Omeopatia riabilitata dalla scienza? Sembra proprio di no

Il 2 novembre 2019, sul sito della SIOMI (Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata)  è stato pubblicato un video[1] (dal titolo “Omeopatia, questione di chimica!”, autrice: Simonetta Bernardini) in cui si afferma che durante l’VIII Congresso della Società si è svolto il seminario internazionale “Advances in Homeopathy: a new scientific and social prospective” e, con tono trionfalistico, si dichiara che:

Quello che non si è saputo spiegare in tutti questi anni e che ha esposto l’omeopatia ad una condanna della scienza che l’ha classificata come un sistema di cura non plausibile poiché priva di molecole oggi è stato sfatato. Grazie agli studi di Jayesh Bellare, docente di ingegneria chimica a Mumbay (India), che con il microscopio elettronico a trasmissione (TEM) ha dimostrato in maniera incontrovertibile la presenza di un rilevante numero di molecole di principio attivo in tutte le diluizioni omeopatiche dalla 6 CH[2] alla 200 CH.

Viene inoltre affermato che:

Tali molecole, che si mantengono in numero pressoché costante in tutte le successive diluizioni, vengono stabilizzate dai metasilicati provenienti dal vetro utilizzato per preparare le diluzioni stesse. Questi aggregati costituiscono una riserva chimica di molecole che possono interagire con i substrati biologici e conferire l’effetto all’attività del medicinale omeopatico. Certo, sono piccole dosi (nanomoli), ma sufficienti a costruire una risposta terapeutica secondo i principi della farmacologia delle microdosi: una parte della farmacologia ortodossa sempre più in sviluppo negli ultimi anni.

Al seminario è stato sottolineato come i risultati osservati siano spiegabili con il meccanismo dell’ormesi (stimolazione a basse dosi), come ha ribadito Edward Calabrese tossicologo dell’Università di Ahmerst, Massachusetts, massimo esperto al mondo di questo sistema di interazione delle sostanze con gli organismi viventi.

Il video prende poi le distanze dalla vecchia teoria della memoria dell’acqua, tanto cara agli omeopati:

Dunque non più memoria dell’acqua, un concetto scientificamente implausibile, ma molto più chiaramente normali interazioni chimiche tali e quali a quelle che avvengono nel nostro organismo con i farmaci prescritti dalla medicina ortodossa per promuovere la nostra guarigione.

Dicevamo che il video si intitola “Omeopatia, questione di chimica!” e sicuramente non può che suscitare l’interesse (e come vedremo l’ilarità) di un chimico!

Intanto un breve ripasso. La teoria della memoria dell’acqua abiurata dagli omeopati della SIOMI, risale al 30 giugno 1988, quando la prestigiosa rivista scientifica britannica Nature, pubblicò un articolo dal titolo “Human basophil degranulation triggered by very dilute antiserum against IgE”[3], che portava la firma di ben 13 autori (6 francesi, 3 israeliani, 2 canadesi e 2 italiani). Coordinatore del gruppo di ricerca era il biologo francese Jacques Benveniste, allora direttore dell’Unité 200 dell’Institut National de la Santé e de la Recherche Médicale (INSERM) di Parigi.

L’articolo riportava risultati clamorosi: ad esempio, si sosteneva che una particolare reazione biologica (degranulazione dei basofili) continuava a verificarsi anche quando la soluzione di anticorpi veniva fortemente diluita, fino a raggiungere una concentrazione di 10-120 M (si legge dieci alla meno centoventesima molare). La chimica ci dice che a tali diluizioni non c’è più traccia del soluto (in questo caso gli anticorpi). E allora gli autori ipotizzavano che il solvente, ovvero l’acqua, mantenesse una memoria di ciò che era stato precedentemente disciolto in essa.
La bizzarra ipotesi venne clamorosamente smentita da un secondo articolo[4] pubblicato da Nature, frutto del lavoro di una commissione di indagine di cui facevano parte John Maddox, allora direttore di Nature, Walter W. Steward, ricercatore dell’Istituto Americano della Sanità ed esperto in frodi scientifiche e The amazing James Randi, illusionista e smascheratore di pseudoscienze, che i lettori di Query conoscono bene.

Nonostante la sonora smentita, molti omeopati hanno continuato per anni a tirare in ballo la memoria dell’acqua per difendere la validità della loro disciplina. (Persino il premio Nobel per la medicina Luc Montagnier, che da tempo è partito per la tangente, ha sostenuto una strampalata teoria molto simile a quella della memoria dell’acqua).
Sorprende quindi che finalmente degli omeopati prendano le distanze da questa bizzarra congettura.

Ma con la nuova teoria delle “molecole stabilizzate dai metasilicati” siamo veramente di fronte a una rivoluzione della scienza? La comunità scientifica deve fare ammenda e scusarsi con gli omeopati?

Innanzitutto la teoria in questione non è affatto nuova. L’articolo originale in cui viene sostenuta risale infatti a quasi dieci anni fa[5]. Inoltre, la prima cosa che balza agli occhi è che è stato pubblicato su una rivista di nome Homeopathy, edita dalla Faculty of Homeopathy[6] di Londra! Leggerissimo conflitto di interesse?

Ma, al di là di questo, i contenuti dell’articolo destano non poche perplessità e fin dal 2012 sono state avanzate serie critiche nei loro confronti[7].

I ricercatori indiani sono partiti da preparati omeopatici commerciali a base di metalli pesanti: oro (Aurum metallicum), rame (Cuprum metallicum), stagno (Stannum metallicum), zinco (Zincum metallicum), argento (Argentum metallicum) e platino (Platinum metallicum). Successivamente hanno effettuato le ripetute diluizioni e mediante tecniche di microscopia elettronica a trasmissione (TEM), diffrazione elettronica ad area selezionata (SAED) e analisi chimica mediante spettroscopia di emissione plasma-atomica accoppiata induttivamente (ICP-AES), hanno individuato nanoparticelle metalliche e loro aggregati anche quando le diluizioni erano tali da andare oltre i limiti imposti dal numero di Avogadro.

Gli autori hanno anche avanzato fantasiose ipotesi per spiegare l’origine delle nanoparticelle. Hanno infatti supposto che esse possano essere state generate dalle forze di taglio generate durante il processo di fabbricazione (triturazioni meccanizzate di lattosio e/o succussioni manuali), oppure da una presunta cavitazione[8] acustica durante il processo di succussione che avrebbe generato localmente temperature sufficientemente elevate da fondere le particelle di metallo. Inoltre viene affermato che le nanoparticelle salirebbero in superficie insieme alle bolle di cavitazione per formare un monostrato, che verrebbe coinvolto nella successiva diluizione.

La cosa più curiosa è che i ricercatori, a un certo punto, hanno osservato il raggiungimento di una concentrazione costante di nanoparticelle anche quando i campioni venivano ulteriormente diluiti. Questa osservazione avrebbe dovuto metterli in guardia e far loro capire che c’era qualcosa che non quadrava. Se la concentrazione rimanesse costante nonostante le successive diluizioni la quantità totale di metalli presenti aumenterebbe esponenzialmente: avremmo trovato il modo di creare dal nulla una quantità, ad esempio, di oro o platino. Invece i ricercatori hanno ipotizzato bizzarre spiegazioni.

Agli occhi di un chimico, tuttavia, la spiegazione più naturale che viene in mente è che il solvente, in questo caso l’acqua deionizzata utilizzata, o altri reattivi utilizzati nelle analisi, sia essa stessa contaminata da impurezze metalliche (stiamo parlando di concentrazioni bassissime e di strumenti di misura molto sensibili e quindi questa eventualità è piuttosto probabile). Solo in questo caso, infatti, la concentrazione dei metalli rimane costante qualunque sia la quantità di acqua aggiunta. Gli autori, tuttavia, non hanno minimamente preso in considerazione questa possibilità e non hanno adottato alcuna precauzione per evitarla.

Essi stessi, tuttavia, sembrano rendersi conto dell’esistenza di un problema. È noto infatti che, secondo gli omeopati, all’aumentare della diluizione aumenterebbe l’efficacia di un rimedio omeopatico. Ma se la concentrazione del principio attivo a un certo punto diventa costante, come si può spiegare la differente efficacia? Gli autori forniscono la seguente non spiegazione:

Abbiamo scoperto che le concentrazioni raggiungono un plateau alla potenza 6C e oltre. Inoltre, abbiamo dimostrato che, nonostante le grandi differenze nel grado di diluizione da 6C a 200C (da 1012 a 10400), non c’erano differenze importanti nella natura delle particelle (forma e dimensione) del materiale di partenza e delle loro concentrazioni assolute (in pg[9]/ml). Come questo si traduca in un cambiamento nell’attività biologica con crescente potenza necessita di ulteriori studi.

Quello che stupisce in tutto l’articolo è la mancanza di controlli adeguati che escludano possibili forme di contaminazione.

Il secondo articolo (pubblicato anch’esso sulla stessa rivista di omeopatia) cui si fa riferimento nel video della SIOMI è più recente e risale al 2017[10]. In esso si sostiene che soluzioni contenenti metalli a concentrazioni dell’ordine dei femtogrammi[11]/ml presentano un’attività biologica (in particolare sono in grado di indurre un’attivazione ormetica indipendente dalla proliferazione aumentando la sintesi proteica intracellulare).

Il fenomeno dell’ormesi è ben noto. Sostanze che a dose elevata possono produrre effetti nocivi, a bassissime dosi possono essere addirittura benefiche. In ogni caso si parla di dosi bassissime, non nulle! Nei rimedi omeopatici oltre la dodicesima diluizione centesimale, con buona pace dei ricercatori indiani, le concentrazioni sono ben al di sotto dei femtogrammi/ml! Quindi l’articolo in questione non dimostra affatto l’efficacia dei rimedi omeopatici.

Di nanoparticelle di silice si parla infine in un altro articolo[12]. Anche questo articolo appare ben poco convincente dal punto di vista scientifico. Oltretutto nasce spontanea un’obiezione. Ammettendo pure l’esistenza di nanoparticelle di silice (evidentemente derivanti dai contenitori di vetro usati per le diluizioni), che differenza ci sarebbe tra i vari rimedi omeopatici derivanti da diverse tinture madri se alla fine contenessero tutti quanti le stesse nanoparticelle di silice?

In definitiva quindi, il trionfale annuncio della SIOMI appare del tutto fuori luogo. Gli articoli citati non riabilitano affatto l’omeopatia agli occhi della scienza. Tutto appare come l’ennesima arrampicata sugli specchi, non dissimile dalla teoria della memoria dell’acqua ora abiurata dagli stessi omeopati.
In ogni caso, resta sempre valida la principale obiezione alla quale gli omeopati non hanno mai saputo replicare in modo convincente: nessuno studio controllato in doppio cieco ha mai dimostrato che i rimedi omeopatici abbiano un’efficacia superiore al placebo! Ogni tentativo teorico di giustificarne l’efficacia appare pertanto perfettamente inutile.

Riferimenti e note:

1) https://www.siomi.it/siomi-il-principio-attivo-permane-a-tutte-le-diluizioni/;
2) CH (o C) sta per diluizione centesimale;
3) E.Davenas, F.Beauvais, J.Amara, M.Oberbaun, B.Robinzon, A.Miadonna, A.Tedeschi, B.Pomeranz, P.Belon, J.Sainte-Laudy, B.Poitevin & J.Benveniste, “Human basophil degranulation triggered by very dilute antiserum against IgE”, Nature 333, 816, 1988;
4) J.Maddox, J.Randi, W.W.Steward, “High-dilution experiments: a delusion”, Nature 334, 287, 1988;
5) P.S. Chikramane, A.K. Suresh, J.R. Bellare, S.S. Kane, “Extreme homeopathic dilutions retain starting materials: A nanoparticulate perspective”, Homeopathy 99, 231-242, 2010: http://ww.w.csoh.ca/News_2010-10_NanoparticulatePerspective.pdf;
6) La Faculty of Homoeopathy è di fatto un’associazione di medici omeopati e alternativi;
7) H. Hall, “Homeopathy and Nanoparticles”, Science Based Medicine, May 8, 2012: https://sciencebasedmedicine.org/homeopathy-and-nanoparticles/; D. Gorski, “A truly homeopathic defense of homeopathy”, Science Based Medicine, December 17, 2012: https://sciencebasedmedicine.org/homeopathy-as-nanoparticles/;
8) La cavitazione consiste nella formazione di cavità piene di vapore all’interno di un liquido;
9) 1 pg (picogrammo) = 10-12 grammi;
10) P.S. Chikramane, A.K. Suresh, S.G. Kane, J.R. Bellare, “Metal nanoparticle induced hormetic activation: a novel mechanism of homeopathic medicines”, Homeopathy 106 (3),135-144, 2017: https://www.thieme-connect.com/products/ejournals/abstract/10.1016/j.homp.2017.06.002;
11) Un femtogrammo è 10-15 grammi.
12) I.R. Bell, M.Koithan, “A model for homeopathic remedy effects: low dose nanoparticles, allostatic cross-adaptation, and time-dependent sensitization in a complex adaptive system”, BMC Complement Alternative Medicine 12, 191-212, 2012: https://bmccomplementalternmed.biomedcentral.com/track/pdf/10.1186/1472-6882-12-191.

16 pensieri riguardo “Omeopatia riabilitata dalla scienza? Sembra proprio di no

  • 27 Novembre 2019 in 10:57
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    Le obiezioni riportate nel commento sono sensate. L’ autore tuttavia non ha sottolineato tre punti chiave. Il primo è che Bellare e il suo gruppo hanno mostrato successivamente su Langmuir (rivista prestigiosa e non di parte) che l’ effetto è dovuto a flottazione, il che porta il preparato a dover essere considerato una “non-soluzione” e che di fatto il processo di diluizione è formale. Secondo, altri studi condotti su altri medicinali non metallici da altri autori confermano l’ ipotesi di Bellare e che i dati ED sono coerenti. L’ effetto tuttavia non è nuovo: avviene per la gran parte dei farmaci. Terzo, e per me più importante, tutti gli studi, che sono stati pubblicati fino ad oggi, riguardanti l’ effetto dei medicinali meopatici sui profili genici (Dna-arrays e PCR), sono positivi, anche se tali farmaci sono ad alta diluizione. Tutto questo tuttavia non conferma la validità del modello terapeutico, ma prima di vanificarlo, se fossi un detrattore, ci penserei.

    Risposta
  • 27 Novembre 2019 in 18:18
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    Non sono un chimico e quindi potrei anche sbagliarmi, ma aggiungerei che ad oggi l’acqua non sia descritta da modelli teorici di comportamento soddisfacenti. Questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali diluizioni successive di una soluzione porterebbero solo teoricamente all’azzerarsi del soluto, che invece verrebbe descritto da una curva asintotica tendente allo zero ma senza mai raggiungerlo.

    Risposta
  • 28 Novembre 2019 in 15:23
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    Se diluizioni successive non portano all’azzeramento del soluto, esistono solo due possibilità:
    1) creazione di soluto
    2) contaminazione del solvente con soluto

    Terzium non datur

    Di fronte alla prima ipotesi “nui chiniam la fronte al Massimo Fattor… (A. Manzoni)

    La seconda ipotesi appare invece molto promettente, e meritevole di indagini ulteriori.
    Un piccolo suggerimento: tenendo conto che la massima purezza con cui si può ottenere l’acqua ultrapura è 10^-12 , dalla diluizione CH6 in poi di qualunque sostanza non dovrebbero rilevarsi differenze significative rispetto all’acqua ultrapura di partenza usata come campione di controllo.: esattamente l’importantissimo risultato ottenuto da Bellare

    Risposta
    • 28 Novembre 2019 in 15:31
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      In realtà un “terzium” è “datur” proprio dal fatto che l’acqua si porta con se una piccola quantità di soluto. Ma se si parte dal presupposto che l’esperienza si deve per forza piegare alla teoria sempre e comunque, allora è inutile condurre prove sperimentali. Ne consegue che gli effetti biologici delle alte diluizioni su Dna-arrays e PCR sono da imputare all’acqua pura…

      Risposta
      • 28 Novembre 2019 in 22:53
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        Veramente è la teoria che si deve piegare alla conferma delle prove sperimentali, e allora diventa scienza.
        Mentre una teoria che non trova conferma dalle prove sperimentali muore, se non muore diventa fuffa

        “…che l’acqua si porta con se una piccola quantità di soluto.”
        È un mio limite, ma non riesco a comprenderne il significato.

        Risposta
  • 28 Novembre 2019 in 18:15
    Permalink

    Mi scuso se per motivi di spazio non sono stato illuminante. Purtroppo i lavori scientifici bisogna leggerli prima di formulare conclusioni avventate. La spiegazione di Bellare (a supporto c’ è anche un filmato) si basa sulla formazione di un film superficiale di particelle di soluto. Non sono impurezze, ne’, come suggerisce l’ autore, nanoparticelle di silicati. Moseley è morto a 24 anni, ma la sua legge è ancora valida: i dati ED sono una fingerprint delle molecole di soluto. Quante molecole son presenti in un film? Su una superficie solida da 1000 a 100000 miliardi per centimetro quadrato. Secondo Bellare lo strato superficiale ha uno spessore di qualche millimetro. Questo fa sì che se il prelievo è fatto con un puntale di vetro o di plastica, che per motivi che tralascio funziona come un Dyson, il processo di diluizione a partire dalle 3-4 C sia solo formale. Questa procedura viene normalmente seguita nei processi automatizzati di diluizione seriale e quindi non c’ è nulla di strano che soluzioni ultradiluite siano in realtà nano- o pico-molari. Come d’ altra parte ho già sottolineato e richiamato da Santini, tali soluzioni influenzano i profili genici in maniera diversa rispetto al solvente. Su questo anche i farmacologi, ancorchè contrari all’ omeopatia, concordano tranquillamente.

    Risposta
    • 28 Novembre 2019 in 22:37
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      In sostanza ha appena affermato che Boiron, Guna, ecc. non sono capaci di fare le diluizioni….
      Se fosse vero, bisognerebbe ritirare immediatamente dal commercio per precauzione tutti gli omeopatici che partono da un principio venefico.

      Risposta
      • 29 Novembre 2019 in 00:17
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        “In sostanza ha appena affermato che Boiron, Guna, ecc. non sono capaci di fare le diluizioni….”

        Mmm… No, non ho detto nulla del genere, ma lo sa anche lei. Le aziende devono seguire una farmacopea e stop. Farmacopea che è basata sulle conoscenze attuali. Se cambieranno, si cambia la farmacopea e le aziende si adatteranno di conseguenza. Ma vale per tutte le aziende.

        “Se fosse vero, bisognerebbe ritirare immediatamente dal commercio per precauzione tutti gli omeopatici che partono da un principio venefico.”

        Anche qui è libero di estremizzare il mio pensiero con concetti di fantasia (la sua), ma ovviamente non è così perchè ogni effetto è legato alla dose. Anzi, con questo paradosso (spero per lei involontario) si sta avvicinando al nocciolo del problema. Do you know Paracelso?

        Risposta
        • 29 Novembre 2019 in 10:20
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          “Questo fa sì che se il prelievo è fatto con un puntale di vetro o di plastica, che per motivi che tralascio funziona come un Dyson, il processo di diluizione a partire dalle 3-4 C sia solo formale”
          “…quindi non c’ è nulla di strano che soluzioni ultradiluite siano in realtà nano- o pico-molari”

          Sono entrambe sue affermazioni, che asseriscono che nei prodotti omeopatici ultradiluiti (vuoi per limiti di processo, vuoi per principi fisici appena scoperti) la dose non è in realtà nota.
          Come ella ben sa “…ogni effetto è legato alla dose”
          Come la mettiamo allora con l’effetto?

          Paracelso? Finisco qui questa discussione, perché sta uscendo dal campo scientifico, che mi appartiene, per entrare in quello esoterico che mi trova totalmente impreparato. Punto

          Risposta
  • 29 Novembre 2019 in 00:25
    Permalink

    “Veramente è la teoria che si deve piegare alla conferma delle prove sperimentali, e allora diventa scienza. Mentre una teoria che non trova conferma dalle prove sperimentali muore, se non muore diventa fuffa.”

    Non sempre. Per esempio i modelli teorici dicono che l’acqua dovrebbe comportarsi in un certo modo, ma poi l’esperienza ci dice che non è così.

    “…che l’acqua si porta con se una piccola quantità di soluto.”
    “È un mio limite, ma non riesco a comprenderne il significato.”

    E’ un limite di tutti quelli che non si leggono i lavori indicati ma vanno avanti a pregiudizi (opinioni preconcette, l’opposto dell’atteggiamento di chi fa scienza). Bellare espone un’ipotesi precisa per questo fenomeno, ma non voglio svelarle tutto, se no non c’è più gusto… 🙂

    Risposta
    • 29 Novembre 2019 in 10:27
      Permalink

      “Bellare espone un’ipotesi precisa per questo fenomeno, ma non voglio svelarle tutto, se no non c’è più gusto…”

      Torni quando l’ipotesi di Bellare sarà confermata da esperimenti scientifici ripetitivi nel tempo e nello spazio.

      Nel frattempo ho incrementato la scorta di pop-corn.

      Risposta
  • 29 Novembre 2019 in 13:45
    Permalink

    “Sono entrambe sue affermazioni, che asseriscono che nei prodotti omeopatici ultradiluiti (vuoi per limiti di processo, vuoi per principi fisici appena scoperti) la dose non è in realtà nota.
    Come ella ben sa “…ogni effetto è legato alla dose”
    Come la mettiamo allora con l’effetto?”

    Mi faccia capire meglio: se io porto una sperimentazione dove soluzioni a diluizioni omeopatiche mi provocano un effetto biologico, questo lavoro non viene preso in considerazione perchè non conosco il dosaggio della sostanza?

    Risposta
  • 29 Novembre 2019 in 19:25
    Permalink

    Come vecchio guerriero (pensionato e invalido) di tante battaglie contro il CICAP e altre bande antiomeopatiche mi permetto di dirVi che perdete entrambi tempo: se l’ Omeopatia, l’ Agopuntura, la Medicina Tradizionale Cinese, l’ Osteopatia, la Pranoterapia (chiedo scusa alle altre Medicine Tradizionali, Complementeri, Alternative che non cito) trovano Medici regolarmente iscritti agli Ordini Professionali che le utilizzano in Terapia assieme alla Chemioterapia e alla Radioterapia, nonché ai Vaccini, questo non è certo dovuto alla loro gentile sottomissione alle leggi della Chimica e della Fisica, ma al fatto che producono risultati su Malattie e Malati. Lo stesso vale per l’ Antibioticoterapia e l’ Ormonoterapia: ove non dessero risultati o avessero effetti collaterali inaccettabili, non verrebbero utilizzate dai Medici e accettate dai Pazienti, pur avendo presupposti teorici validissimi. Quindi non sarà alcun articolo teorico che validerà o invaliderà l’ Omeopatia o le altre Medicine. Solo ed esclusivamente i risultati terapeutici danno e daranno ragione, in futuro, a qualunque Medicina.

    Risposta
  • 29 Novembre 2019 in 22:00
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    Il suo è il classico problema dell’Unicorno: non ha senso discutere se sappia volare o no, senza averne prima dimostrato l’esistenza.

    Risposta
  • 29 Novembre 2019 in 22:43
    Permalink

    Unicorno o no, non fa una piega. Se non funzionasse con i pazienti, soprattutto con pazienti che non hanno risolto i loro problemi in modo tradizionale, l’omeopatia sarebbe scomparsa da sola. Se ho una strategia che ha un effetto su un sistema biologico e posso utilizzarlo a scopo terapeutico, intanto la si usa anche se non è ancora provvisto di un modello che ne dimostri il meccanismo.

    Risposta
    • 1 Dicembre 2019 in 16:59
      Permalink

      2500 anni di storia – accenni in Erodoto, spiegazione del meccanismo biologico nel 1982 e relativo premio Nobel a Vane, Samuelson e Bergstroem, ampio utilizzo attuale – stanno lì a dimostrare che la medicina è in grado di utilizzare un principio davvero funzionante anche senza conoscere il meccanismo biologico di funzionamento. Sto parlando dell’acido salicilico prima e acetilsalicilico poi.

      Risposta

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