Fantasmi che non lo erano: lo spirito cantante di Pontesuero d’Asti
Giandujotto scettico n°217 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Ipswich, Regno Unito, settembre 2018. Da settimane una donna che vive in Bramford Road con due figli piccoli viene svegliata quasi ogni notte da una canzoncina per bambini, una filastrocca conosciuta in Inghilterra come It’s Raining, It’s Pouring. La musica viene dalla zona industriale della città, forse da un capannone, e si sente soltanto nel cuore della notte: una circostanza decisamente inquietante. Tanto inquietante da spingerla a segnalare il problema alle autorità…
Qualcosa del genere accadde anche a Pontesuero, piccola borgata poco a nord-ovest di Asti, nel marzo del 1956. Anche lì, da alcune settimane, si viveva nel terrore. Una casa disabitata, poco fuori dal paese, era infestata dagli spiriti. Di notte si sentiva uno strano canto: una voce maschile, grave e profonda, usciva dall’edificio, mentre una luce tremula si accendeva e si spegneva dietro le finestre vuote. Gli abitanti di Pontesuero non aspettavano il buio per sprangare le porte, e le donne – scriverà un cronista – andavano a letto “con la testa sotto le lenzuola”.
La casa infestata di Pontesuero
A raccontare per prima questa vicenda fu La Stampa, il 15 marzo 1956. Si tratta di un caso da manuale di casa infestata: rumori inspiegabili in una casa vuota, luci che sembrano accendersi e spegnersi nonostante non vi abiti nessuno, un canto inspiegabile che il paese ascolta da lontano, e che nessuno sa spiegarsi. Il giornale colloca l’origine della paura in un dettaglio preciso: i fenomeni sarebbero iniziati subito dopo la partenza di una carovana di zingari, accampata nei pressi qualche giorno prima. Un innesco significativo, perché rivela quanto la sospettosità collettiva, di fronte all’ignoto, cerchi subito un capro espiatorio riconoscibile, tanto più se si tratta di individui ai margini della comunità. Che cosa poi degli “zingari” potessero avere a che fare con dei fantasmi, non risulta immediatamente chiaro.
Di fronte al ripetersi dei fenomeni, fu organizzata una spedizione collettiva in piena regola: una sera, una sessantina di contadini mosse in massa verso la casa stregata. Dentro, la solita luce vacillava; il solito canto si diffondeva nel buio. Gli uomini si avvicinarono cauti, entrarono, e videro una figura umana che scavalcava una finestra e fuggiva attraverso i campi. Dello “spirito” non restava che una bicicletta, abbandonata contro un muro.
Due giorni dopo, sulla base di quella bicicletta, la Questura di Asti individuò il proprietario: un contadino venticinquenne, che La Stampa identifica in un certo Renzo Prasso. Interrogato, ammise a malincuore la verità: aveva la passione del canto, prendeva lezioni da un maestro, ma di giorno lavorava e in casa, la notte, non poteva certo esercitarsi senza svegliare la famiglia. Così, con uno spartito sotto braccio e una candela per illuminare le pagine, pedalava fino alla casa in costruzione e cantava arie d’opera al buio, per ore, con la sua voce di baritono.
Da cronaca a racconto
Il 21 marzo, sul Corriere della Sera, la stessa storia riapparve firmata da Enzo Grazzini (1902-1963). Giornalista e scrittore originario di Firenze, ma trasferito a Milano, Grazzini non è stato un anonimo cronista locale; negli anni Quaranta e Cinquanta, i suoi libri avevano un certo successo. E così, nelle sue mani, la vicenda di questo “spirito cantante” diventò un piccolo romanzo d’appendice.
Il protagonista qui si chiama Teresio Quasso, non Renzo Prasso. Il cambio di nome potrebbe far pensare a due episodi diversi, o a un’identificazione incerta. Ma nel giornalismo dell’epoca, quando gli articoli venivano spesso dettati per telefono da un corrispondente locale o trascritti in fretta da appunti manoscritti, storpiature di questo tipo erano tutt’altro che rare: bastava un’assonanza o una cattiva linea telefonica perché un cognome si trasformasse in un altro. Per il secondo nome, abbiamo trovato un piccolo riscontro concreto: in un elenco di leva militare della zona, oggi pubblico, compare in effetti un Teresio Quasso, nato il 1° dicembre 1932, e che nel marzo 1956 avrebbe dunque avuto 23 anni. Il nome corretto, dunque, potrebbe essere davvero quello riportato da Grazzini.
Ma, al di là del nome, l’articolo di Grazzini ha sicuramente un’impostazione più letteraria di quello de La Stampa. Il testo si apre con un espediente narrativo dichiarato: il giornalista immagina un futuro in cui legge, sul cartellone della Scala di Milano, il nome di Teresio, ormai baritono affermato. Ed è da questa proiezione immaginaria che ipotizza di “ritrovare”, su un vecchio taccuino, l’episodio di Pontesuero. Da lì, il racconto si allarga ben oltre la cronaca verificabile, quando la famiglia viveva ancora a Frinco, a pochi chilometri da Asti.
“I figli escono dal cuore”, diceva sua madre, tutte le volte che parlava dei figli: ed era difficile che parlasse d’altro. […] Ne aveva avuti quattro: due maschi e due femmine. Dei due maschi, Teresio era il minore. Giovanni, il maggiore, aveva preso moglie parecchi anni fa e aveva già un figlio grandicello. Le due femmine vivevano una ad Asti, col marito, e l’altra, anch’ella col marito, a Torino. “I figli escono dal cuore”, diceva la madre: e scappava spesso dalla vecchia casa di Frinco, dove aveva abitato tanti anni col marito e con Teresio, per andare a vederseli tutti ed a riempirsene gli occhi. Teresio un po’ lavorava la terra, e un po’ faceva il meccanico: nelle ore libere, prendeva lezioni di canto da un maestro d’Asti, e tutti e due, marito e moglie, gli lasciavano volentieri in tasca buona parte del suo guadagno, perché potesse pagarsi quelle lezioni. “Gola d’oro”, lo chiamavano a Frinco. Lo avevano sempre chiamato “Gola d’oro”, anche da bimbo, e venivano a sentirlo sull’aia, la sera, dai cascinali intorno. La madre era felice. Aveva il marito. Aveva quei figli, che le erano “usciti dal cuore”.
Poi, la tragedia: nel 1955 muore il padre di Teresio. Qualche mese dopo, tocca a Giovanni, il fratello maggiore, l’unico della famiglia a non approvare le ambizioni di “Gola d’oro”: un tumore al cervello se lo porta via. La madre, vestita di nero, proibisce ogni musica in casa, per rispetto a quel figlio morto “uscito dal cuore”.
Chiuse la vecchia casa di Frinco, andò a chiudere la casa di Giovanni e si prese con sè la nuora e il nipote, e affittò per tutti, compreso il suo Teresio, queste tre stanze a Pontesuero. Fatto questo, appesi alle pareti i ritratti del marito morto e del figlio morto (quel figlio che le era “uscito dal cuore”), pregò Teresio di starla un momento ad ascoltare. Parlò seriamente, compostamente, senza permettere a una lacrima di spuntarle sul ciglio. “Non si canta più Teresio”, gli disse. “Tu sai che Giovanni non voleva. Era mio figlio, e i figli, credimi, escono dal cuore. Tu sarai quello che vorrai essere: meccanico o contadino, non importa. Ma cantante, no. Ormai questo è impossibile, Teresio, lo capisci da te”.
Teresio, ovviamente, non ci sta, continua a prendere lezioni di canto di nascosto. Di notte, va in quella casa in costruzione, al centro di un grande prato, portandosi dietro uno spartito e una candela, e la gente di Pontesuero, sentendo a distanza quella voce e vedendo la fioca luce della fiammella, si mette in testa di avere gli spiriti intorno.
La chiusa del racconto è quasi cinematografica: il giovane, in fuga dalla casa infestata, viene difeso da tre carabinieri, che tengono a bada “la gente del paese, fermamente risoluta a ridurre il baritono in una polpetta”. Lui se la cava con un discorsetto alla buona. E, infine, la scena più commovente: la madre stacca dalla parete il ritratto di Giovanni e, dando un bacio al vetro,
pregò il figlio morto, il figlio “uscito dal cuore”, di perdonare e di benedire il destino di “Gola d’oro”.
Una conclusione
Quelli raccontati da Grazzini sono dettagli intimi, difficilmente verificabili da un inviato speciale, e che hanno tutta l’aria di un abbellimento letterario un po’ melenso costruito intorno alla vicenda reale. Il ché non dovrebbe sorprendere troppo: in quei decenni, il confine tra cronaca e racconto letterario era permeabile, e firme di prestigio come quella di Grazzini si prendevano volentieri la libertà di trasformare una breve di provincia in un racconto morale, con tanto di destino contrastato e redenzione finale. Non era un “falso”: era un genere a sé, riconoscibile come tale dal lettore del tempo.
Resta la vicenda curiosa: un giovane di Pontesuero, appassionato di canto lirico, che andava di notte a esercitarsi in un cantiere abbandonato, e che fu scambiato per uno spirito. Uno dei tanti “fantasmi che non lo erano” che abbiamo raccontato in questi anni, come quello che infestava il cimitero di Nole Canavese nel 1976 o quello che spaventava gli abitanti di un caseggiato torinese nel 1938: piccoli fraintendimenti che venivano interpretati alla luce delle credenze diffuse e che potevano generare, a volte, vere e proprie “cacce allo spirito” come quella di Pontesuero.
Quanto al protagonista del nostro racconto, su di lui non abbiamo trovato altre notizie sui giornali. Probabilmente non sarà mai arrivato a cantare alla Scala, ma speriamo che abbia coltivato comunque quella passione, tanto forte da spingerlo, di notte, in una casa abbandonata, armato solo di una candela e uno spartito.
…E il fantasma di Ipswich? Beh, quello venne smascherato quasi immediatamente dalle autorità inglesi. Non c’era alcun bambino fantasma: si trattava dell’allarme di un impianto di sicurezza, installato a difesa di un capannone industriale. Il proprietario aveva deciso di impostare come sirena quella canzoncina, per spaventare eventuali intrusi. Tuttavia il sistema, si scoprì, era tarato male, e i sensori si attivavano anche per semplici ragni che attraversavano le telecamere di sorveglianza.
Come nel caso di Pontesuero, non serve un evento paranormale per innescare una diceria: bastano una canzoncina fuori posto, il buio, e la disponibilità a credere che dietro ci sia qualcosa di più della semplice, goffa, umanissima ostinazione di un giovanotto che si ostina a inseguire i propri sogni proibiti.
Foto di olga brajnovic da Unsplash
