21 Luglio 2026
Interviste

“Ho assistito a un convegno di ‘medicina quantistica’. Poi ho scritto all’Ordine dei Medici”

Intervista a cura di Serena Pescuma

A volte, basta un titolo suggestivo per accendere la curiosità. È quanto accaduto a Marco, che un giorno ha letto di un incontro dedicato alla cosiddetta “medicina quantistica”. Un nome altisonante che evoca scienza, tecnologia e mistero. A fare da relatore, un medico che appariva regolarmente iscritto all’albo. Attirato da tutto questo, ha così deciso di partecipare. La realtà che si è trovato davanti, però, è stata molto diversa: affermazioni pseudoscientifiche, un linguaggio volutamente vago e l’uso improprio di termini scientifici per dare autorevolezza a concetti privi di fondamento.

Dopo aver assistito alla conferenza e aver approfondito e verificato con spirito critico i suoi contenuti, Marco ha deciso di agire: ha scritto al CICAP per segnalare l’accaduto e avere un confronto su quanto aveva ascoltato. Non solo: ha raccolto materiale e segnalato il caso all’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri competente, quello del Verbano Cusio Ossola.

La sua azione ha portato due effetti concreti: l’emissione di un richiamo formale nei confronti del relatore e la chiusura del suo sito internet, in cui divulgava le sue teorie prive di fondamento scientifico. Questa vicenda mostra come la vigilanza civica, unita al pensiero critico, possa contribuire alla tutela della corretta informazione a vantaggio della salute di tutti. Abbiamo chiesto a Marco di raccontare, passo dopo passo, la sua esperienza.

Partiamo dall’inizio: come ci è finito a un convegno sulla “medicina quantistica”?

Inizialmente per semplice curiosità. Non conoscevo il tema e il nome ma, con quell’aura misteriosa, mi aveva incuriosito. Appena ho iniziato ad approfondire, tuttavia, ho trovato espressioni come “risonanza quantica molecolare”, “campo energetico del corpo”, “frequenze vibrazionali”, “informazione quantica dell’organismo”. Concetti che sembrano tecnici ma, dal punto di vista scientifico, sono in realtà vaghi e privi di significato verificabile.

Eppure, nonostante quei primi segnali di allarme, ha deciso di andarci lo stesso. Cosa sperava di trovare?

Volevo capire se dietro quelle parole ci fosse sostanza. Il tema dichiarato era la biorisonanza, una tecnica che sostiene di poter rilevare e correggere le frequenze elettromagnetiche alterate del corpo umano. Non esiste, però, alcuna evidenza scientifica che queste frequenze possano essere misurate o modificate. Gli strumenti usati – come i dispositivi Metatron – a quanto risulta non hanno alcuna validazione clinica e non soddisfano i criteri di affidabilità sperimentale. In sintesi, non misurano nulla di oggettivo.

Una volta in sala, cosa ha trovato? E le sue aspettative erano diverse?

Assolutamente sì. Il linguaggio era infarcito di parole come “energia”, “vibrazioni”, “campi informazionali”, messe accanto a termini della fisica come “frequenza” o “campo elettromagnetico”. È un modo per creare un’impressione di scientificità, ma senza contenuto verificabile.

Lei cita spesso il termine “quantistico”: come veniva usato concretamente nel convegno?

Il punto è proprio che al convegno il termine “quantistico” era usato in modo scorretto. La meccanica quantistica studia il comportamento delle particelle subatomiche – elettroni, fotoni, atomi – in condizioni molto specifiche: sistemi isolati, temperature bassissime, assenza di rumore termico. Il corpo umano, invece, è un sistema macroscopico, dissipativo e complesso, governato da leggi “classiche” come l’elettromagnetismo e la termodinamica. Legare principi quantistici al funzionamento dell’organismo è quindi concettualmente sbagliato. Non esiste alcuna evidenza che le cellule, i tessuti o gli organi possano manifestare fenomeni quantistici coerenti su scala biologica.

Come ha fatto a verificare le affermazioni che aveva ascoltato?

Ho cercato nelle principali banche dati internazionali e non ho trovato nessuna pubblicazione peer-reviewed, nessuna statistica solida, nessuna replicazione sperimentale. Le presunte “frequenze vibrazionali del corpo umano” non sono mai state misurate in modo riproducibile. Quando mancano strumenti validati, protocolli standard e dati controllabili, non si può parlare di scienza.

A un certo punto si è messo a cercare informazioni anche sul relatore: chi era, e cosa ha scoperto?

Si presentava come esperto in macrobiotica, medicina tradizionale cinese, intolleranze alimentari (le intolleranze alimentari scientificamente riconosciute sono pochissime, come per esempio l’intolleranza al lattosio, n.d.r.), biorisonanza, numerologia pitagorica e omotossicologia. Ora, anche se alcune pratiche della medicina tradizionale cinese possono essere studiate con metodo scientifico, si tratta di discipline che non hanno alcuna base scientifica riconosciuta. La macrobiotica è una filosofia alimentare di tipo spirituale, non una scienza. La numerologia pitagorica è un sistema esoterico. L’omotossicologia, come l’omeopatia da cui deriva, non ha mai dimostrato efficacia superiore al placebo, secondo tutte le metanalisi indipendenti.

Molte persone, a quel punto, avrebbero semplicemente cambiato canale. Lei invece ha scelto di fare una segnalazione formale: come mai?

Non volevo fare polemica, ma capire dove si trova il limite tra libertà di espressione e responsabilità professionale. Quando un medico propone pratiche non basate su prove, viola non solo il principio di correttezza scientifica, ma anche il Codice Deontologico. L’articolo 13 stabilisce che “il medico deve attenersi a comportamenti diagnostico-terapeutici fondati su prove di efficacia scientifica”, e l’articolo 56 vieta di suggerire trattamenti privi di adeguata validazione. Ho quindi scritto all’Albo dei Medici della provincia di Verbania, che ha esaminato la questione e ha emesso un richiamo formale. È stato un gesto di coerenza istituzionale, e credo anche un messaggio importante per i cittadini: le segnalazioni funzionano, e servono.

Ha chiesto anche un confronto al CICAP. Cosa cercava, in quel caso?

Ho descritto i contenuti dell’incontro e chiesto se potessero essere classificati come pseudoscientifici. Ho voluto sapere anche quali strumenti fossero disponibili per segnalazioni simili. Credo che serva una rete di vigilanza culturale, oltre che istituzionale.

Guardando al quadro generale: qual è, secondo lei, il danno più concreto che queste pratiche possono fare?

La disinformazione. Quando si diffondono concetti non verificabili come se fossero verità scientifiche, si mina la fiducia nelle cure reali. Molte persone finiscono per abbandonare terapie efficaci o per spendere cifre considerevoli in pratiche inutili. L’effetto placebo è reale, ma non è una cura. E proporre qualcosa di inefficace solo perché “qualcuno sta meglio” è eticamente inaccettabile.

Se potesse parlare direttamente a qualcuno che si trova nella situazione in cui era lei prima di quel convegno – curioso, ma ancora senza strumenti critici – cosa gli direbbe?

Che ognuno può fare la sua parte. Non serve essere scienziati per difendere la razionalità e la verità. Serve senso civico, spirito critico e il coraggio di segnalare ciò che non torna. La medicina può e deve essere più umana, ma non può rinunciare al rigore scientifico. La buona fede non basta: serve responsabilità, chiarezza e rispetto per le evidenze. Chi organizza eventi su temi di salute ha il dovere morale di fornire informazioni corrette, perché un messaggio sbagliato può fare più male di una malattia.

Per chiudere: cosa rimane di questa vicenda, al di là del risultato ottenuto?

Che la scienza, pur con i suoi metodi, resta l’unico strumento affidabile per distinguere il vero dal verosimile. E che la vigilanza civile non è un gesto di diffidenza, ma di fiducia: fiducia nel fatto che le istituzioni, anche a seguito di una segnalazione, possono e devono intervenire.

Abbiamo anche contattato il Dottor Borzumati, presidente dell’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri del Verbano Cusio Ossola che ha così commentato:

“L’agire dell’Ordine dei Medici è sempre volto a garantire il rispetto dei principi deontologici, diagnosi e cure devono esser basate su evidenze scientifiche consolidate, nel rispetto dell’etica professionale. Vigilare sull’azione dei propri iscritti è un dovere precipuo dell’Ordine Professionale, così come avere un sano e schietto dialogo con ciascuno dei professionisti iscritti. Nel caso specifico si è provveduto a svolgere il proprio dovere istituzionale a tutela dei cittadini e del decoro della professione medica, riscontrando peraltro immediata collaborazione da parte del professionista interessato rispetto alle indicazioni date dall’Ordine in relazione ai fatti contestati”.

Foto di Etactics Inc da Unsplash