3 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Morire per una superstizione: la leggenda del ponte della Gula

Giandujotto scettico n°191 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Ogni territorio ha le proprie leggende: storie di luoghi infestati, incontri con mostri e creature soprannaturali, elementi del paesaggio che vengono attribuiti a santi o diavoli. Si tratta, di norma, di racconti innocui, parte del folklore locale a cui ben pochi credono davvero fino in fondo. È raro, dunque, che abbiano conseguenze sulla vita di una persona, ed è ancora più raro che portino alla morte di qualcuno. 

Perché accada, occorrono circostanze assai sfortunate: quelle che si verificarono, purtroppo, in una fredda giornata del 1863 nei pressi del Ponte della Gula, uno dei tanti “ponti del diavolo” italiani. 

Il ponte della Gula

Appena fuori da Varallo (Vercelli), percorrendo la Val Mastallone, si incontra l’orrido della Gula: un canalone stretto tra due alte pareti di roccia, entro cui scorrono le acque verdi del torrente che dà il nome alla valle. Oggi la gola è scavalcata da un ponte moderno, ma fino alla fine del Diciannovesimo secolo, l’unica strada che avevano i valligiani per raggiungere Varallo e le altre città della zona passava attraverso il ponte della Gula, un’antica opera in pietra edificata su un abisso di trenta metri di profondità.  

Si tratta di un ponte a una sola arcata, a “schiena di mulo”, cioè con una struttura fortemente ricurva. Non se ne conosce la data esatta di costruzione, ma forse è di epoca medievale. Nel 1937, durante lavori di restauro, fu scoperta una pietra con inciso sopra il numero “721”, interpretato da alcuni studiosi come la data di costruzione del ponte, anche se la struttura farebbe pensare a un’opera decisamente successiva.

Ad ogni modo, il ponte si è guadagnato da secoli un posto nel folklore locale, che ne ha fatto un luogo maledetto. Si racconta che al calar della notte si sentano nei suoi pressi urla strazianti, e si vedano figure spettrali – le anime degli uomini precipitati dal ponte. Secondo la tradizione, lì si eseguivano le condanne a morte dei malfattori, spinti nel vuoto proprio da quel ponte. Ottimo impiego per una costruzione che, stando alle leggende, sarebbe stata edificata dal diavolo in persona. 

Ponti del diavolo per tutti i gusti

In Italia, quasi ogni provincia vanta il proprio ponte del diavolo. Non ne è mai stato fatto un censimento, ma le strutture che sarebbero state costruite dal diavolo sono decine, tanto che al riguardo si può parlare di una vera e propria leggenda metropolitana dell’antichità

La struttura di questi racconti è sempre simile. Il ponte viene edificato dal diavolo, magari in una sola notte, su richiesta della popolazione locale o di un sant’uomo della zona. In cambio, il demone chiede di poter prendere la prima anima che lo avrebbe attraversato. Quando il ponte viene costruito, però, nessuno vuole passarvi sopra, memore del patto satanico. La situazione viene risolta da un uomo particolarmente astuto o dal santo in questione: costoro spingono sul ponte un animale (di solito un cagnolino, un maiale o un asino), e il diavolo è così costretto a prenderne l’anima. Il ponte rimane invece alla popolazione del posto, con sua grande gioia, senza che nessun cristiano debba esser destinato per questo alla dannazione eterna. 

In Piemonte questa leggenda viene attribuita a una dozzina di ponti antichi. Il più celebre è forse il ponte del roch di Lanzo Torinese, dove il diavolo, sbattendo le zampe sulle rocce della zona in segno di stizza per l’inganno subito, avrebbe anche creato le cavità note come “marmitte dei giganti”. Ponti del diavolo sono presenti anche a Ronco Canavese (Torino) Alice Superiore (Alessandria), Dronero,  Neive e Montaldo (Cuneo), Biella, Cannobio, Traquera, Altoggio di Montecrestese, Crodo, Miazzina (Verbano-Cusio-Ossola). Consigliamo a chi volesse approfondire il tema, il volume di Claudio Santacroce I ponti del diavolo e altri luoghi misteriosi e infernali in Piemonte e Valle d’Aosta, (Editrice Il Punto – Piemonte in bancarella, 2013). 

Anche per l’orrido della Gula la leggenda segue il canovaccio standard. A risolvere la situazione è un eremita della zona, che fa passare sulla struttura un cagnolino. Nelle versioni della Val Mastallone, però, il diavolo, indispettito dall’inganno, rimane nei paraggi alla ricerca di ulteriori anime da carpire. Facile che, con queste premesse, il ponte della Gula sia rimasto a lungo un luogo spaventoso nell’immaginario della zona, e che lo si attraversasse con un certo timore.

Una serie di sfortunati eventi

Fu questa l’origine della disgrazia che avvenne il 29 gennaio 1863. Anzi, “disgrazia e superstizione”, come riassumeva il settimanale Il Monte Rosa del 6 febbraio di quell’anno. Che cos’era accaduto? Quella sera, un uomo, un certo Angelo Fontana, era partito da Ferrera, una borgata della zona, per tornare a casa. Secondo il giornale, aveva passato tutta la giornata a trascinare lastre di pietra (piode) su slitte e trasportava con sé un sacco di sale. Possibile fosse un lavoratore a giornata, uno dei tanti che operavano nelle cave di pietra usate come rivestimento di tetti e costruzioni. Quella sera l’uomo aveva aspettato a lungo un compagno con cui avrebbe dovuto fare la strada del ritorno, ma questo non si era presentato, così si era incamminato, pensando che l’altro lo avrebbe raggiunto di lì a poco. 

Arrivato nei pressi del Ponte della Gula, Fontana si era sentito male, forse anche perché non mangiava dalla mattina. Aveva abbandonato il sacco, e aveva cercato di trascinarsi fino alla Madonna del Rumore, una chiesetta poco distante. Poi era caduto nella neve e non era più riuscito a muoversi.

Era stato a quel punto che per quella stessa strada era arrivato un uomo: si trattava del compagno che avrebbe dovuto tornare insieme a Fontana. L’uomo aveva sentito i gemiti dell’amico, ma non ne aveva riconosciuto la voce. Memore delle leggende sul luogo, pensò di trovarsi di fronte ai lamenti di qualche anima in pena. Invece di correre in soccorso del disgraziato, era tornato indietro a precipizio, fino alla frazione più vicina. Qui aveva raccontato di aver incrociato uno spirito maligno, uno di quelli che infestavano il ponte e i boschi circostanti. Un giovane, incredulo, si era offerto di andare a vedere, ma anche lui era tornato indietro dopo che, nel posto della “mala visione” , aveva cominciato a sentire i gemiti di Fontana. 

Il pover’uomo fu trovato solo dopo la mezzanotte dalla sua famiglia, che non vedendolo tornare ne era andata alla ricerca. Era ormai “sfinito dalla fame, dalla fatica, dal freddo”. Al suo mancato soccorso aveva contribuito una sfortunata catena di eventi: l’aura di luogo maledetto del ponte, la sfortuna di cadere esanime proprio laggiù, quella di incontrare persone che, a quelle leggende, credevano. 

Così, come racconta Il Monte Rosa:

Gli si prestarono tutti i soccorsi, ma era troppo tardi: al mattino l’infelice giovane spirò vittima d’una stupida ubbia, della crassa ignoranza, d’una superstizione indegna del secolo nostro. Possa almeno il caso funesto servire di lezione e aprir gli occhi a tanti che ne hanno bisogno.

Immagine: il Ponte della Gula, foto di Drikyz, da Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0