26 Giugno 2026
Approfondimenti

L’improbabile storia della musica terapeutica a 432 hertz

di Marco Morocutti

La musica è arte, è un piacere, un’emozione. Ma può essere anche una cura? Secondo alcuni sì, ma per ottenere questo risultato – dicono – la musica non deve rispettare l’intonazione standard, bensì deve adottarne una diversa. Cosa significa? Proviamo a capirlo iniziando da alcune notizie di cronaca.

Un articolo riporta che, nel reparto di Patologia Neonatale dell’ospedale Goretti di Latina, è stata allestita una speciale stanza dedicata all’allattamento, dove cromoterapia e musicoterapia si uniscono in un ambiente sereno e accogliente, sia per le madri che per i neonati con patologie. Incuriosisce però un’affermazione: nella stanza

“risuona una musica a bassa frequenza, a 432 hertz, in linea con i ritmi vitali, con il respiro e il battito del cuore”.

E non è l’unico esempio di questo tipo. All’ospedale pediatrico Salesi di Ancona, durante un intervento oncologico, un pianista presente in sala operatoria ha eseguito brani su un pianoforte accordato a 432 Hz. A suo dire, tale accordatura produrrebbe musica

“più in linea con le nostre cellule, col nostro corpo, col linguaggio della natura, col linguaggio della Terra, che è uno strumento musicale che produce un suono a 8 hertz”.

E il chirurgo si dichiara d’accordo.

Cosa intendiamo quando si parla di “musica a 432 Hz”? La questione riguarda l’accordatura degli strumenti, cioè la frequenza delle note musicali che questi possono emettere, che (escludendo casi particolari) sono legate fra loro da rapporti di natura matematica. Accordare uno strumento significa quindi regolare la frequenza delle note a partire da una determinata nota che funge da riferimento, così che tutte le altre vadano di conseguenza.  Per convenzione, il riferimento è la nota emessa da un diapason: un semplice strumento meccanico che produce una vibrazione alla frequenza di 440 Hz, cioè 440 oscillazioni al secondo. Questa nota è detta “LA centrale” o “LA 4” secondo la notazione italiana. Oggi al posto dei diapason si usano riferimenti più comodi, gli accordatori elettronici, ma il concetto è lo stesso. Comunque sia, una volta intonata la nota di riferimento si farà in modo che tutte le altre note siano regolate di conseguenza, e lo strumento sarà interamente accordato.

Un chitarrista, ad esempio, che dispone proprio di una corda che produce la nota LA, può fare in questo modo. Dopo averla accordata con l’aiuto del diapason (o dell’accordatore), passa ad accordare le successive cinque corde usando la corda in LA come riferimento. Per essere precisi, oggi è più facile utilizzare l’accordatore per regolare tutte le corde, ma il risultato è lo stesso. L’importante è che dopo aver accordato egli sarà pronto per suonare assieme ad altri musicisti.

Il punto infatti è proprio questo. Potremmo accordare uno strumento utilizzando (entro limiti ragionevoli) anche frequenze diverse da 440 Hz per la nota LA, e quello che suoneremo sarà comunque musicalmente sensato. Ma è chiaro che se vogliamo suonare assieme ad altri, dovremo utilizzare tutti la stessa accordatura, qualunque essa sia.

Nel corso del tempo i musicisti non hanno sempre adottato la stessa intonazione per accordare gli strumenti: in passato le orchestre nazionali o regionali facevano storia a sé stante. Fra l’altro, nel passato le persone si spostavano molto meno di oggi, e le comunicazioni a cui siamo abituati semplicemente non esistevano. Anche vivere e suonare in un luogo o in un altro faceva molta più differenza rispetto a quanto avviene oggi, e questa distanza portava ad avere preferenze diverse. Ad esempio, qualche orchestra dove prevalevano gli ottoni preferiva un’accordatura un po’ più acuta. I cantanti invece trovavano più comoda un’intonazione un po’ più bassa. Ma suonando prevalentemente con musicisti locali, ciò faceva poca differenza.

La necessità di fissare un valore del LA che fosse uguale per tutti è divenuta stringente con l’avvento della radio, che improvvisamente consentiva di superare le distanze, e in seguito con la registrazione sonora. Senza contare che diventava sempre meno difficile spostarsi in luoghi diversi per suonare con altri musicisti.

Così nel corso dei decenni si sono susseguite diverse conferenze internazionali, fino ad arrivare ad un accordo (è il caso di dirlo!) sul valore del LA. Queste vicende sono ben documentate, ad esempio, in La lunga storia del diapason di Pietro Righini (ed. BÈRBEN – 1990). La decisione definitiva è della riunione dell’International Standard Organization (ISO) del 1939 a Londra, che si conclude con una raccomandazione unanime e motivata a favore dei 440 Hz.

A ben vedere, il fatto che si sia giunti ad una standardizzazione ricorda ciò che è avvenuto in molti altri campi della tecnica. Un esempio noto a tutti sono le dimensioni delle viti e dei dadi, grazie a cui in tutto il mondo si possono assemblare oggetti usando parti meccaniche che hanno le stesse misure, e sono perciò compatibili fra loro.

Torniamo però alla musica. Esiste davvero qualcosa di speciale in una determinata accordatura rispetto a un’altra, che non sia solo una questione di gusti? Se ci pensiamo, il contenuto emotivo di un brano, cioè in altre parole quello che il linguaggio musicale dice all’ascoltatore, non dipende dal valore assoluto dell’intonazione. Mi spiego meglio. Pensate a un brano triste, struggente, come il tema di Shindler’s List. Immaginatelo ora eseguito con una tonalità leggermente diversa, ad esempio appena un po’ più in basso. Facciamo lo stesso esperimento mentale con una marcia per banda (chi lo conosce può pensare a Stars and Stripes Forever), e immaginiamola suonata un po’ più in alto o un po’ più in basso. Cosa succederà? Il brano triste resterà triste, quello allegro e marziale resterà allegro e marziale. Una musica misteriosa susciterà ancora mistero; una rilassante resterà rilassante, mentre un brano che proprio non vi piace avrà il medesimo effetto anche se eseguito, per dire, un semitono sopra o uno sotto rispetto all’originale. Eccetera.

Questo accade perché il contenuto musicale di un brano è tutt’altra cosa rispetto alla sua intonazione assoluta. Il linguaggio musicale è una struttura molto complessa e articolata, che si evolve nel tempo, che il compositore utilizza secondo la propria capacità artistica (e con infinite sfumature) per conferire ad un brano il carattere che desidera attribuirvi.

Per capire meglio, dobbiamo entrare in qualche aspetto tecnico. Il termine “semitono” che ho citato poco fa è la differenza di altezza musicale fra due note consecutive sulla tastiera del pianoforte, ad esempio fra un DO e un DO# (do diesis). La famosa accordatura con il LA a 432 Hz, anziché 440 Hz, comporta uno spostamento dell’intonazione di tutto lo strumento di una quantità che è meno di mezzo semitono. E questo, assieme a quanto detto in precedenza, dovrebbe aiutare ad inquadrare un po’ meglio le affermazioni circa il presunto potere della musica che diventerebbe terapeutica quando il LA è accordato a 432 Hz, meno di mezzo semitono rispetto al LA standard.

Ma c’è di più. Nel mondo reale la musica non ha affatto una sua frequenza, e a dirla tutta neppure una singola nota ha una sua frequenza. Casomai esiste una frequenza fondamentale della nota, ma attenzione: se rappresentiamo le frequenze presenti, ad esempio, in una singola nota LA di pianoforte, potremmo essere sorpresi nel trovare quel che si vede in figura.

Questo diagramma si chiama spettro di frequenze, ed è una rappresentazione dell’intensità di tutte le frequenze presenti in un suono. La frequenza fondamentale di quel LA è 440 Hz, ma come dicevo tale frequenza è solo una delle componenti del vero suono di un LA del pianoforte… che nel mondo reale include numerosissime altre componenti, a frequenza sia più elevata che inferiore, che tutte assieme creano il timbro caratteristico dello strumento.

Se poi invece di un solo LA suoniamo un accordo, e se invece del solo pianoforte aggiungiamo altri strumenti, e tutti assieme eseguono l’intera musica, è facile immaginare cosa accadrà. Avremo una complicatissima sovrapposizione di infinite frequenze, per di più continuamente variabili.

Qui non possiamo scendere troppo in tecnicismi, ma si comincia a capire quanto poco senso abbia l’idea di trovare i famosi 432 Hz (o anche i 440 Hz di un LA standard) nello spettro sonoro di un vero brano musicale.

E allora? È vero che fra un brano eseguito con una data intonazione e lo stesso identico brano, ma suonato meno di mezzo semitono più in basso, esiste certamente una differenza. Su questo non ci sono dubbi. Ma oltre a essere una differenza molto lieve, si tratta di una questione di gusto, o di abitudine. Oppure di suggestione…

Infatti ciò che non abbiamo ancora detto è che attorno alla questione dei 432 Hz troviamo affermazioni che spaziano dall’esoterismo alla pseudoscienza, passando per diverse ipotesi complottiste. Un esame anche solo delle affermazioni più frequenti richiederebbe molto più spazio di questo semplice articolo; tuttavia mi preme evidenziare che è davvero difficile trovare un motivo che giustifichi un carattere “più naturale” dell’accordatura con il LA a 432 Hz anziché 440 Hz. Parlare di “suono dell’Universo” non ha alcun senso, perché l’Universo non possiede un suono. La cosiddetta “risonanza di Schumann” (che era un fisico, nulla a che vedere col famoso compositore) è un fenomeno geofisico di natura elettromagnetica, non di natura acustica, e possiede una frequenza di circa 7,83 Hz, che se anche fosse un’onda sonora non sarebbe neppure una frequenza udibile, e che non ha nessun rapporto speciale con il valore di 432 Hz.

Anche parlare di “frequenza delle cellule”, se non addirittura di “frequenza del DNA”, lascia davvero molto perplessi… dove e in che modo si evidenzierebbero i famosi 432 Hz?

E per finire: perché sarebbe proprio la frequenza del LA a dover essere “speciale”? Perché non quella, per dire, del FA#?

Invece di perdersi in teorie esoteriche che ne sviliscono la complessità, dovremmo apprezzare la musica per ciò che è realmente: un linguaggio universale e potentissimo in grado di emozionare, divertire, unire e confortare. Un’arte che non ha bisogno di pseudoscienza per toccare le corde più profonde della nostra sensibilità. Il valore della musica è infinitamente più grande di 432 hertz.

Immagine di apertura di Gerd Altmann da Pixabay