«Cialtroni di guerra»: le fake news in Italia tra il 1940 e il 1945
di Rocco Melegari
Era l’estate del 1944 quando in gran parte del Nord Italia iniziò a circolare la clamorosa notizia che a Bonate (Bergamo) fosse apparsa più volte la Madonna. Al di là del fatto che quell’apparizione non è mai stata riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa Cattolica, il fatto è interessante per il significato che vi fu attribuito.
«Gran parlare, tra il popolo, delle apparizioni della Madonna a Bonate (Bergamo), che avrebbe predetto la fine della guerra (!) per il 13 luglio».
Così scriveva, il 9 luglio, don Ezio Boarini, sacerdote di una piccola parrocchia di campagna del Parmense, aggiungendo queste parole:
«la Autorità Ecclesiastica tuttavia non ha confermato la veridicità delle apparizioni; migliaia di pellegrini intanto si recano ogni giorno al luogo delle apparizioni».
Che ad un evento miracoloso venisse accostato il significato apparentemente irraggiungibile della fine della guerra è indice di quanto si guardasse con speranza al termine di un conflitto che stava devastando l’Europa da cinque anni e che vedeva, in quel momento, il Nord Italia teatro dell’occupazione tedesca e della guerra civile.
Da quasi un secolo gli storici sanno che studiare le cosiddette “dicerie” diffuse tra i soldati e la popolazione è un esercizio fondamentale per comprendere le aspettative e le percezioni della gente comune coinvolta nelle guerre, così come i significati attribuiti agli eventi in corso. Si potrebbe dire che gli studi dello storico francese Marc Bloch (1886-1944) sono celebri anche tra i “non addetti ai lavori”. Richiamato nell’esercito come ufficiale, Bloch fu tra i primi a mettere sotto la lente le voci che circolavano nelle trincee francesi durante la Grande Guerra, intuendo quanto esse fossero una fonte di indiscutibile valore per comprendere non tanto gli eventi in sé, quanto la percezione degli stessi tra i soldati.
In questa prospettiva, l’Italia della Seconda guerra mondiale fornisce spunti di riflessione cruciali, anche per il nostro presente. D’altronde, non è un caso che il Ministero dell’Interno (e nello specifico la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza) già nel giugno 1940, subito dopo l’ingresso del Paese nel conflitto, sentì il bisogno di aprire un fascicolo intitolato Disfattismo e false notizie, cui ne sarebbero seguiti altri, come quello relativo alle Profezie sulla guerra.
Che Mussolini considerasse fondamentale monitorare le voci che circolavano tra la gente comune non stupisce. La sorveglianza e la repressione dell’opinione popolare era stata fondamentale durante tutto il Ventennio, così come i decenni precedenti. La classe dirigente fascista era ben consapevole di quanto le voci che si sussurravano tra i tavoli delle osterie e sui seggiolini dei tram fossero elementi rivelatori delle aspettative della popolazione verso gli eventi bellici e di quanto fosse radicato o meno il sostegno allo sforzo militare promosso dal regime.
Captare queste voci, tramite la fitta rete di informatori fiduciari presente in tutta la penisola, era funzionale anche per intervenire immediatamente nel reprimere quelle considerate pericolose e punire coloro che si rendevano colpevoli della diffusione di «false notizie», cioè di quelle potenzialmente in grado di deprimere lo spirito pubblico. Era fondamentale capire, tra l’altro, se le voci fossero parte delle reti dell’antifascismo organizzato, o nate dalla circolazione della propaganda nemica. Non a caso “disfattismo”, “pacifismo” e “antifascismo” furono parole usate pressoché come sinonimi dai funzionari delle prefetture e delle questure nelle loro relazioni inviate a Roma: a inizio 1941 il Capo della Polizia raccomandava ai commissari di Pubblica Sicurezza di istruire gli agenti perché
«prestino attenzione, con ogni cautela, sagacia e riservatezza, alle conversazioni dei viaggiatori [sui treni] al fine di sorprendere gli eventuali propalatori di notizie allarmistiche e tendenziose e di provvedere al fermo e alla denunzia di essi».
Sfogliare il contenuto di quei fascicoli, oggi conservati all’Archivio Centrale dello Stato, è un piccolo viaggio nel tempo dell’Italia in guerra che permette di comprendere molto di come venissero percepiti gli eventi bellici da parte della gente comune, ma anche i metodi di controllo delle autorità e le lenti con cui queste guardavano alla popolazione, specialmente quelle frange ritenute ostili al regime.
Ad esempio, nella primavera del ’41 Domenico Invernizzi, vecchio socialista che da tempo aveva abbandonato la militanza politica, diffuse tra amici e parenti un dattiloscritto in cui raccontava l’esperienza del figlio, naufrago in seguito alla battaglia di Capo Matapan. La “relazione” che conteneva episodi non certo edificanti, arrivò nelle mani di un informatore che mise subito in allerta la prefettura di Milano. Ritenendo il contenuto dello scritto «disfattista», il prefetto punì Invernizzi con l’avvertimento formale della diffida, probabilmente guardando con sospetto anche la sua vecchia fede politica.
Se da una parte il controllo capillare e stringente doveva essere portato avanti in tutta Italia, dall’altro lato era fondamentale rinforzare la diffusione delle notizie “corrette”, ovvero quelle in linea con la narrazione pubblica della Nazione fascista in armi. Detto in altri termini: era fondamentale che la popolazione venisse educata tramite la propaganda e che venisse disincentivata la differenziazione delle fonti, mantenendo invece il focus sugli organi ufficiali di informazione. Quest’ultimo non è certo un aspetto esclusivo del fascismo. Tutte le dittature, per poter vivere, necessitano di controllare i media e si può dire che durante la Seconda guerra mondiale tutti i Paesi in guerra esercitarono un controllo esteso sulla stampa, salvo ampie differenze tra le democrazie e i totalitarismi.
Così l’ascolto delle radio nemiche, come Radio Mosca o Radio Londra, fu severamente vietato, e dal giugno 1940 furono costantemente demonizzati coloro che si ostinavano a leggere i giornali stranieri, come quelli svizzeri. A questi «cialtroni» Il Popolo di Roma auspicava si desse
«qualche sonora legnata, però di quelle che lasciano il segno e non si fanno troppo presto dimenticare».
Si potrebbe dire moltissimo sulla repressione capillare e sulla propaganda di guerra, un filone praticamente inesauribile per gli studi sul tema, e dove si intrecciano inestricabilmente disinformazione e misinformazione. Tuttavia, vale la pena guardare a quelle “false notizie” diffusesi spontaneamente nell’Italia in guerra. Bastava l’arrivo di qualche unità reduce dal fronte per scatenare una ridda di voci riguardanti sia fulminanti vittorie conseguite dal Regio Esercito sia presunte catastrofiche disfatte nascoste dalla stampa. A far la differenza poteva essere un semplice dialogo tra un soldato e un civile, ma anche lo stato in cui versavano le truppe in arrivo in una determinata località, o persino semplici supposizioni poi diffusesi spontaneamente. Nel dicembre del ’40 la questura di Bari si impegnò nel capire chi avesse diffuso l’erronea notizia della «strepitosa vittoria» del maresciallo Graziani in Africa Settentrionale. Una notizia del tutto falsa, tenendo presente che il maresciallo aveva invece incassato una sonora sconfitta da parte dei britannici.
Eppure, la notizia della vittoria stava riscontrando notevole successo tra la popolazione e nel giro di pochi giorni era dilagata in Molise, Sardegna, Romagna, Toscana e Liguria. La diffusione di questo genere di notizie poteva costituire un grave fastidio per il regime: non potendo dare conferma dell’avvenuta vittoria, ma anzi dovendo necessariamente ridimensionarne i toni trionfalistici a causa delle ritirate in Libia, gran parte dell’opinione popolare che aveva creduto in un rapido trionfo nel Nord Africa rimase «delusa» e «depressa», come ebbero a dire le autorità di Chieti. Le ricerche, intanto, portarono a sospettare di un addetto dell’ufficio telegrafico di Foggia, ma non vi erano prove certe e si dirottò l’indagine verso diversi capi stazione, tuttavia senza ricavarne molto. D’altronde, come oggi sa molto bene chi pratica il debunking, risalire all’origine di una fake news è un’impresa che può rivelarsi frustrante e la questura di Bari e le centinaia di informatori e funzionari sguinzagliati allo scopo, lo impararono a proprie spese.
Nel corso del conflitto questo genere di voci rispecchiavano le effettive speranze e i timori della popolazione. Alla fine del ’40 era ancora possibile pensare che l’Italia potesse vincere la guerra: d’altronde le straordinarie vittorie tedesche sembravano poter traghettare il Paese verso la vittoria totale. Le cose cambiarono con il coinvolgimento dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti (1941) e con l’inizio dei grandi bombardamenti a tappeto sul territorio nazionale che colpirono molte città, come Milano, Torino e Napoli (1942-1943).
Le dicerie diffusesi in quel tornante decisivo portarono molti a vivere la concreta prospettiva di un’imminente sconfitta, tenendo conto anche delle contemporanee ritirate dal fronte orientale e dal fronte africano (si pensi alla sconfitta di Stalingrado del gennaio ’43 e l’abbandono definitivo dell’Africa nel maggio dello stesso anno). Così, la semplice ripresa dei lavori sul litorale laziale e toscano per i rifugi antiaerei invece che infondere fiducia nella capacità di difesa del Paese, causò il diffondersi di voci su un imminente sgombero di tutte le città sulla costa, mentre a Roma e in Toscana la modifica delle normative per le luci dei veicoli (dovuta all’oscuramento) generò dicerie su un presunto oscuramento totale che avrebbe comportato l’obbligo di allontanare tutti i bambini dalla capitale, per salvarli dai devastanti bombardamenti, ritenuti imminenti e certi.
Alla base di queste voci non vi era tanto ingenuità o malafede, bensì la profonda paura e il terrore di quello che avrebbero potuto comportare un’invasione nemica e i bombardamenti, con i relativi timori di subire gravi lutti e sofferenze. Detto in altri termini, era la consapevolezza della sconfitta, della potenza del nemico e della debolezza delle proprie forze (oltre allo scollamento evidente tra narrazione di regime e realtà) a portare molti a proiettare su ogni evento cupe prospettive e dare credito a quelle voci che apparivano più allarmistiche e catastrofiche.
A questo si univano processi di autoconvinzione, se non vere e proprie strategie autodifensive (consce o inconsce) che portavano gli individui a dare un significato comprensibile ad uno scenario che sembrava apocalittico. Fu così che, dopo gli scioperi del Nord Italia del marzo ’43 (i primi, in Italia, dal ’25 e scatenati non tanto dalla penetrazione degli antifascisti nelle fabbriche, quanto dalle insopportabili condizioni di lavoro e di vita dovute alla guerra) il terrore verso il “bolscevismo” e la percezione che il Paese fosse sull’orlo di una rivoluzione comunista, si diffusero enormemente. Da parte della classe dirigente, additare il nemico interno come il vero responsabile delle sconfitte era di gran lunga efficace nell’allontanare da sé la responsabilità della sconfitta, e ciò non solo per i fascisti “oltranzisti”, ma anche per tutti coloro che faticavano a prendere atto della disfatta.
Anche per questo dopo tra la caduta del duce (25 luglio ’43) e l’annuncio dell’armistizio (8 settembre ’43) praticamente ogni giorno questure e prefetture da una parte attenzionavano il diffondersi tra la popolazione di notizie riguardanti il suicidio di Hitler e l’avvenuta capitolazione della Germania e dall’altra quelle su preparativi preparativi subdoli della «teppa rossa» per prendere il potere. Un intreccio di percezioni che mette in luce quanto le spaccature sociali ed eventi traumatici diventino un terreno fertile non solo per il sorgere di fake news, ma anche per l’insediarsi nella società di vere e proprie interpretazioni differenti della realtà, che sfociano, a volte, in conflittualità aperta. Non a caso una volta che i tedeschi avrebbero imposto il disarmo dell’esercito nel settembre ’43, non pochi comandanti e autorità civili preferirono accordarsi con le truppe del Reich piuttosto che far fronte comune con i (pochi) antifascisti organizzati che chiedevano le armi per fronteggiare il nuovo nemico.
Gli eventi armistiziali, l’inizio dell’occupazione tedesca, l’instaurarsi della Repubblica Sociale Italiana e l’avvento della Resistenza armata acuirono questo scenario frammentato, specialmente quando la propaganda portò a dipingere tutti coloro che si opponevano ai nazisti e ai fasciti come criminali e banditi “antinazionali”. Il comandante partigiano Luigi Rastelli (“Annibale”) avrebbe ricordato per tutta la vita quello che, nel marzo ’44, gli disse una signora che abitava in un paesino dell’Appennino tosco-emiliano. Vedendo per la prima volta i partigiani si stupì enormemente per il fatto che essi erano tutti italiani e, sgranati gli occhi, esclamò:
«Ma come?! Mi avevano detto che i partigiani erano tutti dei negri!».
Un ultimo esempio che dice molto di come scenari traumatici aprano abissi enormi, fertili per il proliferare della disinformazione. E non sempre aprire gli occhi sulla realtà, come fece quella signora del marzo ’44, risulta essere così facile.
Studiare la circolazione di fake news nell’Italia della Seconda guerra mondiale, in estrema sintesi, acquisisce un senso particolare per la nostra società proprio per questo aspetto. Alla luce delle infelici esperienze del Covid-19 e di quelle cui assistiamo ormai da anni in Ucraina e Palestina (per non parlare della crisi climatica e dei fenomeni migratori), dovremmo aver ben compreso quanto una narrazione oggettiva, condivisa e credibile fatichi a prendere piede in contesti critici, anche laddove supportata da evidenze scientifiche. Allo stesso tempo, trovano invece sempre più spazio interpretazioni che, seppur distorte, appaiono maggiormente efficaci, perché possono far leva su rassicuranti fattori emotivi e sono in grado di semplificare all’estremo una realtà ben più complessità, diventando così anche rassicurante. Ed è proprio qui che si comprende quanto lo studio della storia e lo studio della scienza siano, di fatto, una cosa sola. Se ben condotti, essi non sono altro che due facce diverse della stessa medaglia: un esercizio fondamentale per la comprensione della complessità e nella diffusione dello spirito critico.
Immagine: poster della Seconda Guerra Mondiale, da Wikimedia Commons, pubblico dominio
