmo, al contrario di Chirone, non era un archetipo o un essere mitologico: era soltanto un uomo che tentava di dare un senso a ciò che gli era successo. E, in un certo senso, di sopperire all’incapacità della scienza del tempo, ancora priva del vaccino, di porre rimedio all’ecatombe della poliomielite, di cui lui è stato uno dei tanti esempi. Il resto, miracoli improbabili compresi, conta poco.
Immagine di apertura: ex voto, da Wikimedia Commons, pubblico dominio
