4 Giugno 2026
Misteri vintage

Il senso di Albert Alberg per la brina: una storia di sedani e cristalli di ghiaccio

di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

I cristalli di ghiaccio, si sa, possono assumere forme bizzarre. Figure ramificate, agglomerati, strutture più grandi che si sovrappongono ad altre più piccole. Nel 1899, osservandole, lo svedese Albert Alberg si convinse che quelle forme non fossero casuali: erano influenzate dall’energia vitale delle piante che erano state messe a dimora nei dintorni. Come arrivò a questa conclusione, e perché la sua “scoperta” affascinava molto i seguaci della Teosofia, la grande corrente occultistica sorta nell’ultimo quarto dell’Ottocento, è la storia che vi raccontiamo oggi. 

Una vita tra Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti

Olof Albert Wilhelm Ahlborg era nato nel 1838 a Västerås, in Svezia, nipote di un importante fabbricante di seta. Iniziò la sua carriera nel settore commerciale, ma la sua passione era il teatro. All’età di vent’anni si trasferì in Irlanda, dove imparò l’inglese, per poi studiare l’arte scenica e debuttare a Glasgow. Fu qui che modificò il suo cognome in Alberg, più semplice da pronunciare per il suo pubblico inglese. Per diversi anni, Alberg si esibì sui palcoscenici britannici, per poi tornare in Svezia e sposarsi. 

Tra il 1868 al 1876 calcò le scene svedesi, tenne conferenze, si diede da fare per fondare un ospizio per artisti di teatro in pensione. Nonostante alcuni successi (ad esempio con la messa in scena del Giro del mondo in 80 giorni di Verne, dove vestiva il ruolo di Phileas Fogg), infilò una serie di flop commerciali e la sua impresa teatrale finì in rovina. 

Fu quindi costretto a tornare in Inghilterra dove, dal 1879, si buttò nella carriera letteraria. Dopo un’ulteriore breve parentesi a Stoccolma, nel 1889 approdò a Chicago, dove alternò l’attività di scrittore a quella di attore e di formatore per compagnie teatrali. Rientrato infine in Svezia, terminò la sua vita a Mellösa, nella provincia dello Södermanland, dove morì il 18 febbraio 1924 all’età di 85 anni. Però, nella sua permanenza a Chicago, aveva accarezzato l’idea di essere riconosciuto in tutto il mondo per un’importante scoperta scientifica: quella secondo cui le piante esercitavano una grande influenza sulle forme del ghiaccio.

Sedani alle finestre

Nel febbraio 1899, un’ondata di freddo memorabile investì gli Stati Uniti. A Washington si registrò il record storico di -26 °C, mentre tra il 10 e il 14 febbraio 1899 l’intero Nord America fu investito da una gigantesca tempesta di neve. In quei giorni, Alberg si trovava a Chicago: fu allora che osservò come le superfici ghiacciate delle finestre davano luogo a forme riconoscibili. Ma non a forme qualsiasi: a delinearsi su quelle tele di vetro erano le figure delle piante e dei frutti posti lì accanto. Così descrive il momento della “rivelazione”:

È successo in questo modo: pranzavo spesso in un ristorante tedesco, all’angolo sud-est tra la 61° strada e State Street, a Chicago. C’erano alcune felci alla vetrina anteriore: domenica 29 gennaio ’99 mi accorsi che i loro contorni erano delineati fedelmente e in scala ingrandita e allungata sul vetro ghiacciato della finestra, e che nell’angolo sinistro era chiaramente raffigurato anche un esemplare  essiccato di geranio. Poi osservai che su ciascuno dei cinque tavolini posti davanti alle quattro finestre laterali, c’erano bicchieri, o boccali, con all’interno uno o due gambi di sedano, e, con mio grande stupore, che su ciascuna di queste superfici di vetro erano raffigurati in modo assai vivido i gambi di sedano con rametti e foglie, e che ognuno di questi “ritratti di ghiaccio” o “foto di ghiaccio” era assai spesso, un po’ come un bassorilievo, in completo accordo con i gambi polposi del sedano, la maggior parte dei quali, si noti, erano già stati mangiati, e quindi avevano lasciato come unica reminiscenza di sé queste tracce ghiacciate sulle finestre […] 

Alberg si trovava di fronte a quella che avrebbe definito “una nuova, e veramente grande scoperta”, che poi descrisse punto per punto nel libro Frost Flowers on the Windows – The result of the vital energy of plants, pubblicato nel 1899 (oggi disponibile su archive.org). Purtroppo, il breve pamphlet non è corredato di immagini: il ghiaccio era ancora visto come una manifestazione effimera, difficile da immortalare.

Essenze vegetali impalpabili

Nel corso dell’inverno di quello stesso 1899, Alberg si lanciò in un’indagine volta a dimostrare che quella prima osservazione sui sedani impressi nel ghiaccio non era un caso: nell’abitazione di un amico seppe che la sera precedente in quella casa si era mangiato cavolo. E sulle finestre ghiacciate, manco a dirlo, erano visibili “abbastanza chiaramente” i profili delle foglie. 

L’amico, che per altro era un ardente spiritista, gli fece notare che sui vetri gelati di un bar della zona era visibile una fantastica esposizione di piante tropicali, intervallate a tracce di piume. Fu così che Alberg scoprì che lì veniva servito il punch, la bevanda a base di arrack, distillato di cocco, riso e canna da zucchero, i cui effluvi avevano chiaramente generato le forme vegetali sulla superficie ghiacciata. Qualcosa del genere compariva anche sui vetri delle farmacie della zona, mentre foglie di tabacco – per quanto incomplete – adornavano quelli di una tabaccheria. E ancora: nei vetri di un fruttivendolo greco, Alberg scoprì la forma di un ananas su uno stelo, in quelli di un negozio di dolciumi riconobbe cristalli allungati, che costituivano le reminiscenze delle piante di canna da zucchero.

Altrove, vide tracce di cotone, lino, grano e segale. Coinvolse nelle sue ricerche amici e conoscenti, che a loro volta gli mandarono esempi di quel fenomeno:

La signora Charles Howard, che abita al 6558 di Stewart Avenue, una teosofa assai rinomata di Chicago, dopo aver sentito leggere una parte di quello scritto di Alberg, controllò la propria casa per vedere se poteva scoprire qualche segno di questa “palingenesi del ghiaccio” e presto ne trovò un esemplare sul vetro di una finestra, di fronte alla quale per caso aveva lasciato un piccolo barattolo di conserva d’uva, a causa della quale sulla finestra ghiacciata si era formato un paio di grandi grappoli d’uva.

La forza vitale delle piante, ovvero il corpo astrale

Ma come spiegava, Alberg, quelle figure? Durante i suoi anni londinesi il commediografo svedese aveva frequentato i circoli spiritisti, presso i quali il concetto di materializzazione andava per la maggiore. A Chicago, frequentava fin dal 1890 le riunioni della Società teosofica, che anche in America stava vivendo anni d’oro. Tra i concetti propugnati dalla sua fondatrice, Helena Blavatsky, c’era anche quello fondamentale di “corpo astrale”: una specie di “guscio” che avvolgerebbe ogni essere vivente, fungendo da “veicolo” delle sue sensazioni ed emozioni, e che rivestirebbe un ruolo anche nella genesi dei sogni e delle esperienze extracorporee. Alberg sospettava che i “vegetali di ghiaccio” potessero avere a che fare con quel concetto teosofico, anche se non ne era certo. Nel suo pamphlet spiegava:

La forza vitale delle piante, come quella di ogni altra cosa, è invisibile, imponderabile e impalpabile, e quindi non può essere annientata, e in questo modo lascia il suo effetto visibile nelle tracce ghiacciate. Mi sentirei incline a dar ragione ai teosofi, secondo cui è il corpo astrale oppure la forza vitale della pianta a diventare visibile in questo modo, ma mi asterrò da tale convinzione fino a quando non potrò fare ulteriori esperimenti che potrebbero consentirmi di fare una così sorprendente affermazione. Ma l’anima onnipervadente dell’universo deve per forza permeare anche tutte le piante. 

Per spiegare meglio il concetto, Alberg citava il suo conterraneo Linneo, che nel 1761 aveva osservato qualcosa di simile con semi di tè immersi nell’acqua che, congelando, riproducevano forme di rami e foglie. Si appoggiava però anche agli scritti dell’occultista tedesco Franz Hartmann, autore di una biografia su Paracelso, il grande medico esoterista del Cinquecento, riletto però alla luce dei concetti della Teosofia:

Palingenesi. Se una cosa perde la sua sostanza materiale, la forma invisibile rimane ancora alla luce della natura (la luce astrale). Se possiamo rivestire quella forma con materia visibile, possiamo far tornare di nuovo visibile quella forma. Tutta la materia è composta da tre elementi: zolfo, mercurio e sale. Con mezzi alchemici possiamo creare un’attrazione magnetica nella forma astrale, in modo che possa attrarre dagli elementi (l’Akasha) quei principi che possedeva prima della sua morte, incorporarli e diventare nuovamente visibile. […] Il corpo astrale di una forma individuale rimane con i resti quest’ultima finché questi resti non saranno completamente decomposti, e, mediante certi metodi noti all’alchimista,  essere rivestiti di materia e così esser resi nuovamente visibili. 

Non solo piante

Alberg aveva anche una serie di idee sulla natura di questa forza vitale, e su cosa sarebbe accaduto osservando il ghiaccio sui vetri di una macelleria o di un obitorio. Non potrebbe valere lo stesso anche per il corpo umano?, si chiedeva. In questo modo per lui si spiegavano anche le manifestazioni di tipo spiritico, con le loro  “materializzazioni” dello spirito in forma concreta, possibili anche quando il corpo del defunto era andato distrutto. 

La questione per lui lasciava aperte ulteriori domande: la cremazione – pratica che a fine Ottocento era assai discussa – poteva influenzare il destino del corpo astrale? Se un cadavere impiegava una decina d’anni a decomporsi, accorciare questo tempo era buono, malvagio, o inefficace per la “coscienza spirituale del corpo astrale”? Nel caso di un’esplosione in grado di fare a brandelli un corpo, gli arti avrebbero mantenuto una forza vitale “mozzata” (come da lui osservato con le foglie di tabacco), oppure questa sarebbe rimasta intatta come nel caso del sedano, che anche quando mangiato dava origine a immagini complete su ghiaccio, con tanto di gambo e ciuffi? Domande tormentose, per lui.

Del resto,  le sue osservazioni lasciavano spazio anche a scenari più “paranormali”. Descrivendo una struttura di ghiaccio osservata sulla finestra di una camera da letto, che raffigurava un paesaggio dettagliatissimo, con edifici e una barca, Alberg aveva avanzato l’ipotesi che potesse trattarsi di una “fotografia del pensiero”: il figlio del proprietario dell’abitazione, non a caso, sognava spesso la loro vecchia casa rurale vicino a Cleveland, che somigliava abbastanza al disegno sul ghiaccio. Si trattava forse di una “trasmissione del pensiero-sogno”? Lo stesso accadeva con le forme dettagliate (città, tunnel, macchinari) visibili sulle finestre di un tram: i viaggiatori avevano “trasferito inconsciamente” le loro “impressioni mentali” sul vetro umido? 

Un successo non proprio eclatante

Conscio che le sue speculazioni sarebbero state accolte in maniera non esattamente entusiasta dagli accademici, Alberg invitava i suoi lettori a verificare da soli quei fenomeni, magari usando proprio il sedano, pianta che per lui mostrava una “straordinaria forza vitale” nella sua capacità di formare cristalli spessi e durevoli (una proprietà che, per Alberg, rafforzava le deduzioni sul suo potere di conferire energia e vitalità): Fate l’esperimento e giudicate da voi, diceva.

Inutile dirlo: le scoperte di Alberg erano frutto di pareidolia, di errate correlazioni causali e di una disperata ricerca di conferme tra fenomeni che non c’entravano un bel niente. Per sua sfortuna, non molti lo seguirono su quella strada. Il sito Public Domain Review, che si è occupato di questa storia, segnala appena due menzioni del libro: si tratta di un appello ai lettori dell’American Monthly Microscopical Journal perché verificassero le scoperte di Alberg e di una recensione del libro su The Star of the Magi, rivista di occultismo popolare di Chicago. Nient’altro.

Nel 1912 Alberg inviò una copia del suo Frost Flowers allo zoologo britannico Alfred Russell Wallace, segnalando di aver fatto dal 1899 diverse altre osservazioni. Quando tornò a vivere in Svezia, in quel paese, si era diffusa la tecnologia dei doppi vetri, e la formazione di ghiaccio sulle finestre era ormai una rarità. In questo modo, rapidamente, le osservazioni di Alberg si fecero via via meno frequenti. Quando morì, nel 1924, l’idea della forza vitale dei sedani impressa nel ghiaccio era ormai passata alla storia dell’occultismo, in una delle sue forme più bizzarre, ma anche del tutto innocue.

Foto di Stefan Schweihofer da Pixabay