4 Giugno 2026
Misteri vintage

Clyde Tombaugh, l’uomo di Plutone (e degli UFO)

di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Clyde W. Tombaugh è quasi un mito, nella storia dell’astronomia moderna. Era nato nel 1906, in Illinois, ma quando aveva quattordici anni i genitori, agricoltori, si erano trasferiti con lui e i suoi cinque fratelli e sorelle in un paesino insignificante del Kansas. È lì che era davvero esploso il suo amore per l’astronomia. Non avendo la possibilità di andare fin da subito all’università, era diventato in breve tempo un eccezionale costruttore di telescopi, mentre acquisiva per conto suo conoscenze di fisica e di astronomia di prim’ordine. Ottenere la laurea all’Università del Kansas, più tardi, fu poco più che una formalità.

Clyde W. Tombaugh, 1930 circa. Da Wikimedia Commons, pubblico dominio

Ecco il primo motivo di eccezionalità di Tombaugh. Era un osservatore fantastico dei corpi astronomici, fotografo e disegnatore senza pari della superficie dei pianeti. Nel 1929, a ventitré anni, inviò suoi schizzi di Marte e Giove con relativi calcoli e deduzioni all’Osservatorio Lowell di Flagstaff, nel deserto dell’Arizona, allora uno dei principali dell’America del Nord. Quelli ne intuirono subito le capacità, e subito lo assunsero. Tombaugh vi rimase sino al 1945, poi ebbe incarichi più importanti: nei primi Anni 50 lavorò come fisico al poligono di lancio di White Sands, nel Nuovo Messico, un luogo che s’intrecciò spesso con la storia dell’ufologia. Poi diventò professore di astronomia all’Università del Nuovo Messico, dove rimase sino al 1973.

Gli è riconosciuta la scoperta di quindici asteroidi, l’osservazione di altri ottocento, quella di una cometa, di molte galassie e di un numero spropositato di stelle variabili. Si può considerare dunque un esponente di primo piano dell’astronomia con dispositivi ottici nel periodo delle sue massime possibilità. 

Però, c’è un secondo motivo di eccezionalità e di fama di Tombaugh, quello che li supera tutti. Anche il pubblico più vasto lo conosce per quello. Nel 1929, all’osservatorio Lowell, fu incaricato di dare la caccia a un eventuale pianeta trans-nettuniano, cioè, più lontano di Nettuno dal Sole, sulla base delle previsioni che erano state fatte molti anni prima da Percival Lowell, l’astronomo a cui era intitolato l’osservatorio. Usando un astrografo per riprendere la stessa, piccola sezione del cielo in notti diverse, e applicando all’analisi delle immagini un comparatore a intermittenza, il 18 febbraio del 1930 Tombaugh, a soli ventisette anni, scoprì un grande corpo planetario in orbita intorno al nostro Sole, ma lontanissimo da esso. Gli fu dato nome Plutone. La vicenda del suo declassamento a pianeta nano, nel 2006, è ben nota, ma, come si dice, è un’altra questione. Comunque sia andata a finire, con le sue osservazioni Tombaugh si è ampiamente meritato un posto nella storia della scienza.

Eppure, a noi interessa un terzo motivo di eccezionalità di Clyde Tombaugh. Una causa di notorietà che, forse, se potesse esprimersi (è scomparso nel 1997) gli risulterebbe meno gradita: un po’ per suo interesse, un po’ perché alcune cose gli sono state appiccicate addosso, Tombaugh fu coinvolto in varie forme nella questione Ufo. Dopo tanti anni, non tutto è chiaro, per quanto riguarda portata e motivazioni delle sue frequentazioni ufologiche. Ma possiamo ricostruirne per sommi capi gli aspetti principali. 

Lui li ha visti!

La questione dei “dischi volanti”, come erano chiamati allora, esplose nel luglio del 1947. C’è motivo di sospettare che Tombaugh ne sia rimasto incuriosito abbastanza presto: sta di fatto che, appena due anni dopo, prese nota con una certa enfasi di quanto, una sera, ebbe modo di vedere. 

La sera del 20 agosto 1949, mentre si trova con la moglie e la suocera sulla veranda di una villetta di Las Cruces, nel deserto del Nuovo Messico, ecco comparire nel cielo un gruppo di sei o otto grosse luci perfettamente rettangolari, una uguale all’altra e di colore giallo-verde. Tombaugh non riesce a capire se si tratti di un gruppo di corpi luminosi, oppure di uno solo, di cui i rettangoli fanno parte. Si muovono velocemente, e, purtroppo, riesce a seguirli solo per una manciata di secondi, finché paiono spegnersi. Coprono un’estensione di circa un grado, ossia più o meno il doppio di quella della Luna piena. È perplesso: pensa a un qualche tipo di riflesso, ma non ne ha mai visti, di quel genere. 

La cosa sarà resa pubblica dalla stampa tre anni dopo, nel 1952, e rimarrà per sempre il più noto, fra gli avvistamenti di “cose strane in cielo” riferiti da Tombaugh. Sulla vicenda manterrà per sempre un atteggiamento incerto, quasi ondivago. 

Il modo in cui l’avvistamento del 1949 fu rappresentato dall’ufologo francese Aimé Michel nel suo “Lueurs sur les Soucoupes Volantes” (1954).

Nel 1963, in una dichiarazione rilasciata all’astronomo Donald Menzel, uno dei primi arci-nemici degli Ufo, per il suo secondo libro sulla questione, The World of Flying Saucers, sembra adottare in modo chiaro la spiegazione preferita da Menzel per molti casi, quella dell’inversione del gradiente termico dell’atmosfera (un miraggio, insomma), anche se, si noti il punto, “di tipo piuttosto raro”. Nel libro c’era anche un disegno del fenomeno, basato su uno schizzo dello stesso Tombaugh. Nel frattempo, però, la stampa e gli ufologi più accesi si erano impadroniti della storia. Nel libro del francese Aimé Michel Lueurs sur les soucoupes volantes (1954), per esempio, le luci rettangolari erano interpretate come parti di un grande, solo oggetto – magari, degli oblò di una grande astronave. 

L’astronomo Donald Menzel cercò di spiegare il caso del 1949 come un fenomeno di rifrazione atmosferica (dal suo libro del 1963 “The World of Flying Saucers“).

Ciò non toglie che Tombaugh, in altre occasioni, parve assai meno netto sulla natura delle “luci”. Nel 1957 rilasciò una dichiarazione alla newsletter dell’associazione ufologica CSI (una di quelle “serie”), sostenendo di dubitare della spiegazione “riflesso”. Nel 1975, parlando con la rivista Science Digest – dunque dodici anni dopo il libro di Menzel – disse che, su quanto aveva visto nel 1949, la domanda era “ancora aperta”. 

Un altro avvistamento

Menzel, però, fu recidivo, con gli Ufo – nel senso che, a testimonianza della sua curiosità per il problema, riferì diverse altre osservazioni che lo avevano lasciato perplesso. Nel 1956, scrisse all’ufologo Leonard Stringfield che la cosa era successa almeno altre due volte, a partire dal 1949. Oggetti che, per lui sfidavano “ogni spiegazione… quali Venere, fenomeni di ottica atmosferica, meteore, o aerei”. 

Nell’agosto del 1952, l’astronomo Josef Allen Hynek (1910-1986), che molti anni dopo diventerà uno dei più noti sostenitori della realtà degli UFO, redasse un Rapporto Speciale sulle riunioni tenute con astronomi sugli Oggetti Aerei Non-Identificati. Si trattava di una parte del lavoro di consulente sulla questione UFO che svolgeva da quattro anni per l’Aeronautica militare americana. Fra i quarantacinque astronomi interpellati, c’era anche Tombaugh. Questi spiegò che uno o due anni prima, mentre lavorava con un altro studioso di meteore presso la stazione per la rilevazione di bolidi che l’Osservatorio di Harvard aveva installato presso il poligono di White Sands, dove Tombaugh dirigeva la Sezione misurazioni balistiche, aveva visto un oggetto molto luminoso (magnitudine -6, quattro volte più di Venere) scendere rapidamente dallo zenit verso l’orizzonte. Non sapeva spiegarne la causa, ma per lui il corpo aveva compiuto le stesse manovre della formazione di rettangoli vista tre anni prima. 

Quest’ultima nota è importante anche per un altro motivo. Per una coincidenza, Tombaugh lavorava alla base di White Sands in un periodo molto interessante anche per la storia ufologica. Dall’autunno del 1948, infatti, personale militare e anche molti civili avevano iniziato a segnalare avvistamenti di “meteore verdi” ricorrenti, che davano a molti testimoni l’impressione di essere misteriosi oggetti artificiali – magari, missili stranieri. L’USAF mise su anche un vero e proprio progetto di ricerca per osservarli, il Project Twinkle, che durò sino al 1951. I risultati, a parte qualche avvistamento casuale, furono quasi nulli – anche se qualche elemento documentale sembra essere ormai andato perso (su tutto ciò, rimandiamo a Il mistero delle “Green Fireballs”, di G. Stilo, edito dalla Cooperativa UPIAR, Torino, 1998).

L’evidenza archivistica mostra che, sebbene non sia stato coinvolto in modo diretto nelle indagini sulle presunte “meteore verdi”, ancora una volta Tombaugh se ne interessò. Qualsiasi cosa che fosse in apparenza strana, in quegli anni, lo affascinava. 

Tombaugh e i NEO?

Il coinvolgimento di Tombaugh nella questione Ufo era dunque pubblica sin dal 1952. La sua fama di osservatore del cielo e, al contempo, il fatto che lui stesso fosse perplesso su quanto aveva visto, furono probabilmente tra le cause che portarono alla comparsa di storie ufologiche su di lui ben più emozionanti delle precedenti. 

Nel corso dei colloqui con Allen Hynek, Tombaugh aveva proposto di utilizzare gli strumenti fotografici a sua disposizione per conto dell’USAF, in caso di avvistamenti per i quali fosse stato avvertito in tempo. Fu forse per questo che, alla fine del 1953, quando la stessa USAF creò un suo progetto per la ricerca di possibili mini-satelliti della Terra (dei Near-Earth Objects, o NEO, si direbbe oggi), Tombaugh fu tra i reclutati, insieme a un altro astronomo insigne, Lincoln La Paz (1897-1985), che fu coinvolto ancora più del suo collega nella questione Ufo. Tombaugh, che insieme ad altri lavorò al progetto – soprattutto presso il poligono di White Sands – spiegò alla stampa (per esempio, al Los Angeles Times, il 4 marzo del 1954) che lo scopo della ricerca aveva a che fare con i nascenti programmi spaziali: i NEO avrebbero potuto essere punti su cui, in caso di necessità bellica, sarebbero stati installati missili da dirigere verso obiettivi nemici. Per conto suo, ammesso che le mini-lune esistessero, era più probabile seguissero un’orbita quasi-equatoriale intorno alla Terra, e che avessero tempi di rotazione molto brevi. Per questo, la loro ricerca richiedeva apparati in grado di inseguire oggetti spaziali con moto apparente decisamente elevato. 

Il guaio è che, sin dal 1952, Tombaugh si era esposto un po’ troppo, sulla questione Ufo: i suoi avvistamenti, qualsiasi cosa ne fosse l’origine, erano subito diventati un fiore all’occhiello per gli ufologi militanti. Il più in vista di tutti, il giornalista e scrittore Donald E. Keyhoe (1897-1988), che aveva agganci in ambienti militari, Pentagono compreso, nel maggio del 1954 saltò fuori con uno scoop: aveva saputo da una sua fonte riservata che dall’estate dell’anno prima un nuovo radar a lunga portata aveva iniziato a rilevare due oggetti in orbita intorno alla Terra. Era per questo che, in realtà, era stato lanciato il progetto! Le voci cominciarono a sovrapporsi, e la storia esplose, in termini ancora più improbabili, il 29 agosto del 1954 sul settimanale Aviation Week: Tombaugh e La Paz avevano scoperto due satelliti naturali della Terra, a soli 650 e 950 chilometri dal nostro pianeta! Questa cosa era una sciocchezza senza capo né coda, in termini fisici. All’arrivo dei dispacci d’agenzia, gli astronomi francesi dell’Osservatorio di Parigi-Meudon, allora uno dei più celebri al mondo, risposero in maniera netta: ammesso che La Paz avesse davvero tratto conclusioni del genere, si sarebbe trattato di qualcosa di “azzardato”.

A quel punto, i due malcapitati risposero. Sul numero del 10 ottobre 1954 di Aviation Week, La Paz dichiarò che quella storia era “falsa in ogni suo dettaglio”, almeno per quanto lo riguardava. Nell’ottobre dell’anno successivo, su Popular Mechanics, fu la volta di Tombaugh: pur non potendo commentare in nessuna direzione sul progetto in corso (perché era un’iniziativa militare, classificata, non perché fossero a caccia di Ufo), confermava che la storia dei due satelliti in orbita a 650 ed a 950 chilometri era “errata” e che quanto facevano non aveva niente a che vedere con “i cosiddetti dischi volanti”. Finalmente, nel settembre del 1957, nel corso di un congresso di astronomia, Tombaugh dichiarò pubblicamente che la ricerca era andata completamente a vuoto. Il rapporto finale sull’iniziativa fu da lui stilato due anni dopo, nel 1959: nessun NEO era stato trovato. 

Lo strano destino di uno scienziato che s’interessò di Ufo

Questa rapida rassegna della vita “ufologica” di Clyde Tombaugh ci ha dato modo di riflettere. È stato un mito della ricerca astronomica. Morto a novant’anni, il 17 gennaio del 1997, parte delle sue ceneri è tuttora nello spazio, dentro la sonda spaziale NASA New Horizons, lanciata nel giugno 2006 e che ora si trova, pienamente operativa, a parecchie decine di Unità Astronomiche lontana dal Sole. 

Quanto al suo coinvolgimento ufologico, ha avuto almeno due versanti – assai diversi, ma non separabili. 

Tombaugh era senz’altro incuriosito, colpito e aperto, quando si trattava di testimonianze di presunti fenomeni anomali osservati in cielo. Lui stesso, probabilmente, non riuscì mai a darsi una spiegazione soddisfacente di quanto aveva visto, in particolare nel primo caso, quando vide la “formazione” dei rettangoli volanti. Rimase incerto, ondivago, sull’ipotesi di un fenomeno di riflessione della luce. Come per mille altri casi Ufo, niente di più ormai si può dire. Gli ufologi, che – anche quelli seri e razionali – hanno un rapporto complicato con il principio d’autorità, lo hanno arruolato fin da subito fra i testimoni più preziosi, per il loro punto di vista. Tuttora, il suo resoconto, che pure riguarda un fenomeno osservato per non più di pochi secondi, è menzionato con grande rispetto. È il pregio e il limite dell’ufologia di buona qualità: la valorizzazione estrema della dimensione empirica dell’indagine della realtà. 

Il secondo versante, meno limpido, consegue al primo, ma non ne è del tutto staccato. Su quella base, infatti, uno degli stessi ufologi di punta della prima generazione, Keyhoe, non resse alla tentazione di farlo diventare uno che, degli extraterrestri, ne sapeva un sacco. A questo tentativo di parassitaggio, Tombaugh reagì. Senza successo, in sostanza: la natura dell’ufologia, nel suo complesso e con rare eccezioni, è quella di un blob assorbi-tutto. È per questo che le dicerie riportate nel 1954 per la prima volta da Donald Keyhoe, oltre che appiccicarsi addosso a Tombaugh fino ad oggi, sono diventate una delle basi su cui si è poi sviluppata una delle credenze mitiche dell’ufologia becera: quella dei “satelliti misteriosi” – e, si presume, alieni –  a zonzo nello spazio periterrestre e di cui, naturalmente, noi poveretti saremmo tenuti all’oscuro dai governi. Di questo mito sono comparse versioni diverse, sempre più fantascientifiche. Di tutto ciò, comunque, Clyde Tombaugh, uomo curioso e ottimo osservatore del cielo, non ha nessuna colpa. 

Foto di TheSpaceway da Pixabay