Il licantropo padovano: una leggenda urbana del ‘500?

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Oggi ci occupiamo di una storia di licantropia. Una storia che, per quello che si può dire, potrebbe essere riconducibile a qualcosa di mai avvenuto. Fu raccontata da diversi autori, in lingue diverse e in un lasso di tempo relativamente ristretto, senza che si sapesse come fosse pervenuta al primo che la raccontò diciotto anni dopo il momento in cui il fatto descritto sarebbe accaduto. 

Una specie di leggenda metropolitana dell’epoca.

La nostra tragica storia di lupi mannari apparve in un libro tedesco del 1559, opera dello scrittore tedesco Job Fincel, un tipico esponente della cultura del suo tempo, originario di Weimar e morto intorno al 1568.

Fincel è noto più che altro perché un suo scritto costituisce una delle fonti principali sulla leggenda del Pifferaio di Hamelin, ma a noi questo autore interessa per un ben più modesto passaggio contenuto nel libro XI del secondo tomo della raccolta di fatti prodigiosi intitolata Wunderzeichen, Warhafftige beschreibung und gründlich verzeichnus schrecklicher Wunderzeichen und Geschichten…, che uscì per la prima volta a Jena stampata dalla tipografia di Christian Roedinger.

In questo passaggio Fincel sostiene che nel 1541 un contadino era stato catturato nei pressi di Padova dopo che aveva ucciso e fatto a pezzi diverse persone nelle campagne e che si era difeso dichiarando con convinzione di essere un lupo. La sola differenza, aveva detto, consisteva nella pelliccia, che i suoi compagni animali avevano all’esterno, e lui invece all’interno. L’uomo era stato immediatamente mutilato di gambe e braccia per controllare la veridicità delle sue asserzioni, ma – lo immaginereste? – senza che fosse trovata traccia di pelame. 

Attenzione: nel testo Fincel dava mostra di ritenere che il vero male non fosse radicato nel poveretto squartato, ma nei suoi torturatori, che erano “più pazzi di lui”. 

I medici, aggiungeva il tedesco, avrebbero tentato di curare il mutilato, ma quello dopo qualche giorno sarebbe morto. 

Teniamo presente questi ultimi particolari sulla posizione di Fincel, quando più avanti commenteremo l’aneddoto. 

Di seguito, comunque, il cronachista tedesco aggiungeva ancora che l’anno seguente la storia del licantropo padovano, dunque nel 1542, intorno a Costantinopoli c’erano tanti di quei lupi mannari che la guardia dell’Imperatore era uscita dalle mure insieme allo stesso sovrano per combatterli, uccidendone centocinquanta!

Ad ogni modo, come per molti altri suoi aneddoti, Fincel non forniva nessuna fonte per quegli episodi.

Se presa alla lettera, quella del licantropo padovano si deve considerare una versione collocata nell’Italia nord-orientale di metà Cinquecento del mito del versipellis, ossia della trasformazione che sancisce l’intercambiabilità fra uomo e lupo, anzi, la possibilità di trasformarsi nell’uno e di tornare indietro senza rimanere bloccati nella condizione mostruosa. A questo riguardo, il racconto antico d’obbligo è quello di Nicerote, nel libro VI del Satyricon  di Petronio (siamo dunque intorno al 60 d. C.). In quella storia, Nicerote assiste alla trasformazione di un uomo in lupo fra le tombe di un cimitero.

In questa sede non è nemmeno il caso di sfiorare i significati antropologici del complicato rapporto uomo-lupo. Fra le mille cose che si potrebbero dire, basti accennare che nel libro VI del Medicinalium libri VII  di Tommaso Campanella, uscito a Lione nel 1635 (cap. 24. art. IV), si spiega che con la pelle dei lupi si può mettere in atto un rituale che ne comprende l’utilizzo sul corpo umano al fine di combattere la rabbia trasmessa dai canidi (il “veleno del lupo”).

Quello dipinto dallo scrittore tedesco nel 1559 è dunque un fatto italiano, ma di come dall’Italia la voce sia giunta a Fincel non siamo sicuri al cento per cento. Però, per capire meglio il senso del testo forse è utile inquadrare in modo più ampio il libro (il cui primo tomo era uscito nel 1556). L’intero lavoro, in realtà, mostra infatti un filo conduttore del quale la nostra vicenda è soltanto una piccola chiosa, il frammento di un panorama complessivo. 

Mentre Fincel dà alla stampa il suo lavoro, le guerre di religione sono esplose in Europa centro-occidentale, cattolici e protestanti si massacrano a vicenda e fioriscono in Germania i libri che trattano di “fatti meravigliosi”, celesti e terrestri, segni dei tempi di rivolgimento ormai maturati, di un ordine sociale e religioso in trasformazione e – naturalmente – di come gli eventi vadano letti quale avveramento delle attese escatologiche sugli ultimi giorni dell’umanità.

Su questo sfondo generale, il prodigio che tiene insieme l’intero primo tomo del luterano Fincel, che vede nel papa di Roma l’Anticristo e la minaccia maggiore alla fede cristiana, è la comparsa della Grande cometa del 1556. A metà degli anni ‘50 del XVI secolo la pubblicistica tedesca sui prodigi è al suo apice. La stesura del lavoro di Fincel, completato nel 1555, giunge a puntino. Sarà aggiornato al momento della pubblicazione della sua seconda edizione, quella uscita a Jena nel 1557 proprio con l’ultima grande novità – la Cometa che compare nei cieli europei nel febbraio successivo. 

Il licantropo padovano è soltanto uno dei mille esempi in un lungo catalogo di prodigi e di segni più o meno improbabili che in quei pochi anni furono discussi e che attiravano l’attenzione attonita dei centro-europei. 

E’ stata la storica australiana Jennifer Spinks a inserire in modo adeguato il libro di Fincel nell’alveo della ricezione del portento della cometa da parte della cultura centro-europea. Spinks si è occupata del significato del libro di Fincel in un saggio del 2015, Signs that Speak: Reporting the 1556 Comet across French and German Borders (“Segni che parlano: descrivere la cometa del 1556 oltre i confini francesi e tedeschi”), parte del volume collettivo Religion, the Supernatural and Visual Culture in Early Modern Europe (pp. 213-239), di cui lei stessa è stata co-curatrice per le edizioni Brill.

Per Spinks il lavoro che contiene la nostra breve storia è esempio eccellente del modo in cui un osservatore tedesco di quegli anni vedeva racconti de relato come quello giunto dalla città veneta. Essi in qualche modo erano stim (voce) di Dio e comunicavano in modo diretto un messaggio al mondo che, combattendo il papato, stava ritrovando – pur tra i tormenti – la vera religione. 

Questa lettura, aggiunge Spinks, è sostenuta dal fatto che la seconda edizione del libro fu completata con l’aggiunta di un paragrafo che sottolineava ancor di più che i fatti raccontati erano indizi del disordine generale europeo, ma pure che essi non andavano temuti dai veri fedeli. Erano annuncio di catastrofe soltanto per coloro che non si erano ancora pentiti della loro condizione. 

Il licantropo di Padova era uno di quei simboli di disordine. Perché quel racconto ci parli come si deve va posto in situazione.  

Mentre questa chiarificazione è merito di Sprinks, chi invece ha indicato la strada migliore per capire come sia nato quello che lui stesso definisce “l’equivalente cinquecentesco di una leggenda metropolitana” è il filologo Carlo Donà

In un passaggio di un suo lavoro del 2010, La malinconia del mannaro, contenuto nei “Quaderni Indo-Mediterranei” (vol. 2, pp. 41-64), Donà considera proprio la nostra storia “di una semplicità quasi archetipica” al fine di mostrare come potessero nascere i racconti relativi ai licantropi (p. 44). 

Pur con qualche riserva, anche lui nota che non si riescono a trovare fonti italiane che raccontino la storia descritta da Fincel, che tutti quelli che lo seguono fanno riferimento a lui e, soprattutto, che gli pare possibile che il testo sia nato da un equivoco su una vicenda attribuita al filosofo Pietro Pomponazzi, che pure era morto parecchio tempo prima della caccia al supposto licantropo padovano ma che nella città veneta aveva lavorato a lungo. 

Curioso ma non troppo, che questa vicenda relativa a Pomponazzi, che per Donà circolava tra parecchi autori del tempo (p. 45) sia riportata nei termini che seguono proprio da uno di quelli che del “nostro” vampiro padovano parlarono, cioè dall’ecclesiastico astigiano Simone Maioli (1520?-1597 o 98) nei suoi Dies caniculares, del 1608 (p. 325), proprio poco prima della menzione della “nostra” storia (p. 326):

A Pietro Pomponazzi, medico un tempo celebre in Italia, fu una volta consegnato un malato sofferente di licantropia, che dei contadini avevano trovato per caso sotto del fieno, e che avevano preso perché dichiarava di essere un lupo, e li invitava a fuggire via, per non essere da lui stesso divorati. Questi contadini avevano cominciato a scorticarlo, per vedere se si trattava di un versipelle, cioè se gli crescevano i peli al contrario (di ciò erano infatti convinti secondo l’errore popolare); ma per intercessione di Pomponazzi egli fu lasciato libero, e venne curato con le medicine appropriate.

Come si vede, a questo punto, né Fincel né Maioli, che riporta un episodio del tutto simile a quello presunto padovano del 1541, danno mostra di credere alla realtà dei licantropi. I “versipelle” non esistono: dipendono da un “errore popolare”. Pomponazzi per Maioli intercede per far liberare il malcapitato, per Fincel quelli che lo hanno tormentato sono “più pazzi di lui”. 

Come detto, comunque, la storia padovana nel libro di Maioli c’è:  e oltre che nel secondo tomo dei Dies caniculares pubblicati postumi in Germania per la prima volta nel 1608, un testo in cui largo spazio è lasciato alla demonologia, figura più tardi, ad esempio, nel Serraglio degli stupori del mondo del romagnolo Tommaso Garzoni (1549-1589), uscito postumo a Venezia nel 1613.

Peraltro, Roberto Labanti ci ha fatto notare da par suo che, prima ancora che nel libro di Maioli, il riferimento alla storia di Pomponazzi era apparsa in un lavoro meno noto del 1584, il De Sagarum del tedesco Johannes Ewich (1525-1588) e poi in altri autori tedeschi, tanto da far pensare che Maioli abbia ripreso la storia da Ewich, o entrambi da una terza fonte non identificata.

Avevamo peraltro visto sopra come Jennifer Spinks abbia ben contestualizzato l’interezza del libro di Fincel. Donà invece (pp. 45-47) spiega da par suo il processo di trasformazione del racconto: in questi autori che ne parlano in Germania nel 1559 (Fincel) e in Italia nel 1608 (Maioli) è possibile individuare tutti gli elementi della storia, ma il successo europeo del racconto per Donà si deve al trasferimento del racconto di Fincel dal quadro dei prodigi, delle guerre di religione e dei segni dei tempi a quello della controversia sulla licantropia operato qualche tempo dopo dall’olandese Johan Weyer (o Wier) (1515-1588) almeno a partire dall’edizione del 1566 del suo De praestigis daemonum  (libro III, cap. XXI, p. 453), uscito la prima volta tre anni prima.  Nel farlo, Weyer calcò i toni rispetto a Fincel per mostrare che la licantropia al massimo era una malattia causata dal fatto che alcuni creduloni si ungevano con pomate allucinogene prodotte con piante pensando così di trasformarsi in lupi mannari.      

Solo a questo punto si sarebbe prodotto il vero patatrac. Già decontestualizzato, nel 1567 il libro di Weyer fu tradotto in francese, la città del fatto fu spostata o per un errore tipografico, oppure, come ci ha proposto Labanti, per assonanza malintesa da traduttore, da Padova a Pavia e l’evento, per gli autori successivi, diventò prova dell’esistenza della licantropia, tanto più che Weyer, protestante come Fincel (era di confessione riformata calvinista, per la precisione) stava in odio a quelli che, nell’Europa meridionale cattolica e in Francia ne usarono il passo, trasformandolo in un sostenitore della pratica della necromanzia, lui che fu uno dei primi a sostenere per quegli episodi che oggi definiremmo di competenza degli antropologi e della psichiatria, letture razionalizzanti. Lo stesso Tommaso Garzoni sopra menzionato, per esempio, lo definì un sostenitore della stregoneria.  

Più tardi, nel 1580 (di quell’anno la prima edizione), a completare il quadro giunse Jean Bodin (1530-1596), che menzionerà ancora per sommi capi la storia di Padova, anch’egli attribuendola nella famosa De la demonomanie des sorciers (tradotto in latino l’anno successivo come De Magorum Daemonomania) a Fincel, ma mostrandosi certissimo della storia, con le mutilazioni che in questa versione oramai causano il ritorno del povero contadino alla forma umana, e non più un’umanissima morte! 

Commenta Donà al riguardo (p. 47):

Il contadino, in altre parole, è diventato un lupo vero e proprio; il taglio della zampa provoca il suo improvviso ritorno alla forma umana, e il popolo folle e crudele che lo mutila scompare nel nulla: il malato è sparito, e al suo posto è comparso il mostro, essere del tutto inumano, che suscita orrore e non merita nessuna pietà.

Riassumendo: una narrazione – tutto sommato d’impronta critica – su un probabile aneddoto che circolava circa Pietro Pomponazzi, giunge a Job Fincel, in Germania. Quello lo usa più che altro per parlare di segni della crisi dei tempi ma senza crederci granché, ma quello stesso aneddoto passa rapidamente alle discussioni sulla licantropia e in poco tempo si trasforma in “prova” non solo della sua esistenza ma della sua natura satanica. 

Da parte nostra, se non abbiamo capito male, abbiamo notato che in uno dei suoi scritti più celebri, il De incantationibus, uscito postumo a Basilea nel 1556,  Pomponazzi si conferma scettico sulla licantropia. 

Il successo che s’incontra di recente nella localizzazione pavese della storia padovana dipende dalla fortuna della traduzione in francese del libro di Weyer. Questa localizzazione lombarda figura ad esempio in The Book of the Were-wolves, del pastore anglicano Sabine Baring-Gould (1834-1924), uscito nel 1865 e, da allora, in innumerevoli riferimenti contemporanei.

Purtroppo Carlo Donà, pur brillantissimo, nel suo studio non è riuscito a reperire negli scritti di Pomponazzi riferimenti al caso del “malato di licantropia” da cui sarebbe sorta la leggenda.

Per questo, il misterioso “Query Award” sarà assegnato (?) a chiunque riuscirà a indicare il passo in cui Pomponazzi o altri prima di Job Fincel ne abbiano parlato. 

Buona caccia!

Immagine in evidenza: Un’incisione di Lukas Mayer, risalente alla fine del XVI secolo, che mostra l’esecuzione di Peter Stubbe, serial killer accusato di essere un lupo mannaro e avvenuta a Colonia nel 1589. Fonte: Wikimedia Commons. 

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