21 Giugno 2026
Interviste

L’arte di cambiare idea: intervista a Davide Cadeddu

di Lina Cerrato

Cambiare idea non è semplice. E, talvolta, anche solo essere esposti a pensieri diversi dal nostro può essere complesso: tra algoritmi ed echo chambers, è sempre più facile finire a parlare solo con chi già la pensa come noi. E, se da sempre cambiare le idee altrui è un’impresa per niente facile, nel mondo della comunicazione contemporanea della post-verità sembra quasi impossibile. Ne abbiamo parlato con Davide Cadeddu, docente all’Università di Milano di Storia della comunicazione politica – la comunicazione persuasiva per eccellenza – per andare alle radici di cosa significa cambiare opinione e far cambiare opinione, e che cosa possa davvero risultare efficace allo scopo. Un piccolo spoiler: purtroppo, non basta presentare razionalmente fatti ed evidenze. Ma d’altronde, se così fosse, forse non ci sarebbe bisogno di bravi divulgatori scientifici.

Cadeddu, noi esseri umani cambiano facilmente opinione?

Quello che gli studi hanno rivelato è che ciascuno di noi ha delle gabbie mentali, delle visioni del mondo che sono formate sulla base di quanto abbiamo imparato dalla nostra esperienza personale, dai nostri studi, e dalle nostre letture: le possiamo chiamare frame, cornici mentali di tutte le convinzioni che ci siamo creati, costituiti da tutte le nostre diverse visioni delle piccole cose. Questi frame, proprio perché affondano le loro radici nel vissuto, sono difficilmente modificabili. In ogni conversazione, con amici, famiglia o chiunque altro, noi tendiamo a pensare di dialogare in una situazione di apertura mentale, tale per cui facilmente si possa convincere l’altro, e a propria volta essere convinti, da esseri razionali: in realtà, non è così. Noi siamo, prima che esseri razionali, esseri emozionali: l’emotività influisce sul nostro ego, sull’orgoglio di avere delle conoscenze e delle convinzioni salde. Ciascuno di noi pensa di se stesso: “Non sono stupido, gli stupidi sono gli altri”, “Quello che io so, beh, lo so perché ci ho riflettuto”, “La mia esperienza è stata questa, e questo perciò vale per tutti”, e così via. In conversazione in realtà difficilmente convinciamo l’altro nell’immediatezza.

Ma quindi come si può indurre qualcuno a riconsiderare una propria opinione?

Spesso pensiamo di poter convincere gli altri attraverso la presentazione di fatti e di evidenze: purtroppo non è così. Gli studi che sono stati realizzati nell’ambito mostrano come l’evidenza non venga nemmeno “respinta” dalla persona a cui la si comunica: in realtà, non viene proprio percepita. Viene elaborata in una frazione di secondo come qualcosa di irrilevante, perché non rientra in quello schema mentale che è stato creato rispetto a quel problema specifico. L’evidenza non viene percepita come fatto, viene percepita come opinione, o come informazione la cui verità è dubbia. Ne abbiamo avuto un’evidenza clamorosa durante la pandemia: c’è gente che, purtroppo, è addirittura morta nel letto d’ospedale negando fino all’ultimo di avere problemi di respirazione. 

Gli schemi mentali che ciascuno di noi ha sono difficilmente modificabili, e sicuramente non sono modificabili dai fatti. Sono modificabili attraverso sostanzialmente due azioni retoriche: l’una è la ripetizione meccanica, mentre l’altra è l’abilità retorica di muovere le emozioni dei nostri ascoltatori. La ripetizione permette sia a chi parla e sia, soprattutto, a chi ascolta, di non perdere il filo del discorso: non a caso uno dei discorsi più celebri in assoluto è basato sull’anafora, sulla ripetizione di I have a dream. Inoltre, più volte sentiamo qualcosa, più lo percepiamo come un dato noto, e in quanto tale, in qualche modo veritiero. Parlare all’emotività del pubblico, invece, significa fare appello a sentimenti ad esempio di paura, di orgoglio, oppure a sentimenti di potenziale, di possibile identificazione con l’interlocutore: ciò contribuisce a generare un rapporto di fiducia tra mittente e destinatario, proprio perché il mittente fa in modo di comunicare qualcosa che vada a collocarsi perfettamente nella capacità di comprensione del destinatario. Purtroppo non basta la verità, non basta l’evidenza scientifica, e non basta il fatto: per persuadere bisogna mettere in campo strategie retoriche, partendo da schemi anche semplici, come appunto la ripetizione o l’appello alla sfera emotiva, per generare strategie peculiari, in relazione alle singole persone o ai gruppi di persone a cui si parla. Quali sono i tasti più delicati che sollecitano in una direzione o nell’altra? Per convincere bisogna conoscere il proprio pubblico.

Alla luce di questo, è possibile spiegare perché alcune figure, come ad esempio Donald Trump, godano di grande popolarità e fiducia nonostante abbiano più volte detto il falso?

La bravura di politici come Donald Trump risiede proprio nel capire qual è il destinatario a cui rivolgersi: più che creare un’opinione per modificarne una generale, ci si rivolge ad una fetta particolare di audience e si riproducono le loro opinioni, avendo raccolto ciò che già si crede con strumenti di rilevazione d’opinione. L’intento è opposto: non di insegnare qualcosa o di far cambiare le idee agli elettori, ma capire quali sono le idee degli elettori e, per essere votati, ripeterle, di modo da essere riconosciuti. Donald Trump è riuscito ad essere rieletto, migliorando anche la prestazione precedente: impressionante, alla luce di alcune sue affermazioni durante la campagna elettorale. Ciò ci fa capire che comunica al proprio elettorato quello che quest’ultimo vuole sentirsi dire, sintonizzandosi rispetto ai suoi problemi. Rispetto a questo non ci sono fatti che tengano; o meglio, i fatti che tengono sono “fatti” anche inventati, perché diventa la narrazione a creare il fatto. È un gioco sottile tra memoria degli eventi passati e narrazione dell’esperienza presente. Ce ne rendiamo conto ogni qualvolta un politico dica una stupidaggine, oppure affermi qualcosa di moralmente aberrante o particolarmente scandaloso: pensiamo che si sia bruciato la carriera per sempre, ma non è così. Trump, e anche Elon Musk ad esempio, sfruttano questa modalità comunicativa: dicono una cosa e poi ne dicono il contrario, negando di averla mai detta. Ma l’abbiamo visto anche con Berlusconi, con Renzi… i politici più capaci hanno questa capacità di negare ciò che è accaduto e ciò che hanno fatto, rinarrando il passato e trasformando continuamente la realtà. Le persone non hanno la forza di starci dietro: dimenticano, giustificano, e riformulano la loro memoria, soprattutto se vengono aiutate nel modo giusto.

Che ruolo occupa la comunicazione contemporanea in questo panorama?

Oggi la situazione è cambiata rispetto al passato per la capacità di diffusione della nostra comunicazione, e per gli strumenti che abbiamo a disposizione. Questi strumenti, in primis, permettono quella reiterazione a cui prima facevo riferimento: se uno è bombardato rispetto ad una cosa, pur se non è vera, inizia a crederci, modificando la propria cornice di pensiero. Siamo tutti soggetti a questo bombardamento: il fatto che ciascuno di noi, nessuno escluso, si riconosca come essere vulnerabile sarebbe già un grande passo avanti, perché solitamente si tende a pensare che a farsi condizionare siano solo gli altri. Invece non è così, siamo tutti influenzati e cambiamo opinione senza nemmeno accorgercene: per rilevare questo cambiamento dovremmo tenere traccia di quello che pensavamo ieri rispetto a ciò che pensiamo oggi, o penseremo domani, cosa che naturalmente non facciamo. Così cambiamo le nostre idee in misura maggiore o minore senza nemmeno rendercene conto, gradualmente, pensando di essere sempre stati di quell’opinione.

Inoltre, all’interno delle varie forme di interazione online, a causa degli algoritmi, si creano delle echo chambers, delle bolle comunicative che non fanno altro che rinforzare le nostre credenze, i frame costruiti da noi sulla base della nostra esperienza e formazione culturale pregressa. L’algoritmo propone solo contenuti che vanno a rinforzare le idee che già si hanno, perché è ciò che piace e che tiene l’utente attivo: per ragioni commerciali le piattaforme necessitano di un’interazione continua, che, incoraggiata, arriva anche a creare quella prassi di commentare qualsiasi cosa. Anche i quotidiani più autorevoli alla fine degli articoli danno spazio al forum, in cui ognuno dice la sua su ciò che ha appena letto; per non parlare dei social media, che sono fatti appositamente per questo. L’espressione di un’opinione su tutto, di una presunta criticità, porta far prevalere l’opinione persino sull’informazione, potendo insinuare che ciò che è ritenuto vero in realtà non lo sia: la verità così continua a nascondersi, viene continuamente riaffermata da ogni singolo individuo in un gioco infinito.

Per fare divulgazione allora sono utili strumenti come i social? Oppure dentro l’algoritmo si parla solo alla propria utenza, non cambiando le opinioni di nessuno?

Il rischio è proprio quello, di convincere chi è già convinto. Inoltre, le piattaforme, nutrendosi di interazione continua, favoriscono una comunicazione sempre più polarizzata, che oppone vero a falso, amici a nemici: per convincere qualcuno, però, rispetto a contrapporre il vero al falso è molto più efficace agganciarsi ad un aspetto della loro credenza, per poi gradualmente smontarlo. Per di più, spesso l’unico modo per convincere l’altro è comunicare l’informazione senza insistere troppo: il contrasto troppo forte non funziona per cambiare schemi di pensiero, ma serve piuttosto a rinforzarli. Sicuramente una cosa da non fare è ironizzare, prendere in giro, o schernire coloro che credono in determinate manifestazioni. 

Se si vuole far cambiare opinione a chi crede ad esempio in teorie del complotto, o a fenomeni paranormali, io direi che più che presentare i fatti come determinanti, sarebbe efficace presentare le proprie prove come elementi di dubbio. D’altronde, la scienza è tale proprio perché è un continuo progredire, è alimentata dal dubbio: spesso l’errore commesso dai quotidiani è proprio quello di presentare un’ipotesi o una scoperta scientifica come la verità, per poi doverla smentire tempo dopo, e commettere nuovamente lo stesso errore presentando la nuova versione con la stessa sicurezza di quella precedente. Far cambiare idea è un lavoro complesso, paziente, probabilmente non adatto alla comunicazione social. Certo, uno non può arrendersi, deve cercare di modificare le idee altrui: in fondo la comunicazione è questo, la sua finalità è cercare di convincere gli altri, altrimenti non si sarebbe convinti della bontà delle proprie idee. Noi abbiamo delle convinzioni, e altri hanno altre convinzioni: nel migliore dei mondi possibili, nell’equilibrata e disinteressata conversazione, si cerca entrambi di capire quale sia la verità.

Immagine di Mohamed Hassan da Pixabay