Come si riconosce la tomba di un “vampiro”? Il caso di una necropoli croata
di Matteo Boccadamo
Le cosiddette “tombe dei vampiri” sono contesti archeologici ormai abbastanza raccontati sul web, per via del fascino che facilmente accendono. Si tratta di sepolture piuttosto insolite, presenti anche in Italia, ma in particolar modo nell’Europa dell’est, caratterizzate da modalità di deposizione che sembrano voler scongiurare un possibile “ritorno” dell’inumato nel mondo dei vivi. Lame poste all’altezza del collo, misure di contenimento dei corpi e altre alterazioni post-mortem sono in alcuni casi effettivamente interpretabili come pratiche necrofobiche. Ma come giungono gli studiosi a tali conclusioni? E cosa c’entrano i vampiri? La necropoli di Račeša (Croazia) fornisce un esempio che può aiutare a comprendere questo genere di dinamiche. [1]
Il sito consiste in una fortezza templare, successivamente mutata in edificio sacro. Ha restituito, infatti, più di 180 sepolture cristiane datate tra XV e XVI secolo, scoperte e indagate tra il 2012 e il 2023 dall’Istituto Croato di Archeologia. La tomba 157, posta all’interno della struttura lungo un muro perimetrale, sembrava una delle tante e non ha acceso fin da subito un particolare interesse nei ricercatori: il disordine delle ossa dell’unico inumato al suo interno faceva pensare a una sepoltura disturbata dai saccheggiatori, come molte altre. Solo una volta avuto il quadro completo della situazione è stato possibile notare la particolarità del caso.
Gli arti inferiori dell’individuo, così come l’arto superiore destro e l’avambraccio sinistro, si presentavano ancora in posizione anatomica, occupando, cioè, il posto che normalmente ci si aspetterebbe; il torace e la testa invece no, risultavano disarticolati e dislocati in un modo alquanto insolito. Il tronco in particolare era completamente ruotato a faccia in giù; ancora riconoscibile come un blocco unico, con tutte le vertebre e le coste coerenti tra loro, ma interamente ribaltato, con la “schiena” rivolta verso l’alto e il “petto” poggiato sul terreno. Il cranio, staccato dalla spina dorsale, era ruotato sul lato sinistro e spostato di circa 30 cm insieme alla sua mandibola.

Alcune parti del corpo, dunque, avevano mantenuto la loro posizione originaria durante la decomposizione, mentre altre avevano subito un’alterazione che non era spiegabile con l’intervento di fattori ambientali. Vale a dire che la tomba fu riaperta e le spoglie furono intenzionalmente manomesse e disturbate da qualcuno. Atto che non può essere avvenuto molto tempo dopo la deposizione, in quanto le ossa distaccate non mostravano segni di tagli netti, resezioni né decapitazione, ma le articolazioni avevano comunque mantenuto una certa coerenza. Significa che il corpo è stato smembrato in uno stato di decomposizione non avanzato, quando i tessuti si erano indeboliti, ma i legamenti permettevano ancora una connessione.
Per cercare di capire i motivi dietro tale macabra profanazione, assolutamente anomala e molto probabilmente indice di discriminazione nei confronti dell’individuo, si è indagato più a fondo su di esso, alla ricerca di qualche indizio sulla sua persona. Si tratta di un uomo tra i 40 e i 50 anni, alto circa 1,64 m, con segni di patologie dentali, metaboliche e fratture ossee, che descrivono un precario stato di salute generale, ma soprattutto un vissuto abbastanza turbolento o quanto meno ricco di episodi violenti. Lo si desume da una serie di lesioni, come un’evidente frattura alla caviglia destra e un profondo squarcio sulla mascella, a cui probabilmente corrispondeva un terrificante sfregio sul viso. Sono sicuramente frutto di traumi, riferibili a eventi distanti tra loro nel tempo e saldate già in vita. Visse inoltre privo di alcuni denti, mentre altri indizi di ferite rimarginate diversi anni prima della morte compaiono anche su due coste.
Già nell’aspetto, dunque, l’uomo non doveva apparire tanto avvenente. Il cranio, infine, presenta due profondi e netti tagli provocati (almeno in un caso) da colpi di lama. Sono questi che, con buona probabilità, ne hanno causato il decesso, dal momento che non mostrano il minimo segno di guarigione, ma restituiscono anzi tutta la brutalità dell’atto, con porzioni di calotta cranica gravemente danneggiate. Che fosse un guerriero avvezzo al combattimento, un malvivente, un personaggio bellicoso, o semplicemente perseguitato o sfortunato, sta di fatto che l’uomo fu coinvolto in più scontri molto violenti. E uno di questi gli fu fatale.
Risiede proprio qui l’aspetto culturale che tira in ballo i vampiri. Secondo la mitologia slava, l’anima non lascia immediatamente il corpo dopo il decesso, ma vi rimane legata per 40 giorni, prima di iniziare un lungo trapasso. E chi ha vissuto o è morto in maniera violenta, oppure si è macchiato in vita di gravi peccati, o ancora risultava deviante per aspetto e comportamento rispetto alla comunità di appartenenza, non subisce la decomposizione, ma corre il rischio di tramutarsi in vampiro.
Questo termine, la cui incerta etimologia pare effettivamente slava, assume i contorni classici del nostro immaginario collettivo solo in tempi recenti, per via di influenze letterarie e cinematografiche. Ma nelle tradizioni est-europee medievali il concetto di vampiro è invece più genericamente legato a un peccatore “non-morto”, che riemerge dalla tomba per tormentare i vivi. Era considerato la manifestazione di uno spirito impuro che si impossessava di un corpo in putrefazione per tornare a vendicarsi sulla collettività che lo aveva discriminato. Pertanto non era così inusuale riaprire le sepolture di individui temuti o evitati, per controllarne lo stato di decomposizione nelle prime settimane ed eventualmente scongiurare la trasformazione.
Ma poiché in questo lasso di tempo il processo è solo alle fasi iniziali, era facile notare quella che sembra la crescita di unghie e capelli, rigonfiamento dell’addome o fuoriuscita di fluidi biologici dalle cavità. Tutte terribili prove di una morte non sopraggiunta, appunto, nonché tratti fisici descrittivi dei vampiri nel folklore balcanico. Ecco allora che si doveva “porre rimedio”, intervenendo direttamente sul cadavere per impedirgli o complicargli il più possibile movimenti, azioni e resurrezione.
Il trattamento che ha subito l’inumato della tomba 157 di Račeša, con il busto staccato e rivolto sotto-sopra, come descritto, risulta pertanto compatibile con una lettura di questo tipo e può legittimamente rientrare nel novero di tali interpretazioni. Ma le pratiche necrofobiche potevano variare molto: si trovano corpi rivolti interamente a faccia in giù, lame o pioli conficcati in corrispondenza degli organi vitali (forse all’origine del celebre paletto nel cuore), mattoni o sassi posti in bocca, sul viso o tutto il corpo, o ancora il disfacimento totale delle connessioni anatomiche.
Sono diversi i contesti sepolcrali della Croazia da cui sono emerse anomalie tafonomiche di questo tipo. E quasi nel 42% di essi, non a caso, gli inumati presentavano gravi deformità di natura patologica. Tutta gente che, insomma, da viva suscitava orrore, disgusto o risultava in qualche modo invisa alla comunità di appartenenza. Tutti candidati alla trasformazione vampiresca, che andava evitata.
Cosa accadeva altrimenti? Si rischiava che i redivivi si aggirassero nottetempo nelle campagne, danneggiando piantagioni, raccolti e soprattutto bestiame, di cui si cibavano. Questa credenza nasceva dai fluidi biologici fuoriusciti da bocca e naso dei sepolti, che al momento dell’osservazione erano confusi con sangue e interpretati come residuo del pasto.
Ma i vampiri erano pericolosi soprattutto per gli esseri umani, tra i quali diffondevano malattie, piaghe epidemiche e disturbi del sonno. Durante la notte potevano andare a posarsi sul petto di chi dormiva, provocando pressione toracica, soffocamento, dolore, angoscia, paralisi e incubi. La parola “incubo” deriva infatti dal verbo latino incubare che significa proprio “giacere sopra”.
Tale narrazione viene poi associata per estensione ad altre creature malefiche di varie tradizioni e culture – come appunto gli Incubi, generalmente demoni maschili che tormentavano il sonno delle donne – e che trovano rappresentazione anche in celebri opere pittoriche, come The Nightmare di Füssli. Nell’ambito popolare slavo erano fenomeni che suggerivano la presenza minacciosa di un redivivo. Quando si sperimentavano episodi del genere o appariva in sogno una persona temuta, ormai defunta, era proprio giunto il momento di andare a controllarne la tomba ed eventualmente procedere con misure drastiche.
Si ringrazia il Dott. Roberto Cighetti, tra gli autori del paper e partecipante alla campagna di scavo, per le immagini e la supervisione di questo articolo.
Note
- [1] Nataša Šarkić, Roberto Cighetti, Sofie-Kristin Schendzielorz, Marija Mihaljević, Rest in pieces: an atypical burial from the necropolis in Račeša (Croatia), 13th–16th century, in Military orders and their heritage – Proceedings of the 8th International Conference on Mediaeval Archaeology of the Institute of Archaeology, Zagabria 2024. Disponibile su Academia
