Il “vampiro dai denti d’acciaio” di Glasgow

Prima puntata di “Misteri Vintage”! Ogni quattro settimane Sofia Lincos e Giuseppe Stilo presenteranno un presunto mistero del passato con particolare attenzione alle affermazioni straordinarie e alle loro debolezze. Saranno privilegiate le storie italiane ma senza dimenticare il panorama internazionale. Buona lettura con “Misteri Vintage”!

Dal nostro corrispondente
Londra, 25 settembre, notte.
Centinaia di ragazzi, evidentemente eccitati dalla lettura dei giornali a fumetti, hanno invaso l’altro giorno un cimitero di Glasgow per attaccare e sopprimere un mostro che, essi dicevano, aveva strangolato e divorato due bambini. Si trattava, secondo loro, di un vampiro dai denti di acciaio…

Inizia così un super-classico dei panici collettivi, secondo quanto venne raccontato sul Corriere della Sera il 26 settembre 1954. E’ la storia del “vampiro di Glasgow”, una vera e propria psicosi che per alcuni giorni, nel settembre del 1954,  coinvolse migliaia di giovanissimi della città scozzese. All’estero è una vicenda piuttosto conosciuta, anche perché venne ricostruita e studiata da storici e psicologi britannici. Da noi lo è molto meno.

La location della “caccia” non avrebbe potuto essere migliore: nemmeno il più mediocre gothic tale avrebbe osato ambientare l’inseguimento di un vampiro-mangia-bambini  nel cimitero ottocentesco di una città scozzese. Si tratta del Southern Necropolis, un camposanto monumentale inaugurato nel 1840 nel quartiere di Gorbals, nella parte sud di Glasgow, non distante dal corso del fiume Clyde. Oggi si trova in piena città.

A partire da giovedì 23 settembre cominciò a spargersi la voce, tra i bambini e i ragazzi della città, che un vampiro dai denti di acciaio alto più di due metri aveva ucciso e mangiato due bambini e che si nascondeva proprio nel cimitero di Gorbals. Le testimonianze raccolte indicano che la notizia si diffuse dapprima tra i bambini di una scuola elementare della zona; all’uscita pomeridiana i ragazzi delle aree vicine discussero fra loro della voce che aveva cominciato a circolare in mattinata. Nel giro di poche ore furono presi in massa dall’eccitazione generale e partirono in colonna verso il cimitero.

Subito dopo i tre giorni di panico collettivo: il 27 settembre 1954 il Daily Record usa toni apocalittici accusando la stampa giovanile di essere causa di quegli eventi.

Quando la Polizia fu chiamata sul posto si trovò davanti centinaia di preadolescenti (ma si registrò pure la presenza di bimbi di quattro anni!); molti erano armati di bastoni appuntiti e coltelli da cucina. Si aggiravano in gruppi fra le tombe per dare la caccia al mostro.

I ragazzi furono rimandati a casa, non senza qualche fatica, dalla Polizia e da altri adulti, ma gli assembramenti si riformarono per altre due sere, quelle del 24 e del 25. La voce dovette circolare di bocca in bocca o per telefono per intere giornate, a casa e nelle scuole.

Il fatto ha quindi tutte le caratteristiche di un panico collettivo, la percezione di una minaccia immaginaria che si trasmette da persona a persona in particolari contesti sociali. Sono fenomeni interessantissimi per la psicologia della testimonianza e della percezione, e particolarmente studiati nell’ambito della sociologia moderna. Non è raro che abbiano per protagonisti gruppi di bambini o adolescenti, come nel caso del “dinosauro al guinzaglio” di Palermo o delle pareti sanguinanti di Torino.

Questi episodi si accompagnano sovente a “panici morali”, cioè a quelle paure collettive nelle quali un evento (parecchie volte dalla dubbia realtà) è visto come una minaccia per la stabilità sociale e per certi “valori” di quelli che oggi si direbbero non negoziabili.

Il caso del vampiro di Glasgow venne studiato nei dettagli da Sandy Hobbs e David Cornwell,  due psicologi scozzesi specializzati nei comportamenti dell’età evolutiva, che hanno fornito al riguardo interpretazioni interessanti. Due loro lavori, uno del 1985 e l’altro del 1988, hanno analizzato gli attori e le conseguenze di quell’ormai lontana “caccia al vampiro”.

La colpa di tutto venne data ai fumetti horror e di fantascienza, che all’epoca si stavano diffondendo tra i ragazzi, e in particolare all’album “Dark Mysteries #15” uscito nel dicembre 1953 (che conteneva una storia su una duchessa che si trasformava in vampira dopo essersi fatta impiantare nuovi denti metallici) . Adulti spaventati dalla novità, allora giunta da pochi anni nelle edicole, pensavano che tutto dipendesse da quello. Eppure, come hanno argomentato gli psicologi Hobbs e Cornwell, il comportamento di quei ragazzi (maschi che si muovevano in gruppo, “armati”, alla caccia di un “mostro”) non mostrava nulla di aberrante o di nuovo per la psicologia dell’età evolutiva. Era una “guerra” infantile alla paura e un modo per sentirsi forti.

I mass media locali invece si interessarono alla storia degli “avvistamenti” di un essere strano, cioè a dei “fatti” da far diventare notizie. Ma anche sotto questo profilo la novità non c’era: storie folkloristiche con caratteristiche simili a quelle del “vampiro-dai-denti-d’acciaio” erano parte della tradizione orale del sud della Scozia da lungo tempo, come nel caso di “Jenny wi’ the airn teeth” (Jenny-dai-denti-d’acciaio), immortalata già in una poesia ottocentesca  da Alexander Anderson.

In sostanza il senso della storia fu costruito dalla stampa cittadina, che ignorò l’importanza di un folklore locale pre-esistente, e che era probabilmente noto a parecchi dei protagonisti. Al contempo, le preoccupazioni per la “salute morale della gioventù” presero il sopravvento e trasformarono questo breve episodio (i panici collettivi di norma sono molto brevi e si esauriscono da soli) nella paura per l’influenza nefasta dei fumetti americani sulla mente degli ingenui bambini e adolescenti.

Malgrado il legame con il fumetto incriminato fosse piuttosto debole (il particolare del vampiro mangia-bambini sembra più che altro frutto della fantasia dei ragazzini), l’episodio di panico fu un’occasione che parecchi nemici di quel genere di letteratura non si lasciarono sfuggire. Tra questi figuravano gruppi con idee molto diverse: da un lato c’erano infatti gli ambienti delle chiese locali e gruppi di insegnanti che temevano il “diabolico” di quella novità (e di cui il Daily Record, fortemente conservatore, era espressione), dall’altro intellettuali e politici di sinistra su posizioni di antiamericanismo culturale, che disprezzavano tutto ciò che arrivava da Oltreoceano.

Le conseguenze della caccia al vampiro di Glasgow furono rapide e concrete. Anche se nulla stava a indicare che le cause del fenomeno fossero quelle, pochi giorni dopo i fatti il governo scozzese si attivò per presentare alla Camera dei Comuni un disegno di legge anti-fumetti. Nella primavera del ‘55 quel progetto diventò una legge, il Children and Young Persons (Harmful Publications) Act, che, seppur con diverse modifiche, è ancora in vigore nel 2018.

Le conseguenze della “caccia al vampiro” dimostrano che – come succede sovente in queste occasioni – ci fu una sopravvalutazione del “potere” dei fumetti, del cinema, della letteratura… Chi teme che un album dell’orrore trasformi tutti in assassini, chi pensa che guardare pornografia scateni i comportamenti sessuali più estremi, chi ritiene che sentire un brano musicale heavy metal trasformi migliaia di ragazzi in satanisti omicidi, lo fa perché è convinto che basti essere esposto a queste cose per diventare marionette. La realtà dei fatti è invece sempre un po’ più complessa.

Il murale realizzato a Glasgow nel 2016 su bozzetto della sedicenne Ella Bryson.

Oggi, passate alla storia quelle paure, la caccia al vampiro del Southern Necropolis è diventata parte integrante della cultura cittadina. Nel 2016 la vicenda è stata rimessa in scena dai ragazzi di Glasgow ed è stato indetto un concorso per un grande murale con al centro il nostro vampiro mangia-bimbi. Vincitrice del contest è risultata la sedicenne Ella Bryson. L’opera basata sul suo bozzetto è stata poi realizzata da un  gruppo di street artists, gli “Art Pistol”.

Una piccola curiosità: la notizia della caccia al vampiro di Glasgow ebbe ampio riscontro internazionale, e arrivò anche in Italia. Ne parlarono subito il Corriere d’Informazione del 25-26 settembre (l’ultima edizione, quella della notte) e La Stampa del 26. I quotidiani nostrani se ne fecero eco più che altro per rilanciare le preoccupazioni sui fumetti, che stavano prendendo piede anche nel nostro Paese.

La polemica contro questa forma di letteratura era all’ordine del giorno nella cultura italiana del tempo, e per questo non stupisce che sull’Avanti! del 6 ottobre 1954 Maria Morante, sorella della più nota Elsa e impegnata a sinistra nell’attività politica, prendesse spunto dai fatti di Glasgow per prendersela con “un giornale a fumetti made in USA” che, narrando “con tale dovizia di particolari e con tale verismo” la vicenda del mostro, inevitabilmente aveva fatto “nascere nell’animo dei ragazzi l’assoluta fede nell’esistenza del vampiro”. Anzi, giorni prima alcuni bambini agghindati da pellerossa avevano provato ad assaltare un treno sulla linea ferroviaria Benevento-Avellino! Che cosa aspettava il governo ad accorgersi del pericolo? In questo modo, forse in modo più evidente che in Gran Bretagna, con l’intervento di Maria Morante emergeva l’antiamericanismo culturale italiano, un altro grande filone di sicuro interesse per chi voglia interessarsi di storia delle idee, delle credenze e del leggendario contemporaneo.

L’intervento della Morante non fu l’unico in questo senso. Il 26 settembre, come visto in apertura, la notizia uscì sul Corriere della Sera: la firma era “d.b.”, vale a dire Dino Buzzati.

Interessatissimo al fantastico e alla fantascienza, lo scrittore fu il primo a pubblicare in Italia un racconto ispirato ai dischi volanti, uscito sul Corriere d’Informazione appena una settimana dopo le prime notizie sul nuovo fenomeno, nel luglio del 1947. Non stupisce perciò che il vampiro di Glasgow lo avesse colpito così tanto. Anche lui però ne aveva paura: l’episodio per lui aveva un carattere morboso, l’influenza dei fumetti era perniciosa, le illustrazioni orrende.

Oggi la sua valutazione appare un po’ riduttiva, e forse vedendo la dimensione artistica raggiunta da alcuni fumetti moderni anche lui avrebbe cambiato opinione. Ma all’epoca le sue considerazioni risultarono estremamente tranchant: il fantastico era una dimensione possibile, ma solo nell’ambito della letteratura e se colto in modo sano. Per gli altri, solo i divieti e la dannazione del “vampiro-dai-denti-d’acciaio”.

Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Si ringrazia Roberto Labanti per i contributi all’articolo

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