29 Giugno 2026
Approfondimenti

Quando non fidarsi di uno studio scientifico? Il caso di una start-up

di Andrea Giammanco*

C’è un mea culpa collettivo che dovremmo fare, noi che lavoriamo nella ricerca scientifica. Abbiamo dedicato così tanto tempo a spiegare al grande pubblico perché bisogna essere estremamente cauti quando delle affermazioni sono prive di riscontro in articoli peer-reviewed, da non renderci conto di aver creato un fraintendimento: ora molti non addetti ai lavori sono convinti che noi, gli articoli peer-reviewed, li consideriamo infallibili! 

La realtà è parecchio diversa, e nella professione scientifica si acquisisce soprattutto con l’esperienza, ma tutto sommato abbastanza rapidamente, il feeling di quanta fiducia dare a un articolo specialistico. E l’aver passato la peer-review o meno è giusto uno dei tanti parametri.

Ma chi non è del mestiere come può destreggiarsi nella letteratura scientifica, a parte chiedere a degli esperti? Le aziende, prima di investire in una pretesa nuova scoperta, fanno effettivamente quello: chiedono delle consulenze a degli esperti, pagando. Eppure, mi sembra sacrosanto che anche chi non è del mestiere possa imparare a riconoscere – almeno nei casi più evidenti – quando un articolo scientifico è poco serio, senza dover per forza pagare un consulente. Non serve diventare esperti in tutto: spesso basta qualche criterio di buon senso, un po’ di familiarità con i segnali d’allarme più comuni, e soprattutto la consapevolezza che non tutto ciò che è pubblicato in una rivista peer-reviewed ha lo stesso peso, la stessa qualità o la stessa credibilità. Lo scopo di questo articolo, il primo di una piccola serie, è di divulgare alcuni di questi criteri. Userò esempi reali di articoli “problematici” realmente pubblicati con tutti i “crismi” del caso, anche se mi asterrò dal nominarne gli autori e dal fornire le referenze bibliografiche: non ce n’è bisogno, il punto qui non è di mettere alla gogna, ma fornire linee guida generali per riconoscere gli errori e le “red flag” più comuni. [1]

Comincio questa serie con un caso molto facile, in cui di “red flag” ce n’erano a bizzeffe. Facile, intendo dire, per un ricercatore con un minimo di esperienza. Sono venuto in contatto con questo caso attraverso una compagnia di consulenza che cercava un esperto di fisica delle particelle, per aiutare a sua volta una compagnia di investimenti specializzata in “deep tech”. In sintesi, parliamo di investitori attratti dal modello “alto rischio/alto rendimento”: approcciano o vengono approcciati da start-up con idee tanto audaci da sembrare folli, sapendo bene che nella maggior parte dei casi finiranno in un nulla di fatto, ma con la consapevolezza che, se anche solo una si rivela fondata, potrebbe rivoluzionare un’intera tecnologia (la famosa “disruption”). 

È abbastanza inusuale che come consulente si cerchi un fisico delle particelle elementari, perché è un campo la cui missione è di esplorare la realtà fisica a un livello estremamente fondamentale. Le applicazioni pratiche delle nostre ricerche quindi sono rare, però esistono, e alcune anche con un orizzonte di applicabilità abbastanza prossimo. E siccome capita che da qualche anno io dedichi gran parte del mio lavoro a sviluppare nuove applicazioni di tal tipo, [2] a quanto pare gli sono sembrato un profilo ragionevole per questa particolare consulenza. 

Questi investitori mi hanno raccontato di essere stati contattati da una start-up con un’idea talmente innovativa che, per valutarla a fondo, non bastano le competenze di esperti in tecnologia: serve anche il parere di qualcuno che si occupa di fisica fondamentale. La consulenza ovviamente era remunerata, ma la cosa mi ha intrigato così tanto che gliel’avrei fatta pure gratuitamente.

Comincio dal sito web della start-up in questione, consapevole già in partenza che di certo il suo linguaggio non è rivolto a me ma agli investitori, e che in quel contesto un certo livello di “hype” è molto comune e, entro certi limiti, accettato. Si presenta come un’azienda che promette di rivoluzionare la produzione di energia sostenibile, e capisco immediatamente perché ai potenziali investitori devono essere brillati gli occhi: solo energia pulita, senza emissioni, né rifiuti tossici, né impatto visibile sull’ambiente. 

Tra le promesse più audaci, l’eliminazione totale delle batterie nei dispositivi mobili: immaginate telefoni cellulari che non devono mai essere ricaricati. Una tecnologia che, se fosse reale, chiamarla rivoluzionaria sarebbe ben poco. Per dare credibilità a queste affermazioni, citano un articolo scientifico di cui è co-autore uno dei fondatori dell’azienda, pubblicato effettivamente su una rivista peer-reviewed.

Va detto subito che non solo un profano avrebbe potuto farsi convincere da questo articolo, ma persino uno scienziato fuori dal campo avrebbe potuto prenderlo sul serio a una prima lettura. Il testo è scritto con grande abilità, con grafici curati e uno stile che ricorda quello di un ricercatore con anni di esperienza alle spalle. Le affermazioni più audaci sono mescolate ad altre del tutto corrette, ma decontestualizzate. Supportate a volte da citazioni reali, ma spesso si tratta di lavori fuori tema, che esplorano ipotesi speculative o pongono limiti sperimentali, e non certo di evidenze a favore della loro tesi. 

In generale, l’articolo è pieno di riferimenti ad altri lavori scientifici: alcuni solidi e pubblicati in riviste prestigiose, altri scritti dagli stessi autori e mai passati per la peer review. L’alternanza è ben calibrata, e serve chiaramente a sfruttare l’effetto “appello all’Autorità”, citando sia studi moderni di alta qualità, sia i padri fondatori della meccanica quantistica. Il testo è disseminato di collegamenti logici sbagliati, ma lo sono in modo sottile, quasi invisibile a un occhio non esperto. Usano il lessico tecnico in modo ambiguo: prendono prestiti da altri settori della fisica dove certi termini hanno significati simili a quelli che servono alla loro narrazione, e da lì traggono la conclusione che il fenomeno alla base della loro presunta tecnologia sia già stato osservato da altri gruppi di scienziati. E in effetti, gli articoli citati esistono, e sono seri, ma parlano di tutt’altro.

Leggere tutto l’articolo e verificare tutte le referenze mi ha preso parecchio tempo, direi alcune ore, ma in realtà già dopo i primi dieci minuti avevo concluso che si trattava di un inganno ben congegnato ed ero pronto ad avvertire i committenti della consulenza; se ho continuato a leggere, è stato per la curiosità di capire fin dove si erano spinti nel tentativo di costruire qualcosa che potesse sembrare credibile.

I segnali d’allarme infatti non mancavano, per chi li sa riconoscere. A partire dalla rivista: sconosciuta, senza Impact Factor, e rimossa da Scopus parecchi anni fa (ben prima della pubblicazione di questo articolo). Ma ha un nome del tutto plausibile, somigliante a vari altri giornali del campo. Scopus è un database bibliografico che indicizza articoli scientifici e monitora la qualità e l’impatto delle riviste su cui sono pubblicati, mentre l’Impact Factor è un indicatore che misura la media delle citazioni ricevute dagli articoli pubblicati in una rivista, usato per valutarne l’influenza nel campo accademico. È sempre raccomandabile cercare queste informazioni, che sono facilmente reperibili riguardo alle riviste con cui non si ha familiarità. 

Per verificare se una rivista scientifica è indicizzata da Scopus, si può cercarla su scopus.com/sources inserendo il nome o l’ISSN; se presente, saranno visibili informazioni sullo stato di indicizzazione e altri dati editoriali. Per conoscere l’impact factor, invece, ci sono vari modi: quello più rigoroso richiede di consultare il Journal Citation Reports di Clarivate, che però è accessibile solo tramite abbonamento (che tutte le università e centri di ricerca in genere pagano, quindi chi ci lavora vi ha accesso); in alternativa, esistono strumenti gratuiti come SCImago Journal Rank o Resurchify, che forniscono metriche simili, che anche se non equivalenti a quelle ufficiali sono una più che eccellente approssimazione quando lo scopo, come in questo caso, è solo di distinguere tra riviste serie e non. 

Nel caso della rivista che ha pubblicato questo articolo, non è detto che sia una rivista “predatoria” in senso stretto, ma la qualità sembra quantomeno discutibile. La rimozione da Scopus può avvenire per molti motivi: calo negli standard di peer review, bassa visibilità accademica, problemi tecnici o amministrativi, eccetera; e non implica automaticamente scorrettezze etiche, ma resta comunque un campanello d’allarme.

Anche il profilo dell’autore principale solleva dubbi: secondo il suo profilo LinkedIn, non ha alcun background accademico e ha studiato ingegneria molti anni fa, non fisica. Quanto alla coautrice, la sua figura è ambigua: ha il titolo di professoressa e un’affiliazione accademica che ho potuto verificare, ma con un h-index molto basso (4) e un numero di citazioni sorprendentemente modesto per l’età e l’anzianità di servizio. Confrontando col profilo LinkedIn capisco che l’attività all’università deve essere part time e che anche nel suo caso la sua principale carriera è nel settore privato. Ma soprattutto, il suo ambito accademico non ha nulla a che fare con l’argomento dell’articolo: matematica, non fisica. Faccio caso a un dettaglio inusuale: non viene indicata come “author” ma come “editor”. Ipotizzo che voglia dire che ha solo curato la forma del testo, e che ci tiene che non sia implicito l’endorsement del contenuto.

In conclusione, ho potuto risparmiare ai committenti parecchi soldi e un po’ di reputazione. Questo però, ricordiamolo, era un caso facile. Il giornale sconosciuto e che ha perso il riconoscimento di Scopus è una gigantesca “red flag”, così come le credenziali degli autori, o meglio l’assenza di credenziali. L’articolo era ben scritto, ma questi elementi sarebbero potuti bastare per suscitare dei sospetti e richiederne l’analisi da parte di un esperto. Nelle prossime puntate racconterò altri casi in cui mi sono imbattuto, in cui invece il giornale era del tutto lecito e gli autori avevano già tutti un discreto numero di pubblicazioni alle spalle.

Note

* Andrea Giammanco è fisico delle particelle al FNRS (Belgio), lavora tra Louvain-la-Neuve e il CERN. Esperto di analisi dei dati del Large Hadron Collider, si occupa anche di applicazioni come la radiografia di vulcani e monumenti con i raggi cosmici.  

Immagine di Colin Behrens da Pixabay