Un caso “It” a Torino

Beverly sentì la gola contrarsi. Il cuore le scorrazzava nel petto. Temette di mettersi a vomitare. C’era sangue sullo specchio che colava in lunghe strisce. C’erano gocce di sangue anche sulla lampadina e si sentiva distintamente l’odore che mandava mentre cuoceva sul vetro surriscaldato dalla resistenza da 40 [w]att. E ancora sangue, che scendeva per i fianchi di porcellana del lavandino e cascava in goccioloni sul linoleum del pavimento. […] C’era quel sangue… sangue dappertutto… E suo padre non lo vedeva.

Chi tra voi ha visto (o letto) It, forse ricorderà l’agghiacciante episodio, che ha come protagonista la ragazzina del Club dei Perdenti. Non molti sanno che qualcosa del genere accadde anche – mutatis mutandis – in una scuola di Torino, in una concitata settimana del maggio 1967. Il 18 del mese il quotidiano della città – La Stampa – raccontava infatti una serie di strane visioni, che stavano coinvolgendo da circa una settimana gli alunni dell’elementare “Gabrio Casati”

“Psicosi collettiva alla Casati – gli alunni vedono gli spiriti”.
Da una settimana bimbi e ragazzi affermano di vedere macchie di sangue e scene raccapriccianti nei corridoi e negli angoli della loro scuola. E’ più di una semplice fantasia: è una psicosi che si diffonde di giorno in giorno e già parecchi genitori ne sono suggestionati o sono allarmati.

Secondo La Stampa, il fenomeno era iniziato in seguito a un banale incidente: un bambino scivolato e feritosi al mento durante la lezione di ginnastica. Nulla di grave, ma molto sangue finito sul pavimento della palestra. Qualche giorno dopo un alunno di quarta, arrampicandosi su una pertica, aveva gridato, ed era sceso terrorizzato. Aveva raccontato di aver visto “molto sangue”, forse anche un dito mozzato. La cosa aveva prodotto una profonda impressione sui compagni di classe, alcuni avevano confermato di aver visto il sangue; nei giorni successivi si erano aggiunte visioni di scheletri, streghe che bruciavano, spiriti.

Il quotidiano raccoglieva la testimonianza di un dodicenne

“Io non ho ancora visto quelle cose, ma i miei compagni sì. Giovanni […] ha visto una bacinella piena di sangue e Salvatore […] è stato rincorso da uno scheletro.” In ogni sgabuzzino della scuola, soprattutto in quello che è vicino alla palestra, bimbe e bimbi vi hanno già “visto” un fantasma. Lo descrivono molto alto, calvo, qualche volta ha un lenzuolo.

Se probabilmente non avete mai sentito parlare di questa storia, però, è perché l’infestazione durò poco. Il giorno stesso in cui la notizia era salita agli onori della cronaca, il direttore didattico della scuola prese in mano la situazione, interrogando i testimoni più convinti e ispezionando i locali dell’istituto. E così, nell’edizione del 18-19 maggio, Stampa Sera potè affermare

Gli scolari che da circa una settimana erano vittime di un fenomeno di psicosi collettiva alla scuola elementare “Casati” di corso Racconigi sono guariti stamane senza speciali terapie. Le bacinelle piene di sangue, le brutte facce che minacciavano, gli scheletri dannati esistevano naturalmente solo nell’immaginazione dei ragazzi.

Quello che il direttore aveva trovato era una curiosa convergenza di alcune testimonianze, che riferivano della presenza di “una brutta faccia gialla e nera”, “una faccia da cinese”, che spuntava “in mezzo a un lago di sangue”; tutte avvistate nello sgabuzzino della palestra, un bugigattolo di un metro e mezzo per tre senza corrente elettrica e illuminato solo da una finestrella. In quello spazio angusto, utilizzato come magazzino e ingombro di materiali, il preside aveva trovato alcune macchie di minio (un colorante rosso un tempo molto usato nelle vernici antiruggine) e una testa di bambola, che probabilmente grazie alla semi-oscurità era stata scambiata per qualcosa di ben più spaventoso.

La Stampa faceva comunque una parziale marcia indietro rispetto all’enfasi del primo articolo, ammettendo che delle apparizioni “molti però parlavano soltanto per ridere” e che all’entrata della scuola i bambini non sembravano poi più di tanto impauriti.

Cosa c’era, dunque, dietro l'”infestazione” della Gabrio-Casati? Probabilmente un misto di autosuggestione di qualche bambino ed entusiasmo degli adulti. Come aveva raccontato la Stampa stessa nel primo articolo sul caso:

Ogni giorno le visioni aumentano. I bambini ne parlano a casa, ma non sempre i genitori cercano di convincerli che non c’è nulla di vero. Vi sono invece padri e madri che li incoraggiano a raccontare, vogliono i particolari e rabbrividiscono.

Un modo perfetto per far emergere circostanze inesistenti, come sa chiunque si sia mai occupato di raccogliere una testimonianza: un’operazione delicatissima, in cui è sempre alto il rischio di fare domande direttive e, sostanzialmente, di farsi dire dal testimone ciò che si vuole sentirsi dire. Soprattutto se l’intervistato è in una situazione di “sudditanza psicologica” nei confronti dell’intervistatore, come accade spesso quando un adulto interroga dei minori. Le “autorità” di questa storia (il preside, i genitori) potrebbero quindi aver spinto i ragazzi nella direzione delle loro aspettative.

In un esperimento classico di psicologia della testimonianza, lo studioso Julien Varendonck aveva chiesto a 18 bambini di sette anni di quale fosse il colore della barba del maestro. Sedici di loro risposero che era nera… Anche se, in realtà, il maestro non aveva la barba.

Ecco quindi da dove potrebbero essere saltati fuori gli scheletri e le streghe bruciate dei racconti di alcuni bambini: dove la bambola non era arrivata, le domande dei genitori potrebbero aver fatto il resto.

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