4 Giugno 2026
Approfondimenti

Quando il Kaiser Francesco Giuseppe cercò di fabbricare l’oro

di Paolo Cortesi

19 settembre 1867: nella Hofburg, la reggia viennese, tre uomini sono ammessi ad udienza presso la Imperiale e Regia Apostolica Maestà di Francesco Giuseppe (1830-1916). Sono l’arciprete romano don Romualdo Roccatani, lo spagnolo don Josè Maroto Conde (conte, n.d.r.) de Fresno y Landres, ex-colonnello dell’esercito carlista e il napoletano cavalier don Antonio Jimenez de La Rosa, ex-colonnello borbonico poi ex-ufficiale della gendarmeria imperiale messicana durante l’effimero regno di Massimiliano, fratello di Francesco Giuseppe.

Una fotografia dell’epoca ce li mostra, nella posa aulica e studiata per queste eccezionali occasioni: il corpulento don Romualdo, serrato nell’abito talare dai fitti bottoni, ha il volto glabro e lo sguardo tra miope e ispirato (è lo scienziato del trio); il conte, nonostante la corporatura magrissima quasi gracile, ha un’espressione di diffidente fierezza, degna di un grande di Spagna; il colonnello napoletano fissa l’obiettivo severamente, come osserverebbe il suo avversario in un duello.

L’imperatore – a cui hanno chiesto udienza privata una settimana prima – li riceve nella sala riservata agli incontri, priva di sedie; il protocollo è immutabile: Francesco Giuseppe è in piedi accanto ad un leggìo, dà il fianco destro alla finestra; i convenuti si inchinano profondamente e solo dopo un gesto di invito del sovrano possono parlare.

Il Kaiser non è alto (sua moglie, l’imperatrice Sissi, è più alta di lui) ma il suo aspetto solenne, sempre in uniforme perfetta, la vita stretta come quella di una ballerina, il petto affollato di medaglie e decorazioni e placche e cordoni, lo rendono una figura mitologica.

Il cavaliere de La Rosa si rivolge all’imperatore in italiano – una delle cinque lingue che Francesco Giuseppe parla, con tedesco, francese, ungherese e ceco – ringraziando e pregandolo di volersi degnare di esaminare la supplica che ha l’onore di presentargli. L’imperatore riceve dozzine, centinaia di suppliche; prende il documento che il cavaliere gli porge da rispettosa distanza.

“Lei ha il grado di colonnello? Dove ha prestato servizio?”, gli domanda l’imperatore.
“A Gaeta, Sire.”

Francesco Giuseppe pare ora osservare con più attenzione quell’uomo, irrigidito sull’attenti benché non porti la divisa. Domanda:

“Faceva parte della guarnigione?”
“Sì, Sire.”
“Ha combattuto coraggiosamente laggiù; molto coraggiosamente.”

Non è inutile fare attenzione a questo breve dialogo, perché in questa incredibile ma vera storia di moderna alchimia, la politica e la guerra hanno – come vedremo – una parte importante.

Dopo aver detto poche parole di circostanza all’arciprete e al conte, l’imperatore fa un minimo cenno col capo: l’udienza è finita.

Il documento che il colonnello de La Rosa ha consegnato all’imperatore non contiene una preghiera, ma una proposta. Vi è scritto che, in seguito a profondi studi e lunghe ricerche, don Romualdo Roccatani ha scoperto la formula per trasmutare argento in oro. Da una quantità d’argento pari a 5 milioni di fiorini, si può ricavare una massa d’oro del valore di 80 milioni di fiorini.

La mirabolante scoperta di don Romualdo (descritta in un promemoria del 4 gennaio 1868, quando erano già iniziati i lavori in laboratorio) si fondava sull’osservazione – sbagliata o falsa – di giacimenti in Colombia, California e Messico di “oro nascente”, cioè amalgama d’oro in granuli teneri o cristalli aghiformi di colore bianco giallastro e peso specifico 15,47. Questo amalgama aurifero, dichiarava don Roccatani, era prodotto dall’argento che si trasformava in oro tramite la lenta e continua azione del mercurio e del calore. Ed ecco quindi la teoria dell’arciprete: 

«Questo stesso processo di trasmutazione può essere ottenuto molto più rapidamente con metodi artificiali, conferendo all’amalgama un peso specifico di 15,47. In tal modo si imita un processo naturale. Quindi l’amalgama d’argento viene esposto a una temperatura notevolmente aumentata. Qui viene svelato il nostro Segreto e la Procedura viene chiaramente spiegata».

La teoria, o meglio la fantasia, di don Roccatani non era originale: nel 1853, un chimico e fotografo francese, Théodore Tiffereau (1819-1909) aveva presentato all’Accademia delle Scienze di Parigi una memoria in cui sosteneva le stesse cose. In Messico, dov’era emigrato nel 1842, Tiffereau conobbe cercatori d’oro che gli rivelarono il loro segreto sui minerali. 

Si trattava di una teoria lontanissima dalle conoscenze geologiche “ufficiali” universalmente accettate dagli scienziati: i cercatori, infatti, credevano che l’oro nascesse nel ventre della terra e si sviluppasse come un animale o una pianta grazie all’azione di germi minerali, microbi minerali. Apportando artificialmente questi fattori, un metallo impuro come piombo o rame o argento sarebbe stato fatto maturare fino alla condizione dell’oro, la più pura e perfetta. In buona sostanza, i metalli avrebbero una loro vita paragonabile a quella degli organismi biologici.

Tornato in Francia, Tiffereau passò la vita a cercare investitori per la produzione industriale, tentando di convincerli che aveva effettivamente prodotto in laboratorio qualche grammo d’oro puro: 

«Si tratta di realizzare, velocemente e artificialmente, quello che la natura compie nel corso dei secoli, e le cui cause principali devono essere: temperatura, stato elettrico, influenza solare, acidi a diversi gradi di concentrazione e altri dettagli inediti che posso fornire».

È molto probabile che l’arciprete Roccatani abbia letto uno degli opuscoli che Tiffereau faceva stampare a sue spese; tutta la faccenda dell’oro artificiale, infatti, iniziò a Parigi, dove si erano incontrati i tre che, nell’estate del 1867, avevano sottoscritto un accordo privato per lo sfruttamento della teoria alchemica del sacerdote.

L’accordo, in effetti, prevedeva di rivelare il segreto ad 

«un principe o a un cittadino privato sufficientemente ricco» e stabiliva le percentuali dei compensi che si dovevano a ciascuno dei tre associati.

Roccatani, Maroto e de La Rosa pensarono dapprima a Napoleone III e al barone Rothschild, ma capirono presto che non erano i soggetti adatti: troppo furbo e disilluso il francese, troppo ricco il banchiere.

Qualcuno (forse de La Rosa?) fece il nome di Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena e ai tre avventurieri parve subito il candidato ideale: quanto era digiuno della minima nozione di chimica, tanto era consapevole e fiero dell’origine divina del proprio potere assoluto.

In quel periodo, l’impero austroungarico aveva perso alcune battaglie, le cui conseguenze colpirono pesantemente la potenza, anzi l’integrità stessa dello stato: il 3 luglio 1866, a Sadowa (o Königgratz, in tedesco) la Prussia aveva sbaragliato gli austriaci, nello scontro che chiuse la guerra austro-prussiana, durante la quale l’esercito asburgico aveva subìto diverse e gravi batoste. Con la Pace di Vienna (3 ottobre 1866) l’Austria dovette cedere una delle sue province più importanti, il Veneto.

L’imperatore non riusciva a darsi pace: perché il destino si accaniva contro di lui, massimo difensore della fede cattolica, legittimo erede di Carlo Magno, scelto dalla provvidenza divina a capo di oltre trenta milioni di untertanen (sottoposti, sudditi), che egli guidava e giudicava come un buon padre? Possibile che il buon Dio, che egli pregava devotamente più volte al giorno, avesse per lui solo prove dolorose? L’arrivo dei tre associati sembrò a Francesco Giuseppe la giusta riparazione di tante amarezze, il nuovo corso che avrebbe finalmente guarito la sua mano sfortunata, quella unglückliche Hand di cui scriveva spesso nelle lettere ad amici e familiari.

Questo intenso, segreto desiderio di rivalsa fu, verosimilmente, la causa per cui l’imperatore si entusiasmò ad un progetto assurdo, per il quale perse migliaia di fiorini, versati ai tre imbroglioni.

Questi ultimi, poi, furono molto abili nel presentarsi a Francesco Giuseppe: gli dissero che erano fedelissimi sostenitori dell’assolutismo monarchico; il conte di Fresno y Landres aveva combattuto (diceva lui) per Carlos di Spagna, pretendente legittimista al trono di Spagna, campione della reazione ultra tradizionalista e del cattolicesimo conservatore; mentre de La Rosa, asserragliato nella fortezza di Gaeta, aveva difeso l’ultimo Borbone di Napoli, Francesco II, che era cognato di Francesco Giuseppe, perché sua moglie Elisabetta (Sissi) era sorella di Maria Sofia di Baviera, moglie di Franceschiello.

Per essi, il solo vero rappresentante del legittimismo era oggi l’imperatore d’Austria; perciò offrivano a lui il segreto della ricchezza illimitata.

Per dare prova del loro sincero conservatorismo, i tre stabilirono una condizione nell’accordo proposto all’imperatore: versare al papa Pio IX una parte dell’oro fabbricato, ma – per evitare a sua santità scrupoli di coscienza – senza rivelargliene la fonte. 

Infine, concludevano coll’assicurare che non chiedevano un solo fiorino prima che le prove di laboratorio dimostrassero l’efficacia del loro procedimento aurifero. Ma vedremo che, com’era facilmente prevedibile, non andò così e i tre truffatori chiesero e ottennero “anticipi” sulla valanga d’oro che sarebbe dovuta uscire dalla zecca di Vienna.

Il compenso che essi chiedevano (quando la produzione d’oro fosse regolata a ritmi industriali) era di cinque milioni di fiorini in contanti e 33 milioni di fiorini in titoli di stato nel corso di dieci anni. Sono cifre vertiginose, per le quali non è possibile dare un corrispettivo attuale, ma si può senz’altro dire che siamo nell’ordine dei miliardi di euro.

Al termine del documento, vi era una esortazione che colpì molto il Kaiser:

«Qualunque sia la vostra decisione, ricordate, o Sire, che il primo Napoleone avrebbe potuto sfuggire a tutto il dolore e al tormento della sua isola se avesse capito in tempo che gli inglesi avrebbero dominato i mari per mezzo dello stesso piroscafo che lui, quando gli fu offerto, aveva rifiutato su consiglio degli scienziati».

Che era come dire: gli scienziati “ufficiali” non sono infallibili; i tre mettevano le mani avanti, per tutelarsi dallo scetticismo degli esperti. Una astuzia psicologica che funzionò.

Ecco, ci sono tutti gli ingredienti per la truffa perfetta: la mancanza di cultura scientifica di Francesco Giuseppe, la sua divorante voglia di una rivincita, la certezza di meritare l’intervento provvidenziale che credette di riconoscere nell’arrivo dei tre “gentiluomini”.

Comunque, l’imperatore mantenne ancora abbastanza buon senso da ordinare una sperimentazione della formula di don Roccatani sotto la supervisione e l’esame di Anton Schrötter von Kristelli (1802-1875) del Politecnico di Vienna, celebre chimico, inventore del procedimento per la produzione del fosforo rosso.

Il 17 ottobre 1867, in un locale del Politecnico messo apposta a disposizione, iniziarono i lavori di alchimia. Nel crogiolo vennero messi 250 grammi di argento puro disciolti in una quantità di mercurio quattordici volte superiore. Il 30 ottobre iniziò il riscaldamento costante che durò ininterrotto per quattordici settimane; il 9 marzo Schrötter esaminò il contenuto e scoprì una polvere nera, separata dall’amalgama, che analizzata rivelò essere oro puro, nella quantità dello 0,48% dell’argento iniziale. Altri due test simili dettero lo stesso risultato.   

Schrötter era euforico:

«Questa è la scoperta più importante fatta finora nel campo della chimica. Considero questo l’evento più fortunato della mia vita».

Schrötter – da buon scienziato – non poteva rinunciare ad una minima prudenza metodologica, e perciò riferì all’imperatore:

«Ciò che è accaduto è così in contrasto con le attuali conoscenze scientifiche che lo scetticismo sarà placato solo quando l’intero amalgama si sarà trasformato in oro».

Ma Francesco Giuseppe non prestò attenzione alla cautela sperimentale; per lui era tutto bello e tutto chiaro e non faceva differenza un grammo d’oro o un chilo d’oro; ciò che contava per davvero era il fatto che la formula dell’arciprete aveva prodotto oro dall’argento.

L’assistente di Schrötter, Privoznik, osservò timidamente che don Roccatani poteva entrare da solo nel laboratorio quando voleva, senza essere visto, perché – per evitare di disturbare o insospettire gli studenti – nella stanza degli esperimenti si entrava da una porta assai discreta che conoscevano solo il chimico e l’arciprete. Schrötter, a proposito dell’oro trovato nell’amalgama, scrisse:

«C’erano due possibili soluzioni: che l’oro si fosse formato dall’amalgama, oppure che l’oro fosse entrato nel contenitore in seguito, in qualche modo. Non credo che l’oro sia stato messo nell’amalgama, poiché, a parte il signor Roccatani, non era presente nessun altro. La personalità del signor Roccatani preclude qualsiasi sospetto».

Qualche mese dopo Schrötter avrebbe cambiato idea; ma nel frattempo i tre truffatori avevano spillato oro (questo, vero oro) dall’ingenuo imperatore, il quale – ad esempio – il 22 dicembre 1867, così scriveva al principe Konstantin di Hohenlohe-Waldenburg-Schillingsfürst, suo primo Obersthofmeister (Gran Maestro di Corte):

«Essendo necessari ulteriori fondi per il mantenimento di de La Rosa e Roccatani, si emette il seguente altissimo rescritto al Principe Hohenlohe: Farete pagare 3000 fiorini dal conto segreto personale per uno scopo da me approvato».

Ovviamente, lo scopo non è rivelato.

Dopo il primo successo, gli esperimenti continuarono; ma accadde qualcosa che fece rovinare tutti i castelli in aria: quando le prove si eseguivano in locali in cui don Roccatani non aveva accesso, l’oro non si formava.

«Devo aggiungere che in alcuni altri contenitori di amalgama, incluso uno che ho depositato a casa mia all’insaputa del signor Roccatani il 18 dicembre, non c’era affatto oro»

Così scriveva Schrötter alla Cancelleria Imperiale, e nonostante quest’ultimo barlume di raziocinio, il chimico continuava a credere alla trasmutazione. E continuavano le prove che erano particolarmente lunghe; il composto di argento e mercurio doveva restare al fuoco per diverse settimane, questa lunga attesa era tutta a favore dei tre impostori (ora due, il conte spagnolo aveva lasciato Vienna dopo l’inizio degli esperimenti).

Già Francesco Giuseppe pensava a come gestire la produzione di quintali d’oro; gli serviva, innanzitutto, un edificio adatto e il laboratorio allestito nel Politecnico non poteva più bastare. Si pensò allora alla Zecca di Vienna. Per mantenere il segreto, e per non fare crollare il prezzo mondiale dell’oro qualora si fosse saputo che l’Austria lo ricavava dall’argento, Francesco Giuseppe licenziò il vecchio direttore della zecca, von Hasenbauer, e nominò al suo posto il fidato Schrötter, il 2 ottobre 1869.

Gli esperimenti continuavano; il fuoco non si spegneva mai sotto i crogioli in quelle pericolosissime prove (il mercurio ad alta temperatura emana vapori altamente tossici). Ma l’oro non si formava. Più passava il tempo, più appariva il fallimento.

I tre avventurieri avevano preso il largo al finire del 1869; dato che gli esperimenti incredibilmente continuavano, essi potevano credere che il governo austriaco non li avesse ancora screditati del tutto. Così, ebbero la faccia tosta di chiedere ancora qualcosa.

De la Rosa chiese di essere nominato Console austriaco a Suez. La sua richiesta venne respinta in fretta. Cercò di fare da intermediario nella vendita di navi da guerra cilene poco usate all’Ammiragliato austriaco per cinque milioni di fiorini. L’Ammiragliato austriaco non ne volle sapere.

Anche l’arciprete aveva richieste; aspirava alla cappellania dell’ambasciata austriaca a Roma. Il Consigliere privato e Direttore della Cancelleria del Gabinetto dell’imperatore Adolph Aloys von Braun (1818-1904) perse la pazienza e, con cortese fermezza asburgica, ingiunse al sedicente scopritore di smetterla di inviare la lista della spesa alla Cancelleria Imperiale.

Don Roccatani chiedeva da Napoli, di tanto in tanto, informazioni sugli esperimenti di Schrötter. E immagino che ridesse fino alle lacrime per le desolate risposte che riceveva invariabilmente: niente oro. L’arciprete arrivò a fingersi stupito da questi fallimenti: ma come? davvero? niente oro? eppure lui, nella sua provetta lo aveva trovato. Schrötter, il 30 giugno 1870, rispose con sorprendente candore; era davvero così ingenuo, o voleva solo coprire il suo vecchio errore, quando aveva proclamato che la teoria alchemica di don Roccatani era la scoperta del secolo?

«Tutti i miei accurati esperimenti, in ogni modo possibile, hanno prodotto solo risultati negativi e non hanno prodotto nemmeno una traccia del metallo desiderato. Dopo più di 18 mesi, non vi sono tracce del metallo desiderato nel contenuto della bottiglietta che ho conservato, il cui contenuto è stato ricavato dalla stessa sostanza della vostra. Sono ancora più sorpreso di apprendere che avete trovato questo metallo nella bottiglietta che avete preso da qui. Posso solo pensare che abbiate commesso un errore, o che l’aria mite d’Italia abbia operato il miracolo. È evidente che con i sussidi che avete ricevuto qui, potete permettervi di vivere comodamente per il resto della vostra vita. Sono convinto che il metodo che suggerite non prometta risultati pratici e non posso che abbandonare disperatamente questo esperimento».

È l’ultima lettera dell’incredibile affare dell’oro artificiale. I tre imbroglioni sparirono nell’anonimato, e vi tornarono più ricchi di come ne erano usciti. Il sogno di dominare il mondo con l’oro inesauribile era costato in tutto alle casse austriache ventimila fiorini.

Il Kaiser ordinò il segreto su tutta l’imbarazzante vicenda, i cui documenti vennero chiusi e dimenticati nell’archivio della casa imperial regia, nel quale furono scoperti più di cinquant’anni dopo, quando l’Impero Austroungarico non esisteva più.

Scrisse Montesquieu: 

«Laddove un uomo ha del potere è portato ad abusarne; egli va fino a che trova dei limiti».

Francesco Giuseppe trovò il limite, veramente invalicabile, delle leggi della natura. E della sua incolta egolatria.

Foto di Csaba Nagy da Pixabay