La fantastica macchina fotografica che veniva da Bra
Giandujotto scettico n° 190 di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo
Il 13 gennaio del 1951, nella sua pagina di cronaca torinese, il quotidiano Stampa Sera presentava per la prima volta una storia destinata a tenere alta l’attenzione dei maggiori organi di stampa piemontesi, e non solo di quelli: a Bra, nel Cuneese, un sedicenne aveva appena inventato una macchina fotografica fantastica, in grado di riprendere – non era spiegato come – qualsiasi oggetto a distanza, anche a migliaia di chilometri, dal proprio laboratorio. Le coste dell’Inghilterra, un veliero nel Pacifico, la Tour Eiffel… questo ed altro, comodamente e senza muoversi dal gabinetto fotografico del giovane, lo studente liceale Ippolito De Rolandis.
Un’invenzione fantastica
Quello del 13 gennaio era un articolo tutto sommato conciso: una vicenda riferita, così diceva il pezzo, “per dovere di cronaca”. Si direbbe però non la pensasse così la redazione dell’altro giornale torinese allora di moda, la Gazzetta del Popolo: il mattino dopo, domenica 14 gennaio, sotto la firma del giornalista e scrittore Ettore Doglio (?-1973), l’invenzione ricevette un’accoglienza assai maggiore. Figlio del farmacista dottor Alessandro, allievo del primo anno del liceo classico di Bra, De Rolandis da quattro anni smontava e rimontava apparecchi radio, costruendo anche apparati trasmittenti: sembrava avesse acquisito una buona competenza in quell’ambito. Nel 1949, mentre si trovava una sera in un paesino del Monferrato – così scriveva la Gazzetta – il giovane si era messo a fantasticare sulla luce inviata dalle stelle e riflessa dai corpi che incontrava. Quella luce per lui doveva essersi conservata, da qualche parte, e dunque doveva essere possibile captarla e “ricostruirla” ancora oggi.
Il risultato dei suoi esperimenti, che a quanto pare avevano dato qualche pensiero ai genitori, gli aveva dato ragione: aveva impressionato su lastre fotografiche punti del mondo la cui luce, riflessa da corpi distanti nello spazio, era rimbalzata fino al suo laboratorio. Alcune erano scene del mondo presente, altre, ricostruivano… il passato! (ma, almeno questo dettaglio menzionato dalla Gazzetta fu negato da Stampa Sera, il 16 gennaio…). A completare il racconto del quotidiano, a prova della sua realtà, una foto che mostrava il profilo dell’Europa – una delle foto “spaziali” realizzate a Bra.
Era solo l’inizio di una serie di notizie ancora più avvincenti. Lunedì 15 gennaio Stampa Sera, abbandonate le remore iniziali, forniva altri particolari. Il giovane inventore e la famiglia si erano allontanati da Bra il giorno prima: l’inviato del quotidiano aveva soltanto potuto appurare che il laboratorio di De Rolandis si trovava dietro la farmacia, e che era visibile una lunga antenna radioricevente formata da un cavo teso fuori da una finestra dell’edificio.
In compenso, il giornalista spiegava che per De Rolandis tutto era cominciato per caso: stava maneggiando il suo apparecchio autocostruito, nel retro della farmacia di corso Garibaldi, e ne muoveva la manopole. Di colpo, gli era apparsa davanti una compagna di scuola, certa S., in mezzo a una via cittadina… ma era come in un rilievo, non su uno schermo. Poi, toccato un bottone, la visione era sparita.
De Rolandis a quel punto andò da un professore che, come prevedibile, lo rampognò. Lui riprovò inserendo una lastra fotografica nella macchina, ed ecco finalmente apparire le visioni di luoghi distanti, stavolta disponibili per tutti. Fra le altre, scene della Guerra di Corea, allora in corso. Un benefattore gli aveva regalato un tubo catodico e libri scientifici su cui formarsi; pochi, però, sino al clamore giornalistico, erano al corrente della scoperta. Fra questi, c’era il sindaco di Bra, il professor Giorgio Cravero, che aveva mostrato interesse per la vicenda.
Dal canto suo, poche ore prima, Gazzetta del Popolo riferiva che tecnici e scienziati interpellati sul caso si erano dichiarati “molto scettici” sugli annunci che giungevano dal Cuneese. Uno scetticismo avanzato il giorno dopo sullo stesso quotidiano, in un nuovo articolo di Ettore Doglio che, tuttavia, riferiva anche la disponibilità della Facoltà di fisica dell’Università di Torino a esaminare qualsiasi affermazione ed esperimento del giovane.
Per quanto ne sappiamo, l’ultima parola pubblica su questa storia fu quella pronunciata il 19 gennaio 1951, in prima pagina, da un giornalista di Stampa Sera che si firmava a. a. Il giovane Ippolito, detto Ito da amici e parenti, secondo il titolo dell’articolo aveva “giocato con la scienza”. Le foto che aveva realizzato, e che almeno un barbiere di Bra aveva visto, mostravano scene confuse, anche se il barbiere diceva che una di quelle rappresentava “un porto del Baltico” – ma non sapeva dire quale. Quanto alla foto “a distanza” della compagna di scuola, il cronista si limitava a commentare che tutti, all’unanimità, ritenevano il giovane incapace di mentire, ma che un fatto così incredibile non si era più ripetuto, malgrado altri tentativi. A Castell’Alfero, nell’Astigiano, dove il giovane andava spesso, il cronista aveva incontrato due suoi giovani compagni di avventure, ma non aveva potuto raccogliere nient’altro di concreto.
Per quanto ci è dato di vedere, di questa invenzione non si è più saputo nient’altro, in nessuna direzione. Abbiamo però notizia di un articolo più tardo, sul settimanale Settimo Giorno del 3 febbraio: dopo aver ripetuto il dettaglio secondo il quale la macchina avrebbe fotografato anche il passato, Settimo Giorno segnalava il silenzio imbronciato di due fisici illustri che il cronista del periodico aveva provato a interrogare al riguardo, e cioè il preside della facoltà torinese di quella disciplina, il professor Romolo Deaglio, e un altro importante scienziato che lì lavorava, Gleb Wataghin. E documentava pure l’ampio spazio che alla vicenda aveva dedicato il giornalino studentesco del liceo Gandino di Bra, La Meninge:
Giorni fa Ippolito aveva promesso agli amici che i giornali si sarebbero interessati di lui, e ha indovinato. Anche La Meninge, il settimanale del liceo di Bra, è tutto pieno del caso De Rolandis. Si sono formati due partiti: i filo e gli anti. La Meninge ha intervistato un sacco di gente compresi Truman, Stalin e Totò; ma poi conclude con il parere di San Tommaso: “Sarà, ma prima voglio metterci il dito”.
Il “cronovisore” di George de la Warr
Fin dagli inizi – e gli stessi De Rolandis lo fecero, adducendolo a motivo della prima trasferta a Torino per parlare con i giornalisti – le cronache avevano collegato la storia della fotografia “a distanza” ad altre notizie, stavolta rimbalzate (sembra proprio il caso di dire) dall’Inghilterra. Riguardavano un supposto inventore di qualcosa di ancora più eccitante della macchina per riprendere le scene da migliaia di chilometri ideata nel laboratorio di Bra: un congegno per fotografare avvenimenti del passato.
Era quanto sosteneva di aver realizzato un ingegnere civile, George de La Warr (1904-1969), a dire il vero più noto per essere stato un propugnatore della radionica, la pseudomedicina ideata a inizio Novecento dal medico americano Albert Abrams (1863-1929), che affermava di poter curare una miriade di malattie con l’applicazione delle onde radio.
Il 7 gennaio del 1951, su quotidiani come Gazzetta del Popolo (ed è lì che i De Rolandis avrebbero appreso la vicenda) arrivò la notizia che de la Warr aveva costruito anche un cronovisore, diretta conseguenza delle teorie di Einstein e della meccanica quantistica – così diceva – grazie alla quale, fra le altre cose, sarebbe riuscito a fotografare il suo matrimonio, celebrato nel 1928. Le “onde di energia” degli eventi, diceva, persistono nel tempo. E quindi, con metodi adeguati, è possibile riprenderle. Sei giorni dopo, De Rolandis padre e figlio si recavano a Torino per spiegare che cosa il giovane Ippolito era riuscito a ideare nel ben più prossimo Cuneese.
Eccola qui, in immagine, la fotocamera de La Warr, insieme al suo inventore. La pagina web precisa che il funzionamento si basava sulla “focalizzazione del pensiero dell’operatore”. Siamo abbastanza sicuri che il dispositivo fosse molto meno meraviglioso di quanto raccontato.
Una carriera illustre
Torniamo ora alla macchina fotografica “a grandi distanze” di Bra. Un lato gradevole di questa vicenda è che il giovane che ne fu al centro, l’allora giovanissimo Ippolito De Rolandis, fece poi una carriera notevole come giornalista, scrittore e studioso di storia. Appena ventenne, nel 1954, fu un brillante pioniere del Telegiornale RAI, a Torino, (non ultimo, insieme a Piero Angela…), sotto il nome di Ito De Rolandis. Valorizzò anche la storia della sua famiglia (uno dei suoi avi era stato l’ideatore, a fine Settecento, della prima coccarda tricolore italiana).
Lavorò per vent’anni, dal 1961 al 1981, alla Gazzetta del Popolo di Torino, ed è lì che sviluppò un notevole interesse per il “mistero”, l’insolito, il paranormale, scrivendone sovente in lunghi reportage; si occupò anche di UFO, esprimendosi in maniera critica verso l’ipotesi “aliena”. Il fascino che provava per le “stranezze” è confermato ulteriormente, oltre che da una vasta produzione libraria, dal fatto che, a inizi Anni ‘70, collaborò con l’effimero ma importante mensile Pi Kappa, diretto dal giornalista e scrittore Peter Kolosimo, allora uno dei più popolari araldi di qualsiasi storia curiosa o in apparenza “paranormale” saltasse fuori.
Ito De Rolandis è scomparso nel 2020, a ottantasei anni. Con una vita così complessa, da curioso aperto a ogni cosa strana gli venisse a tiro negli anni d’oro dei “misteri” torinesi e piemontesi, è davvero interessante che le sue passioni si siano aperte, appena sedicenne, nel modo originalissimo che abbiamo ricostruito per voi. Come molti altri “inizi” di vicende, idee, movimenti, ci è parso che su queste “prime cose” fosse utile indagare.
Immagine in evidenza: da Pixabay, di izhar-ahamed
